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Da "Umanità Nova" n.37 del 28 ottobre 2001

Dibattito/movimenti no-global
Ancorarsi al territorio

In un lungo articolo apparso sul Manifesto del 7 ottobre scorso, dal titolo "Una crepa nella storia", Naomi Klein traccia a suo modo un bilancio del Movimento antiglobal e ne indica limiti e prospettive.

A beneficio di chi non l'avesse letto, ne sintetizzo i punti principali, scusandomi preventivamente per le inevitabili semplificazioni implicite in ogni tentativo di sintesi.

L'autrice, riducendo a rituali ricorrenti le dichiarazioni di morte del Movimento successive ad ogni manifestazione, afferma l'esigenza di un'analisi approfondita sul "che fare?", che era già urgente prima dell'11 settembre, ma che è assai più pressante dopo l'attentato alle torri gemelle di New York e le conseguenze militari e politiche che ne sono derivate.

La Klein ricorda che la scelta di battaglie simboliche compiute dall'Ontario Coalition Against Poverty, con la conseguente chiusura del business district, derivava dalla constatazione che la sua visibilità politica si era ridotta presso l'opinione pubblica ad una sorta di postulazione lamentosa di elemosine, da incentivare a favore dei popoli del sottosviluppo: "...i componenti del gruppo sentivano di essere stati estromessi dalla discussione pubblica. Sentivano di essere scomparsi e di essere stati rideclinati nei termini di un problema di mendicanti o di lavavetri che richiedevano una nuova severa legislazione. Si sono resi conto di dover affrontare non un nemico politico locale, e nemmeno una particolare legge commerciale, ma un sistema economico di un capitalismo senza regole ed escludente. Dunque avevano di fronte una sfida strategica: come ci si organizza contro un'ideologia così vasta da non avere confini, così onnipresente da dare la sensazione di essere in nessun luogo?"

La constatazione e la domanda conseguente - dice la Klein - imposero al gruppo una riflessione sulla necessità di ridefinire le strategie d'intervento, per non rimanere esclusi dal dibattito pubblico e per ridurre a dimensione umana la vastità fattuale e virtuale della globalizzazione capitalistica.

L'attacco ai simboli di tale processo era sembrata la direzione giusta per rivisualizzare e colpire con determinazione i protagonisti del sistema economico che emarginava i più deboli - sotto qualunque latitudine conducessero la loro precarietà - ed esaltava la sopraffazione e lo sfruttamento.

Colpire "fisicamente" i Mc Donald's, la Exxon Mobil, la Monsanto e via dicendo, significava riproblematizzare i guasti planetari che le dinamiche del capitalismo provocavano.

In una certa misura, l'abbattimento delle twin towers, simboli d'eccezione degli affari e dei rituali economici dell'Occidente intero, ha - secondo la Klein - concluso la strategia inaugurata dall'Ontario Coalition Against Poverty o, meglio, con l'11 settembre si è conclusa la fase di attacco ai "marchi" del capitalismo e, auspicabilmente, si è inaugurata quella dell'affondo al cuore del capitalismo: la demolizione dei simboli era, insomma, la leva per "aprire una crepa nella storia" - come scrive Katharine Ainger. Tocca adesso al Movimento varcarla.

Abbiamo volutamente lasciata in ombra la parte dell'articolo che la Klein dedica alla valutazione degli altri effetti immediati degli attentati dell'11 settembre, intanto perché introdurrebbe nel dibattito politico l'abusato dilemma se sia legittimo o meno storicizzare il comunque doloroso compendio delle vittime, se, cioè, sia legittimo o meno comparare le 6000 vittime dell'attentato terroristico di cui ci occupiamo in questi giorni, con i milioni di morti, altrettanto innocenti, provocati in questi ultimi anni dalla politica e dalla potenza militare statunitense in tante parti del mondo, dilemma che introdurrebbe nella discussione elementi di precaria razionalità.

Mi sembra invece suggestiva l'immagine della "crepa da varcare", avendo consapevolezza, naturalmente, della natura e del livello dello scontro.

Sono d'accordo con la Klein quando afferma: "La coalizione di Bush non rappresenta una risposta genuinamente globale al terrorismo, ma l'internazionalizzazione degli obiettivi di politica estera di un paese, cioè il marchio di fabbrica (trademark) delle relazioni internazionali statunitensi...". Mi sembra, però, che l'autrice non approfondisca il concetto così brillantemente esposto, soprattutto non lo delimiti temporalmente.

La grande coalizione è compatta per una guerra che gronda petrolio. La diplomazia occidentale ha ritenuto di dover cogliere l'occasione del vero o presunto (e, in ogni caso, enfatizzato) terrorismo di matrice islamica, per tentare di conferire stabilità non precaria ad un'area, quella centro-medio orientale dalla quale dipende, in buona misura, l'approvvigionamento energetico dei paesi industrializzati. Sbaglierebbe, però, chi pensasse che la comunità d'intenti dell'allegra brigata al seguito di Bush sia destinata a durare molto oltre il raggiungimento (o, peggio, il mancato raggiungimento) di tale obiettivo.

L'ho già scritto in altra occasione: all'interno del mondo occidentale resistono dislivelli economici e sociali che non potranno sanarsi senza conflitti anche elevati. Basterebbe valutare con attenzione, già oggi che, come tutti dicono, c'è una guerra in corso, i diversi comportamenti delle Banche Centrali per rimarcare i diversi obiettivi sottesi a tali comportamenti. Basterebbe rilevare il ruolo privilegiato che l'Inghilterra ha preteso e ottenuto dall'amministrazione repubblicana statunitense nelle operazioni belliche, quasi a sottolineare, se non la propria estraneità, almeno la propria indifferenza nei riguardi del resto d'Europa. In questa sede, sfioro soltanto l'argomento, per ammonire che la partita si giuoca ancora su molti tableaux, ben distinti tra loro e che è necessario per il Movimento abbandonare in fretta la sua "volatilità" e ancorarsi ai territori, tenendo conto che la circolazione periferica attraverso la quale si articola il "modo" di produrre e di distribuire del capitalismo è almeno altrettanto importante del sistema centrale, dal quale partono le decisioni strategiche. E tale consapevolezza è tanto più importante quando si consideri che la propensione al consumo è certamente in larga misura indotta dagli interessi della logica del dominio, ma che, per realizzarsi nel concreto, ha pur sempre bisogno che l'ultima ruota del carro, il consumatore finale si adegui e acquisti acriticamente quanto gli viene proposto. Scendere sulla terra e proporsi di agire prevalentemente sulla parte terminale del processo, mi sembra una scelta di valore strategico eccezionale.

Infine, qualche considerazione sulla natura del Movimento, anche se mi rendo conto che occorrerebbe molto più spazio e, soprattutto, una riflessione collettiva su tale argomento.

Dice la Klein che il Movimento è in crescita: si è passati in poco tempo dai cinquantamila manifestanti ai trecento mila di Genova. È vero, ma è altrettanto vero che si sono moltiplicate le anime che vi convivono: si va dai Black Bloc agli anarchici di tradizione europea, dal volontariato laico a quello cattolico, dai residui di un vetero comunismo autoritario agli autonomi di varia estrazione, e così via.

L'affermazione ottimistica ricorrente che sono finalmente crollati gli steccati ideologici è da accettare, ma con qualche riserva. Il punto dirimente, le linee di demarcazione ineludibili continuano ad essere gli atteggiamenti che si assumono nei riguardi del potere e della gerarchia, dai quali discendono direttamente gli obiettivi che si intendono colpire o perseguire e i "mezzi", gli strumenti che si privilegiano per rendere operativi i propri disegni.

Si è visto chiaramente a Genova: vi erano tra i manifestanti coloro che radicalmente volevano impedire che gli Otto si riunissero per parlare a nome dei popoli che pretendevano di rappresentare; e coloro che si limitavano a chiedere ai fantomatici Grandi di stanziare qualche migliaio di dollari in più, per alleviare i disagi dei poveri del mondo: quanto dire che, nello stesso posto e dalla stessa parte, coesistevano; l'anima di un riformismo che accettava più o meno esplicitamente la logica del dominio e la necessità della normalizzazione statale, propugnando soltanto una più equa ripartizione delle risorse; e l'anima di quanti ritenevano (e ritengono) che la logica del dominio e gli Stati sono all'origine di tutte le iniquità e che, quindi, debbono essere estirpati alla radice. Sembra - o, almeno, a me sembra - di essere tornati, mutatis mutandis ai conflitti interni alla Prima Internazionale.

Allora la domanda è: sino a quando queste due anime riusciranno a convivere senza moltiplicare equivoci e provocare incrinature?

Antonio Cardella



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