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Da "Umanità Nova" n.43 del 9 dicembre 2001
Il massacro di Mazar-i-Sharif
La banalità del male
Siamo stati tutti chiamati a difendere la civiltà. A difendere, in
questi ultimi e drammatici mesi, la civiltà occidentale, con i suoi
valori e i suoi princìpi, fondamenti del nostro vivere e convivere.
È stato un appello a tutte le coscienze, non solo a quelle occidentali,
un appello ineludibile, affinché la ragione e l'umanità
riprendano il sopravvento e caccino la barbarie nei rifiuti della storia. E su
questo si é ricompattato l'universo mondo, e si è formata
un'alleanza fondata non solo sulla collaborazione e l'iniziativa militare, ma
sulla coincidenza di quei principi civili, etici, morali, ai quali ci pregiamo,
con sufficienza, di fare riferimento.
Qualcosa però non ha funzionato. Tragicamente e in modo disumano. E da
attenti osservatori degli infami meccanismi del potere, certo non ce ne
meravigliamo.
Nel carcere di Mazar-i-Sharif, dove erano stati rinchiusi circa 600 miliziani
afgani che si erano arresi alle vincenti forze della Alleanza del Nord, la
banalità del male è esplosa ancora una volta, improvvisa e
irrefrenabile. E ancora una volta le nostre "superiori" coscienze dovranno
interrogarsi sulle modalità e gli strumenti, con i quali si afferma,
appunto, questa pretesa superiorità.
Tutti abbiamo potuto leggere quanto è successo, sul finire del mese,
nella antica fortezza di Kali Jangi, ma non sarà male riassumere, molto
brevemente, i fatti. Nel corso di una rivolta, o di un tentativo di fuga,
oppure, più credibilmente, nel disperato sforzo di sottrarsi
preventivamente a quanto già sapevano sarebbe successo, centinaia di
prigionieri appartenenti all'esercito talebano sono stati massacrati senza
pietà dai loro carcerieri, dai cosiddetti liberatori di Kabul. È
stata una insensata e crudele carneficina, senza apparente giustificazione e
necessità: la grande maggioranza dei cadaveri aveva ancora le mani
legate da lacci o manette. Difficile che in tali condizioni potessero davvero
mettere in pericolo la sicurezza dei loro carnefici. A dar man forte agli
scatenati mujaheddin tagiki ed uzbeki, sono poi accorsi non solo gli
invisibili agenti della Cia, già presenti nel forte, ma addirittura i
bombardieri dell'aviazione statunitense. Con il loro inevitabile corollario,
per inciso, di vittime da "fuoco amico".
Probabilmente, con un poco di buona volontà si potrebbe anche trovare
una spiegazione logica a quanto è successo. Si sa, una guerra che si
dipana lungo le linee delle rivalità etniche, che vede combattere
popolazioni legate fortemente alla propria appartenenza tribale e geografica,
che si trascina da vent'anni fra le criminali ingerenze di stati confinanti e
di potenze imperiali, prevede scoppi di furore di indicibile crudeltà.
Questo, purtroppo, rientra nell'ordine delle cose, e non c'è bisogno di
ripercorrere le vicende belliche di questi ultimi anni, non solo in Afganistan,
per convincersene.
Del resto, a quanto ci dicono, è proprio per questi motivi che gli
eserciti occidentali hanno preso la volta dell'oriente. Siamo o non siamo una
civiltà superiore, abbiamo o non abbiamo il dovere di insegnare al mondo
intero quali sono i veri sistemi di valori, non ci siamo forse dati la missione
di imporre a chiunque, anche ai popoli più refrattari, i nostri modelli
e le nostre regole? Ebbene, visto che quei selvaggi si scannavano come barbari,
indegni di appartenere al genere umano, l'evoluto occidente doveva intervenire
per porre fine al massacro. E lo ha fatto. Infatti, grazie al provvidenziale
intervento dei marines e degli ordigni americani, la mattanza dei seicento
prigionieri con le mani legate si è conclusa rapidamente. Qualche
grappolo di bombe e amen. Cosa fatta capo ha!
Lo sappiamo, la guerra è una cosa bastarda che imbastardisce chiunque, e
proprio per questo, in quanto anarchici, siamo e saremo sempre contro la
guerra, contro tutte le guerre. Sappiamo perfettamente che un soldato,
sottoposto alla tensione che solo la lotta per la sopravvivenza riesce a
creare, può abbandonarsi, in un furore liberatorio, ad atti di tale
disumanità che ne accompagneranno la coscienza fino alla morte. Ma quale
è la logica mostruosa che ha guidato le decisioni dei vertici militari
in questa situazione? Quale altro fine è ipotizzabile, se non quello
della più criminale e incivile vendetta? Quale coscienza gallonata
sarà mai turbata?
Qualcuno vorrebbe ancora convincerci che la guerra, questa enorme offesa
all'umanità, è inevitabile, e che è in nostro nome, e per
la nostra libertà, che si rende necessaria. No, cari generali, cari
ministri, cari pennivendoli di regime, in nostro nome no! Non vogliamo e non
possiamo essere vostri complici, ma saremo sempre nemici irriducibili della
vostra logica e del vostro potere.
Massimo Ortalli
p.s.
Un attento lettore mi chiedeva, un po' provocatoriamente, se non ci dispiacesse
che la guerra afgana fosse finita così presto, se non fossimo
rammaricati che la resistenza talebana avesse mostrato la corda in soli due
mesi, se non fosse venuta a mancare la soddisfazione di una salutare lezione
all'arroganza statunitense. Tralasciando il fatto che non sappiamo affatto se
questa guerra stia davvero finendo, a noi dispiace una cosa sola, che sia
cominciata.
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