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Da "Umanità Nova" n. 1 del 13 gennaio 2002
Corrispondenza da Buenos Aires
I ribelli dei cacerolazos
Pubblichiamo un'ampia sintesi del lungo comunicato fatto circolare dal
Gruppo Libertad di Buenos Aires dopo le rivolte popolari che hanno scosso
l'Argentina e la conseguente, feroce, repressione poliziesca.
Sebbene lo sfruttamento capitalista sia sempre esistito in Argentina, negli
ultimi anni la situazione dei lavoratori è andata via via peggiorando,
fino ad arrivare, allo stato attuale, ad un punto mai visto prima.
L'applicazione del modello neoliberista ha mostrato la faccia più
selvaggia dello sfruttamento capitalista, con un altissimo livello di
disoccupazione, l'educazione e la salute pubblica in uno stato deplorevole, un
alto costo della vita ed i salari più bassi della storia.
Nella prima settimana di dicembre di quest'anno, alcuni settori
imprenditoriali, finanziari, sindacali e dell'opposizione peronista al governo
di Fernando De La Rùa, fecero girare la voce di una svalutazione del
peso nei confronti del dollaro, il che generò una corrida bancaria, vale
a dire vennero ritirati dalle banche qualcosa come diecimila milioni di
dollari, mettendo in crisi il sistema finanziario. Questa mossa dei grandi
gruppi economici speculava per ottenere enormi guadagni a causa della sicura
svalutazione del peso all'incirca del 50%.
Il governo e il suo ministro dell'economia Domingo Cavallo presero come misura
l'annullamento di tutti i pagamenti in contanti mettendo un limite di 250 pesos
(o dollari) a settimana per ogni ritiro, tra le altre misure per salvare la
convertibilità e riempire il vuoto lasciato dai grandi tesorieri con il
denaro dei piccoli e medi risparmiatori. La mancanza di circolazione
provocò una caduta a capofitto dell'attività commerciale, dei
ritardi terribili nelle banche, e la rottura nella catena dei pagamenti.
In questa situazione di mancanza di liquidità una gran quantità
di pensionati non poté ritirare i propri averi, così come molti
lavoratori patirono ritardi nella riscossione dei salari, inoltre non poterono
riscuotere il debito per la mancanza di contanti. Il malcontento
cominciò a crescere, sebbene l'unica manifestazione concreta fino a quel
momento, era data dall'alta percentuale di astensioni, di voti nulli e in
bianco dell'ultima elezione che arrivò all'incirca al 30% (un dato
più che importante tenuto conto che il voto è obbligatorio in
Argentina).
Il Partido Justicialista promosse un golpe istituzionale, appoggiato dalla
C.G.T. (quella ufficiale e quella ribelle) per tornare al potere lasciato nel
'99. Attraverso alcuni sui dirigenti locali incoraggiarono i primi saccheggi ai
supermercati, che divennero generalizzati dopo appena due giorni. Ma la mossa
gli è sfuggita di mano: lo sappiamo, chi gioca col fuoco alla lunga si
brucia.
La crisi economica che vive l'Argentina, prodotto della rapina e dello
sfruttamento di cui è vittima il popolo ha generato in tutto il paese
una serie di risposte spontanee di rifiuto e di protesta contro la classe
dirigente. Tutto è cominciato con una serie di saccheggi isolati nei
supermercati del paese, ma specialmente nella provincia di Buenos Aires e Entre
Rios, promossi in principio dai peronisti (facenti parte del partito
Justicialista, in quel momento all'opposizione) per destabilizzare il governo
di De La Rùa (della Union Civica Radical), proprio come avevano fatto
nell'89 durante il governo di Alfonsin e che effettivamente portò alle
sue dimissioni dopo la dichiarazione dello stato di assedio. La cosa,
però, gli è sfuggita di mano. In un paese in cui ci sono quattro
milioni di persone disoccupate e quattordici milioni che vivono in miseria e
dove i negozi ed i centri commerciali ostentano nelle loro vetrine i prodotti
più cari, ed i cibi più selezionati per le classi benestanti, i
saccheggi si sono trasformati in una azione di massa in tutte la zone escluse;
si è portato via dai supermercati tutto il necessario, dagli alimenti
agli elettrodomestici.
Mercoledì 19 la polizia ha cominciato a reprimere duramente ed alcune
delle grandi catene hanno scelto di distribuire buste della spesa per non
essere saccheggiati (borse che costavano meno di 5 dollari ognuna rispetto ai
milioni di perdita, ma neanche così passò l'effetto contagio). La
situazione si faceva sempre più tesa e all'incirca alle 23 di quello
stesso giorno, il Presidente De La Rùa decretò lo stato di
assedio in tutto il paese per trenta giorni, la polizia era schierata e la Casa
Rosada (sede del governo) ed il Congreso erano protetti da ingenti forze di
polizia e da recinti. Immediatamente i cacerolazos cominciarono a suonare dalle
finestre dei quartieri di Buenos Aires. Se fino a quel momento l'esplosione si
concentrava nelle zone più povere, ora anche dai quartieri della classe
media la gente usciva nelle strade: gli uni non avevano soldi, gli altri si,
però non potevano disporne. La gente si concentrò in maniera
spontanea nelle strade, dalle case scendevano donne e uomini con i propri
figli, anziani, giovani ed in una forma anch'essa spontanea, cominciarono a
marciare fino alla Plaza de los dos Congresos e Plaza de Mayo.
Il popolo argentino, già provato dalle miserie alle quali è stato
sottomesso da anni, per la prima volta, mettendo da parte i suoi dirigenti
tradizionali, si autoconvocò per mezzo dei cacerolazos, dei passaparola,
dei giri di telefonate, delle assemblee di strada ed attraverso la diffusione
in radio e televisione delle manifestazioni spontanee, il che generò un
effetto di partecipazione attraverso il contagio. Se ciò che
pretendevano con lo stato di assedio era che nessuno si muovesse dalle proprie
case, ottennero tutto il contrario. Ma quello che cominciò come una
manifestazione pacifica al grido di sfida "che se lo mettano in culo lo stato
di assedio", che fece rimbombare la città con il suono dei cacerolas ed
i clacson delle auto e dei taxi che decisero di unirsi, terminò verso le
3 di mattina in una fumata di gas lacrimogeni e palle di gomma, distruzioni e
centinaia di arresti e con le dimissioni del Ministro dell'Economia (in carica
anche durante una tappa della dittatura e sotto la presidenza di Menem, il
padre della convertibilità peso-dollaro) Domingo Cavallo.
La mattina seguente, Plaza de Mayo si riempì nuovamente di gente.
Cominciò di nuovo come un atto pacifico e insieme ai cacerolazos vi
erano anche pensionati e bambini. Oltre allo stato di assedio ora si ripudiava
anche la repressione del giorno precedente. Le grida di disprezzo coinvolgevano
tutti i partiti politici, compresa l'opposizione di sinistra e non fu permesso
(come nemmeno la notte precedente né successivamente) a nessuno di
esporre alcun tipo di bandiera o striscione di partito. Il MAS, PTS, PO e
Izquierda Unida (PC e MST) tennero un comportamento vergognoso, mantenendosi ai
margini dei fronteggiamenti con la polizia e frenando chiunque intendesse
compiere delle azioni di danneggiamento, sebbene diversi militanti di questi
partiti non resistettero al contagio e vi parteciparono individualmente, a
dispetto dell'immobilismo delle proprie organizzazioni. Entrarono in azione
diversi gruppi organizzati, senza alcuna identificazione partitica, ed anche
moltissimi compagni anarchici. In Plaza de Mayo il rifiuto era diretto anche
nei confronti dei dirigenti sindacali (vere mafie organizzate ed in maggioranza
peroniste), il settore imprenditoriale (comprese le banche), tutti i politici
ed i funzionari tanto del Governo come dell'opposizione, e le forze della
repressione. De La Rùa si trovava nella Casa Rosada ed a mezzogiorno
diede l'ordine di ripulire la piazza. La carica si scagliò contro la
gente sbattuta in prigione a mazzate e trascinata per i capelli. Per tutta la
sera la gente ha resistito in piazza. I manifestanti bloccarono gli accessi
scontrandosi con la polizia, mentre, al centro, le Madres de Plaza de Mayo, che
come ogni giovedì facevano il giro, ed alcuni gruppi politici furono
violentemente sgomberati dalla polizia. Verso le 18 il centro di Buenos Aires
era diviso in due, dalla Avenida 9 de julio a Plaza de Mayo la polizia era
riuscita a prendere il controllo, e dall'Avenida fino al Congreso la gente
riempiva le strade ed alzava barricate. Nella Avenida 9 de julio continuavano
gli scontri nel mezzo del fumo delle barricate e dei gas lacrimogeni, sotto il
rumore dei motoqueros che passavano in gruppo prendendosi gioco della
repressione. Arrivavano blindati e camionette piene di poliziotti che sparavano
dai finestrini, con moto, blindati e camion con gli idranti. Ma, malgrado la
repressione, la gente si rifiutava di abbandonare le strade, compreso nei
dintorni di Plaza de Mayo, totalmente assediata. Già si sapeva che sette
giovani erano stati assassinati a colpi di pallottole. Dai balconi tiravano
secchiate d'acqua e limoni per aiutare los encapuchados che resistevano (i
vecchi ed i bambini si erano già allontanati) ed il clima era di vera
comunanza tra la gente, che continuava ad arrivare. Le forze di sicurezza erano
riuscite a malapena a controllare il microcentro (malgrado la gente si
difendesse soltanto con pietre e palizzate) ma non giunsero mai a controllare i
manifestanti che continuavano, nei dintorni, a distruggere e saccheggiare i
simboli ed i maggiori esponenti del sistema capitalista: banche, uffici
pubblici, della polizia, AFJP (compagnia di assicurazione privata delle
pensioni) e ART (Assicurazioni dei rischi del lavoro), uffici commerciali della
compagnia di elettricità EDESUR, Mc Donald's, Blockbuster, la catena di
discoteche Musimundo. Le Avenide di Mayo e Corrientes mostravano un aspetto
insolito nel fuoco e nella distruzione. Verso le 19,30 le dimissioni di
Fernando De La Rùa divennero pubbliche, ma gli scontri ed i saccheggi
nel centro città continuarono fino al calar della notte.
Il risultato dopo le giornate del 19 e 20 dicembre fu il seguente: 30 morti (la
maggior parte durante i saccheggi a causa degli spari dei commercianti ed
altrettanti nei dintorni di Plaza de Mayo a causa della polizia; la maggior
parte aveva una ventina d'anni, ma sono morti anche un uomo di 57 anni ed una
bambina di 13), centinaia di feriti, 3200 detenuti e torturati nei posti di
polizia (molti dei quali ancora in carcere), 200 saccheggi o più a
supermercati, 1000 milioni di dollari di perdita per le compagnie che sono
state attaccate, i cui giganteschi introiti sono in gran parte causa della
miseria popolare. Le sollevazioni sono avvenute in tutto il paese e si
moltiplicarono ancor di più quando arrivavano le notizie della
ribellione civile a Buenos Aires.
Nel resto del paese, nella Capitale e nel territorio del Gran Buenos Aires i
saccheggi sono continuati ed anche la repressione poliziesca. Nel pieno della
contesa, mentre migliaia di manifestanti volevano arrivare al centro della
città, entrambi le centrali sindacali cominciarono uno sciopero generale
a tempo indeterminato, non al fine di cavalcare la protesta popolare, ma per
far sì che - con lo sciopero dei trasporti - i manifestanti non
potessero arrivare al centro della città. La CGT, uniformata per
sindacati sudditi del peronismo ed al servizio del padronato, non esigeva una
rivoluzione ma un colpo di stato democratico e legalista al fine di portare al
potere il Partido Justicialista.
I peronisti male interpretarono il messaggio del popolo: la protesta era
diretta anche contro di loro, i leader sindacali, gli impresari, le banche ed
il Fondo Monetario Internazionale. I sorrisi di giubilo di Menem, Duhalde (ex
governatore della provincia di Buenos Aires), Rodriguez Sàa (nuovo
presidente eletto dal Parlamento), Ruckauf (governatore di Buenos Aires) ed
altri gerarchi del Justicialismo cominciarono a scomparire la notte del 28
dicembre quando, dopo alcuni giorni di apparente calma in cui si sperò
nel cambio, un altro cacerolazo spontaneo finì con la repressione
poliziesca.
La sera di quel giorno, nella stazione ferroviaria di Once, nella Capitale
Federale, diversi convogli di treni furono incendiati, i pompieri della polizia
e gli uffici presi a sassate dalla gente. Furia scatenata dalla lunga attesa e
dalla non restituzione del costo della tratta dopo aver scoperto che il
servizio era stato interrotto, a causa di un conflitto corporativo che, d'altra
parte era scoppiato al di fuori della struttura sindacale. In aggiunta a questo
il nuovo presidente aveva collocato nei posti di governo ex funzionari
costretti ad abbandonare gli incarichi, nella passata decade, per le denuncie
di corruzione, ai tempi in cui lui stesso subiva le stesse denuncie. La gente
scese nelle strade indignata, per ciò che apparse come una burla e si
concretizzò in un chiaro esempio di mancanza di intelligenza politica.
Nuovamente il cacerolazo spontaneo e la gente che si concentrava di fronte al
Congreso ed alla Casa Rosada. Il principale accusato di corruzione, Carlos
Grosso, si dimise, ma la notte portò a diverse decine di arresti e
alcuni feriti. Durante gli scontri fu incendiata l'ala est del Congreso dai
manifestanti che riuscirono ad entrare ed a portare in strada la mobilia ed
altri simboli che furono immediatamente incendiati. Alla polizia non
andò tanto bene. I manifestanti ferirono una dozzina di repressori a
sassate, mazzate e bastonate provocandogli fratture in tutto il corpo; stavolta
i feriti gravi toccavano a loro. Anche in questa circostanza la manifestazione
fu autoconvocata, non vi furono bandiere partitiche e vi fu una partecipazione
attiva di molti compagni anarchici.
Sebbene negli incidenti non vi siano stati morti, lo Stato non poteva andar via
a mani vuote: nella notte del 29, quando gli incidenti volgevano al termine,
tre giovani sono stati assassinati da un poliziotto in pensione. L'assassino di
Maxi, Christian e Adrian - un ex autista del tiranno Jorge Videla - li ha
fucilati in un bar nel quale il poliziotto vigilava, perché mentre
vedevano le immagini dei manifestanti che colpivano uno in uniforme,
commentarono con soddisfazione il fatto che stavolta toccava a loro prenderle.
Quando il poliziotto macellaio, di nome Belastiqui, lì udì, li
assassinò all'istante, li trascinò fuori dal bar, gettò un
coltello vicino i loro corpi e dichiarò di essere intervenuto per
sventare una rapina. Il quartiere di Floresta, indignato per il crimine nei
confronti dei tre giovani, voleva linciare il cane assassino, ma i suoi
camerati d'arma lo difesero, scatenando un'altra battaglia campale nel
quartiere, che finì senza altre vittime designate. I giovani assassinati
godevano di una profonda stima in tutto il quartiere, erano clienti abituali
del bar e non avevano neppure partecipato ai violenti scontri di quel giorno.
Maxi, Christian e Adrian avevano tra i 23 ed i 25 anni.
Il presidente Rodriguez Saà promise in sette giorni l'irrealizzabile, si
riunì con tutto il quadro politico di destra e di sinistra, compresi i
piqueteros, i sindacalisti della CGT, i combattivi (CCC) e le Madres de Plaza
de Mayo di Hebe de Bonafini. Questo collage si disintegrò con le
dimissioni di Rodriguez Sàa il 29 di dicembre ed il suo secondo, Puerta,
rifiutò l'incarico. Eduardo Duhalde, noto repressore ed autoritario
della prima ora, è stato eletto nuovo presidente dal Parlamento il 1
gennaio. Nella sua proposta economica si annuncia una svalutazione controllata
che ridurrà i salari reali di un 20 - 30%. È di nuovo il popolo a
pagare la crisi. Nel frattempo diverse centinaia di manifestanti restano
detenuti nelle carceri e nei commissariati di tutto il paese.
La situazione attuale resta esplosiva. Le basi hanno scavalcato i loro
dirigenti (ora certamente pentiti d'aver incoraggiato la disobbedienza civile
ed i saccheggi). Nessun politico, dirigente sindacale o imprenditore gode di
prestigio in Argentina. Il popolo è stanco di subire la miseria e i
furti ai quali è sottoposto giorno dopo giorno. Le parole d'ordine sono:
"in Argentina non si ruba mai più" e "che se ne vadano tutti, che non ne
rimanga nemmeno uno".
Il momento che si vive in questo paese è l'inizio di un processo che non
sappiamo come si concluderà. Insieme alla furia vi è uno stato di
euforia, ed una nuova forma di identità sta nascendo tra NOI e LORO. Da
una prospettiva anarchica vediamo che questo è un momento molto propizio
per la diffusione delle nostre idee.
Grupo Anarquista Libertad/Grupo editor del periodico LIBERTAD, traduzione di
Brix
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