|
Da "Umanità Nova" n.41 del 25 novembre 2001
Picconate ai lavoratori
Articolo 18: il governo ha cominciato l'attacco
Si comincia a riscuotere: prego, passare dalla cassa!
Passata la prima fase nella quale l'esecutivo è stato impegnato
spasmodicamente nella promulgazione di leggi che garantissero una volta per
tutte la libertà d'impresa e personale del suo boss (rogatorie,
falso in bilancio, ecc.), ora la compagine governativa comincia a onorare gli
impegni assunti in campagna elettorale con i poteri forti del paese. Impegni
che equivalgono a veri e propri debiti, e si sa che i debiti, soprattutto
quando sono contratti con dei comprovati cravattari quali la Confindustria, la
Fiat, la chiesa, i servizi segreti, l'esercito, i parassiti finanziari e
così via, vanno assolutamente pagati.
A onta delle sue abitudini, comunque, questa volta Berlusconi non ha intenzione
di tirare dei chiodi, e quindi le cambiali non le manda in protesto ma le
riscatta volentieri. Innanzitutto perché sa che è grazie a quelle
che ha vinto le elezioni e che ora può rimanere saldo al potere, poi
perché coincidono con il suo programma che prevede il graduale
smantellamento "liberista" delle conquiste sociali e delle norme a difesa del
lavoro dipendente che decenni di lotte nelle strade e nelle piazze avevano
garantito ai settori più deboli del paese. In attesa di stravolgere il
sistema pensionistico a vantaggio delle compagnie assicuratrici e delle
società finanziarie, in attesa di smantellare il sistema sanitario
pubblico a vantaggio delle imprese farmaceutiche e del mefitico sottobosco
delle cliniche private, in attesa di seppellire un sistema educativo nonostante
tutto non troppo elitario a favore della scuola clericale e dell'industria che
potrà programmare con tranquillità i futuri dipendenti, in attesa
di svendere il patrimonio culturale agli appetiti di sponsor tanto arroganti
quanto ignoranti, in attesa di tutto questo si comincia con l'aggredire uno dei
capisaldi del sistema sociale del nostro paese, vale a dire lo statuto dei
lavoratori relativamente all'articolo sulla giusta causa nei licenziamenti.
Ben consapevoli che questo statuto non è la panacea dei mali sociali,
né tantomeno la risoluzione delle contraddizioni che attraversano il
mondo del lavoro, perché la prima contraddizione, quella fra chi vende e
chi compra forza lavoro, è irresolubile in una società regolata
dal profitto, non possiamo ignorare tuttavia come, fino a oggi, questo insieme
di norme abbia funzionato da ammortizzatore sociale, in grado di arginare
eccessivi appetiti padronali e di garantire diritti al lavoratore dipendente.
Nei fatti, quindi, ha rappresentato uno degli elementi forti del patto di non
belligeranza tacitamente stipulato vari lustri orsono fra sindacati e
confindustria, sotto la benevola attenzione, e regia, delle istituzioni
statali. Alla luce di queste considerazioni, non appare certamente casuale che
lo si vada a modificare proprio in una delle sue parti più importanti e
significative. Evidentemente si tratta di un assaggio, una specie di ballon
d'essai utile per capire quali potranno essere le mosse dei vari
attori. E infatti da parte dello stesso ministro del welfare Maroni viene
l'affermazione che per ora si tratta solo di un assaggio, di una prova, di un
test limitato nel tempo e nello spazio, e che per ulteriori decisioni si
vedrà. Quello che è certo, comunque, è che oggi si
stabilisce un principio: lo statuto dei lavoratori non è più
tabù.
Scontate e previste le accalorate proteste dei settori della sinistra meno
legati alle istituzioni, la reazione più forte viene naturalmente dalla
Cgil, per bocca sia di Cofferati sia del segretario della Fiom Sabattini. La
durezza della risposta, che prevede un eventuale sciopero generale, non nasce
tanto dalla battaglia politica che in questi giorni sta dilaniando la dirigenza
diessina, ma muove piuttosto dal bisogno di riaffermare la supremazia e il
ruolo del sindacato "di classe" rispetto alle altre organizzazioni, da tempo
disponibili verso le politiche governative e in rotta di collisione sul
problema dell'unità sindacale. Se relativamente rumorosa è stata
la risposta cigiellina, un silenzio assordante ha caratterizzato invece le
reazioni di Ulivo e Margherita. Forse perché, come ha perfidamente
ricordato Maroni, proposte identiche a quelle previste dal decreto erano state
avanzate, due anni fa, dall'allora presidente del consiglio Massimo D'Alema.
Che solo per motivi di tempo, e non di altro, non era riuscito a portarle fino
in fondo.
I commenti padronali, espressi dall'ultrà D'Amato, sono stati di
moderata soddisfazione: è ancora poco, troppo poco per parlare davvero
di liberalizzazione, e bisogna fare di meglio. Le cravatte strettamente
annodate ai colli governativi, ricorda l'imprenditore principe, sono pronte ad
allentarsi così come a stringere fino a soffocare, soprattutto se l'ala
più liberista non saprà neutralizzare le pur moderatissime
tendenze sociali presenti in alcuni settori neofascisti e leghisti. Comunque,
con la stessa generosità e lo stesso disinteresse che userebbe il
più navigato degli strozzini, la confindustria continua a dare fiducia a
Berlusconi e ai suoi compagni di merende, fiduciosa che alla fine questa
congrega di onesti compari riuscirà a fare, meglio della congrega di
compari di sinistra, le sospirate riforme liberalizzatrici di cui "ha bisogno
il paese". Il tutto in nome dell'efficienza produttiva, della lotta alla
burocrazia e agli sprechi, della razionalizzazione dei mercati. Della mitica
modernizzazione, insomma. Oppure, se si preferisce, del profitto, del semplice,
volgare, banale profitto.
Non ho particolare simpatia per Cofferati, con il quale credo di condividere
solo l'amore per l'opera lirica, però non posso non concordare con
quanto ha detto alcuni giorni fa nella gremitissima e mitica piazza operaia di
San Giovanni. Infatti, a fronte della proposta maronesca di compensare
economicamente il lavoratore licenziato ingiustamente, ha affermato che il
lavoro ha una sua dignità e che questa dignità non può
essere messa in vendita. Forse il segretario della Cgil è stato spinto
dal calore della piazza a fare un'affermazione così coerente con il
ruolo che dovrebbe ricoprire, comunque credo che solo recuperando concetti
forti come questi, concetti da sempre patrimonio dell'anarchismo, possa
ripartire un movimento operaio così ricco di tradizione e di coscienza
come è il nostro.
Massimo Ortalli
| |