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Da "Umanità Nova" n.38 del 4 novembre 2001

Censura bellica e cultura con l'elmetto
Immaginario pop e guerra civile planetaria

Agli inizi di settembre, quando le Twin Towers stavano al loro posto, alcuni giornali pubblicavano la "lista nera" dei film secondo il Pentagono. Una serie di pellicole degli ultimi anni di cui veniva sconsigliata la trasmissione televisiva perché accusati di dare una visione "distorta" e "politicamente scorretta" sul governo americano, i suoi servizi di sicurezza e le sue forze armate. In testa a questa speciale classifica, c'erano tre film hollywoodiani di successo: "Nemico Pubblico" (che denuncia i pericoli e la potenza dei mezzi di sorveglianza elettronica meglio e più di un intero dossier di Le Monde Diplomatique su Echelon), "Attacco Al Potere" (dopo una serie di attentati terroristici, lo Yankee Stadium di New York viene trasformato in un campo di concentramento dove vengono rinchiusi tutti i cittadini di origine araba) e "Indipendence Day" (arrivano marziani cattivissimi e invincibili ad invadere la Terra, ma vengono respinti grazie alla versatilità dei computer Apple e al coraggio del Presidente USA, ex pilota ed eroe di guerra che, a bordo del suo caccia, guida di persona l'assalto finale contro gli alieni).

Nella blacklist sembrava soprattutto strana la presenza, appunto, di "Indipendence Day", col suo presidente-eroe che salva tutto il pianeta, improbabile e patriottico quanto una bandiera a stelle e strisce che sventola sulle macerie delle Torri Gemelle.

Pareva strano, in effetti, prima dell'11 settembre. Il film del tedesco Roland Emmerich finisce in pompa magna, ma le immagini dell'invasione aliena (che nel giro di poche ore travolge completamente le difese americane e rade al suolo i simboli del potere USA, tra cui il Pentagono e i grattacieli di New York) occupano quasi tutto il primo tempo e gran parte del secondo.

"Sembra Indipendece Day" è stato uno dei primi commenti che ho sentito mentre assistevo in diretta tv alla distruzione della seconda Torre, in un bar pieno di sconosciuti incollati allo schermo tipo finale dei mondiali di calcio.

Dopo l'11 settembre questi titoli - fino ad allora trasmessi e ritrasmessi dalle tv di tutto il mondo, comprese quelle via cavo delle basi militari americane all'estero - sono immediatamente entrati nel codice di autocensura che si sono date le maggiori reti televisive europee e nordamericane.

Un'altra lista nera, proposta però dopo le stragi di New York e di Washington, è quella compilata da Clear Channel, il più grosso network radiofonico statunitense, delle canzoni da non trasmettere per non ferire la sensibilità degli ascoltatori. Accanto ad una serie di pezzi su disastri aerei, esplosioni e sciagure simili, vi si trovano molti motivi antimilitaristi o anche semplicemente pacifisti. Tra le altre, "Peace Train" di Cat Stevens (un fantasioso treno di bambini fa finire le guerre nei luoghi che attraversa), "Wonderful World" di Sam Cooke (il mondo è un posto meraviglioso...) e la famossima "Imagine" (sconsigliata in tutte le versioni, ma particolarmente in quella a due voci dell'algerino Khaled e dell'israeliana Noah) di John Lennon, la cui storia e la cui produzione solista - appena meno innocua e più interessante di quella coi Beatles (il gruppo preferito di Veltroni) - sono state anche al centro di articoli pieni di insulti sul Secolo d'Italia e su Libero.

"O con noi o contro di noi" è il grido biblico della propaganda di guerra americana - ripetuto più volte da Bush Junior e dai suoi fedeli, in testa il sindaco Giuliani all'assemblea dell'ONU, e ribadito all'infinito dai falchi nostrani dei media di regime (ed è, naturalmente, anche il motto dei signori della guerra che hanno lanciato gli aerei-kamikaze contro migliaia di persone colpevoli quanto meno di non stare "con loro").

In poche decine di minuti, è finito tutto il "politically correct", quanto sotto le ali dello Spettacolo era ammesso tutto e il contrario di tutto, indipendentemente dal suo buon gusto o dalla sua carica radicale, bastava che avesse un suo spazio di mercato. "Imagine" è una canzoncina senza troppe pretese che chiede, però, di immaginare "...che non ci siano nazioni/...niente per cui uccidere o morire/ e neanche una religione/...che non ci sia la proprietà/...che tutta la gente si divida tutto" (il che - tono zuccheroso a parte - assomiglia moltissimo ad un piccolo programma anarchico). Per quasi trent'anni è stata il sottofondo di negozi di parrucchiere e corsie di supermercati illuminati dal neon, adesso i network più rispettabili non la trasmettono neanche più. E in TV sono spariti i film bum-bum che danno un segno di quanto gli occidentali per primi non ne possono più di questa sfavillante "civiltà", se si divertono così tanto a vedere rompere tutto.

Il ritorno della censura è un netto punto di svolta per le "democrazie occidentali", che dopo il maccartismo degli anni '50 avevano affidato le proprie liste nere ai meccanismi dell'industria culturale piuttosto che a proibizioni esplicite.

È il "fondamentalismo occidentale" di cui parla Serge Latouche che fa tragicamente il paio con l'integralismo musulmano. Tra le centinaia di migliaia di vittime dei gruppi armati islamisti in Algeria, accanto a sindacalisti, militanti di sinistra, esponenti dell'associazionismo laico, ci sono stati musicisti, attori, ragazzine che avevano i dischi delle Spice Girls, studenti colpevoli di leggere Stephen King o Dostovjieski. I talebani, poi, quando - con il plauso dell'allora segretaria di stato USA Madelaine Albright - hanno preso il potere a Kabul, hanno immediatamente vietato tutte le trasmissioni televisive e radiofoniche (ora in Afganistan esiste un'unica radio che trasmette soltanto versetti del Corano e proclami del regime) e proibito il possesso di dischi, stereo, videocassette, strumenti musicali - "se potessero, proibirebbero anche il canto degli uccelli", ha detto un intellettuale musulmano. Anche a New York, però, è vietato ballare: da quando è sindaco Giuliani, è permesso solo nelle discoteche e in alcune palestre ed è proibito in tutti gli spazi all'aperto, negli altri locali pubblici (caffè musicali e sale concerto comprese), nei negozi e persino nelle case private. Sono stati anche denunciati presidi e insegnanti per aver organizzato nei loro istituti i tradizionali balli di fine anno scolastico.

La rozzezza e l'ignoranza dei sostenitori della guerra santa di Bush, d'altra parte, fa sorgere il sospetto che anche da queste parti ci sia qualcosa di simile alle madrassa pakistane per la formazione dei fanatici. Leggendo il lunghissimo articolo proguerra di Oriana Fallaci pubblicato dal Corriere della Sera, la cosa che colpisce di più non è tanto la caterva di menzogne o il razzismo, quanto il tono estremamente volgare e spesso allucinato di tutto lo scritto (tre mesi fa', robabilmente neanche una rivista di naziskin avrebbe pubblicato un delirio simile pieno di parolacce).

"Whose Side Are You On? / Da che parte stai?" è uno dei leit motiv che hanno accompagnato la propaganda del movimento operaio anglosassone, dalle parole d'ordine dei cartisti di metà Ottocento agli slogan dell'IWW, ai volantini e alle scritte sui muri durante lo sciopero dei minatori inglesi negli anni Ottanta. Il conflitto sociale si alimenta della consapevolezza di stare da una parte in un mondo diviso dal privilegio e questa consapevolezza si è alimentata storicamente di "pensieri, sentimenti, paure, speranze, memorie, tutte vaghe e senza fissa dimora" di cui, come diceva Paul Feyerabend, una canzone o un racconto riescono spesso a parlarci con molta più efficacia di quanta ne possa mettere in campo un trattato di teoria.

La censura, per ora, non ha funzionato. "Imagine", alla sua età, è diventata rapidamente l'inno planetario del nuovo movimento contro la guerra, una delle canzoni più trasmesse dalle piccole emittenti locali ed anche uno dei jingle più gettonati per segreterie telefoniche, centralini e suonerie dei cellulari.

Montaigne diceva, più o meno, che le persone si sentono più colpite "quando si toccano i loro gusti che quando si negano le loro opinioni".

La scorsa primavera, durante la cosiddetta "rivolta berbera" - che ha riportato il vento del conflitto di classe e delle rivendicazioni civile nell'Algeria stretta per anni nella duplice morsa dell'integralismo e del regime - le manifestazioni sono state sempre accompagnate da camion e da automobili che trasmettevano canzoni dei numerosi cantanti rai assassinati dagli integralisti o perseguitati dal governo.

robertino



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