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Da "Umanità Nova" n.37 del 28 ottobre 2001

Integralismi e politica
In nome di dio e del dominio

Delle tre grandi religioni monoteiste che la storia registra - cristianesimo, ebraismo, islamismo - solo la prima ha attraversato interamente il deserto della secolarizzazione, venendo costretta a rinunciare, anche se non definitivamente (Woytila docet), alla congiunzione di primato temporale e primato sovramondano. Ossia alla riunificazione in sé delle chiavi di controllo dell'anima e del corpo, del potere spirituale, etico, simbolico e del potere terrestre, politico, sociale, economico. Se infatti osserviamo al ruolo della chiesa cristiana nel medio evo ed al suo corrispettivo odierno in campo globale, la vita dei fedeli, e a maggior ragione dei non-fedeli, subisce sempre meno nel dettaglio della quotidianità i precetti cristiani e quelli cattolici in particolare. Tanto è vero che solo in Italia abbiamo bisogno di una specifica attenzione all'invadenza clericale perché l'Italia è anche la sede del centro cattolico per eccellenza, il Vaticano, mentre altrove, anche nelle cattolicissime Spagna e Messico e nelle Filippine, il richiamo vocativo e la precettistica sono ridotte a parametri secondari nella vita quotidiana di tutti i cittadini.

Analogamente è anche così nella laica Israele, con la differenza che l'integralismo ebraico là presente trova una sponda più che istituzionale nell'idea del pansionismo, ossia dell'identità tra fede e cittadinanza, accogliendo individui di nazionalità varia purché ebrei e quindi immediatamente titolari del diritto di cittadinanza. Da qui il passo è breve per collegare la cittadinanza e il godimento delle sue prerogative solo a quegli ebrei fedeli alla tradizione. Men che mai quindi agli impuri, ossia a quegli arabi di nazionalità israeliana perché là nati e residenti e lavoranti e paganti le tasse che tuttavia professano fede diversa, tollerata a livello esclusivamente privato - elemento qualificante la separazione secolare tra professione di fede nel foro interno e eguaglianza laica nella esteriorità dei binari entro cui scorrono diritti e doveri per tutti e per ciascuno.

Anche all'interno dell'islamismo va sfatata una leggenda che vuole la fede musulmana integralista per definizione perché arretrata, bloccata a livello medievale e quindi resistente ai processi di secolarizzazione. L'integralismo religioso musulmano è presente con sfumature differenziate nel mondo arabo, soprattutto a seguito della particolare condizione di degrado sociale, anche nei paesi ricchi come quelli della penisola arabica governati da una élite numerosa e privilegiata che peraltro consente dividendi sociali modesti seppur rilevanti rispetto ad altri paesi arabi, adoperando al contempo manodopera straniera per i lavori faticosi, socialmente poco appetibili e apprezzati nonché meno remunerati. Sul degrado sociale si innesta una visione politica che ingloba al suo interno il fondamentalismo del rispetto pedissequo della sharia come mezzo di aggregazione e mobilitazione necessari da un lato per poter dividere qualche briciola di welfare discriminatorio (solo ai fedeli della comunità islamica seguace del fondamentalismo politico) e dall'altro per poter intraprendere una lotta di liberazione in cui il male coincide con le élite interne vendute al nemico.

Tuttavia la religione ha un ruolo strumentale rispetto alla fede islamica poiché è la politica stessa a incitare un estremismo in quanto nel mondo arabo la sharia è già adottata dalle élite, anche quelle laiche, che la sfumano secondo le necessità politiche di ordine interno, per tenere legate le masse a cui viene negato accesso ai meccanismi partecipativi democratici. Per cui teocrazie come quella iraniana (di corrente sciita, minoritaria nella umma musulmana) sono distanti dal governo saudita in cui la casa regnante si appoggia ad una particolare corrente sunnita (il wahabatismo) per gestire il potere senza pretendere di instaurare una teocrazia. Similmente l'Egitto laico adotta la religione islamica come religione di stato mentre la Malaysia a grande maggioranza musulmana ha strutture politiche e istituzionali laiche non privilegiando la confessione islamica.

Infatti, come per ogni religione, il suo destino è legato alla struttura sociale ed alla sua storia per comprenderne il successo o meno. L'islam non è solo paesi arabi, anzi l'islam asiatico va estendendosi a macchia d'olio: l'Indonesia conta quasi 200 milioni di musulmani, ed estremisti musulmani sono presenti anche in Cina (nello Xinjang di etnia uiguri) e nelle Filippine, non dimenticando appunto i sessanta e passa milioni di malesiani. Anche in Africa l'islam fuoriesce dai confini maghrebini - il Marocco innanzitutto, mentre la "democrazia autoritaria" tunisina stermina i fondamentalisti islamici e l'Algeria vive da un decennio una lacerante guerra civile in cui non si sa chi strumentalizza chi, se l'élite politico-militare che si nasconde dietro i misfatti del Gia o viceversa, e comunque la struttura sociale della laica Algeria è sempre più insofferente dal connubio tra stato e islam che aveva portato, per esempio, all'abolizione della lingua e della cultura cabila (l'amazight).

Non è da poco tempo che la Nigeria, paese che federa oltre 60 milioni di abitanti, conosce una latente spaccatura sociale e territoriale tra etnie del nord e etnie del sud, rispettivamente islamiche fedeli all'applicazione della sharia e cristiano-animiste, che si contendono con ogni mezzo, quindi anche attraverso la malefica propaganda religiosa, le risorse di un paese ricchissimo di petrolio ma che, unico tra i produttori, veleggia sempre nella bassa classifica dei paesi più poveri del pianeta. La divisione per clan etnici integra la comunanza religiosa quale strumento di mobilitazione sociale per conquistare posizioni di potere nella nomenklatura politica e istituzionale, perché in quei paesi dai regimi pseudo-democratici ma privi di cultura giuridica da stato di diritto (dove contano più le garanzie per le minoranze che non il principio di maggioranza) solo dalle posizioni di potere è possibile garantirsi mezzi di sussistenza in abbondanza, spartendosi le ricchezze secondo logiche feudatarie.

Altro esempio africano è il Sudan, dove da anni l'élite dominante appoggiatasi al ceto militare ha da poco rotto una santa alleanza con il fondamentalismo islamico (mettendo agli arresti domiciliari Hassan Turabi, l'ideologo fondamentalista islamico già Presidente del parlamento nazionale) per accreditarsi partner idoneo in vista di una risoluzione della decennale guerra civile che nel sud del paese ha visto una quasi secessione di etnie meridionali più vicine ad una fede cristiano-animista, ma che, al di là di essa, è riuscita ad aggregare una vasta mobilitazione che paralizza l'esito del conflitto civile e destabilizza l'intera area, inclusa la regione dei Grandi laghi, tutt'altro che tranquilla già per i fatti suoi.

Ovviamente, l'uso politico della religione nonché la crudeltà tipica di condizioni degradate in cui a rozzezza di logiche spregiudicate si combina la presenza di armi leggere da sterminio di massa (kalashnikov e mine anti-uomo), produce un esito nefasto e micidiale per gli individui, donne e bambini sopra tutti, che pagano da sempre i prezzi più alti di una guerra contro i popoli condotta in nome di dio e del dominio. La storia di sempre qualunque siano i nomi da adorare e da osannare.

Salvo Vaccaro



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