![]() Da "Umanità Nova" n. 1 del 13 gennaio 2002 Argentina in rivoltaPochi l'hanno sussurrato, ma prima di Natale si è aperto un altro fronte di guerra: l'Argentina. Non si tratta (ancora) di una guerra guerreggiata, ma di una guerra sociale che testimonia la criminalità del sistema neoliberale di capitalismo globale a traino statunitense. Pur nella drastica insufficienza delle informazioni sui mass media ordinari - non solo di quelli nostrani; tre sono le principali imprese mediatiche in Argentina, che ancora pochi giorni addietro non riportavano i nomi dei 30 e più morti dall'inizio delle proteste, nonché dei numerosi feriti - i fatti sono intuibili. Le ricette globali, che agli estremi della scala sociale producono una crescente miseria nelle immense favelas ed una altrettanto crescente iper-ricchezza per pochi fortunati tra un briefing in borsa e un party nel bunker, impoveriscono i ceti medi che hanno un minimo di reddito da lavoro salariato sempre meno valorizzato quanto a potere d'acquisto, mentre le privatizzazioni di ogni servizio produttivo (materiale e immateriale) eliminano o emarginano strati di lavoro che si ritrovano fuori mercato (così si dice), ossia con pochi soldi con cui vivere anche nelle condizioni di economia sommersa, poiché il sommerso funziona se quanto meno c'è una certa circolazione di denaro. Il blocco dei prelievi bancari (non più di 250 $ alla settimana) deciso dal "sinistro" ministro delle finanze Cavallo, quello in fuga da qualche parte proprio perché eroe-artefice dei disastri sostenuto dai burocrati del Fmi e della World Bank, ha colpito le famiglie medie con conti in banca, mentre gli operatori del commercio non possono sostenere il mercato delle loro imprese perché impossibilitati a pagare in dollari le loro forniture all'ingrosso. La miscela perversa di congiuntura internazionale (i 150 mld di dollari del debito estero equivalgono alla fuga dei capitali locali) e di dollarizzazione dell'economia interna - su cui ora si fa marcia indietro, al prezzo di una svalutazione del peso di un buon 35-40 % con drammatiche ripercussioni sui costi dei beni primari (acqua, luce, cibo, medicinali) - ha scatenato una rivolta di massa, disperata quanto pacificamente decisa, almeno nelle apparenze iniziali. Un punto di vista interno saprebbe dirci meglio sia la concatenazione degli eventi e delle cause economico-sociali, sia la presenza sulle piazze dei protagonisti della rivolta, quelli spontanei e quelli organizzati in partiti o meno - come la CTA, la Confederacion dos Trabajadores Argentinos, oppure come il recente sindacato dei pony-express "Hijos" dei desaparecidos: quattro di loro sono stati assassinati nei moti del 21 dicembre nella storica Plaza de Mayo, dove anche le madri simbolo della Argentina che vuole cambiare hanno subito una repressione regressiva agli anni bui della dittatura militare (anche se per ora sembra che i militari non interferiscono con lo sviluppo degli eventi). La globalizzazione, come la guerra, ha un effetto devastante sulle società, sterminando la politica. L'incapacità delle élite politiche a gestire la situazione mai appare così evidente come in Argentina, dove si usurano le cariche più ambite di potere nel giro di 48 ore, senza che una soluzione emerga come risposta alle istanze di una società e delle sue necessità primarie. Qualunque rinegoziazione del debito o degli interessi del debito estero con le famigerate Istituzioni finanziarie internazionali non potrà restituire reddito ai cittadini, ma solo illudere la comunità internazionale su un recuperato controllo politico sull'economia, quando il vangelo neoliberale recita costantemente che il solo controllo auspicabile è quello del mercato, diavolo sterminatore alieno da ogni considerazione sociale. Del resto, quale ceto politico potrà disarmare un potere finanziario locale e estero che ha contribuito a portare al dominio globale? Quale ceto politico potrà imporsi su coloro che ne finanziano le fortune nelle costosissime campagne elettorali? Quale ceto politico sarà capace di dividere il fronte dei padroni, mettendo finanza contro industria, sindacati ufficiali contro associazioni dei consumatori? L'impasse della politica, anche grazie alla corruttela diffusa che sola ha consentito a quel ceto di restare tale nei suoi privilegi, è grave perché sganciare un paese enorme dalla rete globale è cosa ardua in tempi normali, figuriamoci quando si è alle prese con una miseria impetuosa che riporta sulla scena quei cittadini, lavoratori, disoccupati, giovani senza futuro, poveri affamati, che dovrebbero trovare in se stessi una cultura e una pratica di autogoverno, conquistata sul campo della rivolta, in assenza tuttavia di sostegno informativo che amplifichi solidarietà internazionale e di esperienza e risorse materiali per evitare di cadere nelle trappole seminate ad arte dalle forze del potere, abili a rimanere nell'ombra e a far rimanere nell'ombra gli obiettivi sensibili di una rivolta popolare. Eppure, l'unica speranza sembra proprio risiedere nella rivolta degli argentini contro quel sistema politico e quel sistema economico che li stritola senza ritegno. L'Argentina parla di noi tutti, del destino della guerra sociale scatenata contro i popoli dal capitale globale superarmato di dollari (o euro) nella battaglia sociale, e di armi di distruzione di massa nel terrore politico profuso a piene mani in sconcertante simbiosi con il ricatto avanzato sul pianeta: o con la globalizzazione tout court o con il contro-terrorismo dei fanatici religiosi di ogni fede. Salvo Vaccaro
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