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Da "Umanità Nova" n. 3 del 27 gennaio 2002

La legge di Silvio
Il Giudice, il Cavaliere ed il Maggiordomo

Bisogna ammettere che i nuovi governanti, nonostante la relativa inesperienza, hanno imparato in fretta le regole del gioco. Diventando anche più bravi di chi li ha preceduti.

Erano stati promessi 100 giorni da record, una vera e propria maratona legislativa, con leggi su leggi discusse, approvate e ratificate, provvedimenti e disposizioni, norme, regole e via andare, e per molti aspetti bisogna convenire che le loro non sono state tutte promesse da marinaio.

Messo infatti in sordina l'evidentemente pretestuoso problema del conflitto di interessi, che, stando al pittoresco testamento stilato da Berlusconi davanti al notaio Vespa, avrebbe dovuto essere risolto ai primi di agosto, l'attività governativa si è concentrata su alcune questioni che definire di stretta e necessaria pertinenza privata del cavaliere, appare persino benevolo. E con concreti risultati.

Credo sia inutile riandare all'elencazione dei provvedimenti presi (o da prendere in tutta fretta), in materia di giustizia ed economia, in questi pochi mesi, perché i lettori di Umanità Nova già sanno delle leggi sulle rogatorie, sul falso in bilancio, sull'eredità, sulle fondazioni bancarie, sul rientro dei capitali illegalmente esportati, sul cosiddetto mandato di cattura europeo, sull'autorizzazione a procedere per i parlamentari, sulle scorte ai magistrati, ecc. ecc. Credo sia inutile, anche, ripercorrere le tappe dell'infinito processo SME-Ariosto, diventato ormai la madre di tutti i processi: tutti sanno che l'unico interesse della banda Previti-Berlusconi è di non far celebrare il processo, in modo da arrivare all'agognata prescrizione. E, quindi, senza badare a spese e a figure di merda. Tanto, una più o una meno... Penso piuttosto sia più utile tentare qualche modesta considerazione sugli sviluppi dei feroci contrasti innescati dallo spudorato uso della giustizia, e del suo ministero, portato avanti da Forza Italia e dai suoi complici.

Appare subito evidente che l'interesse privato così tenacemente perseguito dal governo è anche un attacco senza precedenti portato dal potere politico a quello giudiziario. Dopo decenni e decenni di armonia, durante i quali l'ovatta democristiana funzionava da cuscinetto fra le relative autonomie e le uniche turbative erano le inchieste di sparuti pretori d'assalto, il successivo utilizzo politico della magistratura negli anni di "mani pulite" ha decisamente rotto delicati equilibri. La storia è fin troppo nota perché valga la pena di ripeterla; quel che è certo è che oggi la necessità di salvare se stesso, le proprie aziende e il governo costringe Berlusconi all'offensiva finale. Non essendo noi dentro alle segrete stanze, inevitabilmente ci sfuggiranno parecchi dettagli, ma non credo ci siano dubbi sul fatto che in questi giorni si stanno giocando le ultime carte della partita iniziata una decina di anni orsono. Ma a differenza di prima, oggi le carte del cavaliere sono decisamente migliori, e questo spiega la sua aggressiva tracotanza. Se infatti, fino a poco tempo fa, il tratto distintivo era il vittimismo, ora è diventato la orgogliosa rivendicazione dei propri atti: la recente affermazione di meritarsi la medaglia per la cordata SME, ne è la riprova.

Contando sul supporto di un ministro della giustizia con la vocazione del maggiordomo, e quindi entusiasticamente disposto a rimestare a piene mani nel letame, pur di "riportare alla normalità" il potere di quegli stessi giudici un tempo osannati, e confidando sul silenzio-assenso di Alleanza Nazionale, indebolita dal protagonismo di Forza Italia, l'omino coi tacchi può finalmente aggredire non solo la singola norma o interpretazione, quanto uno dei capisaldi del sistema democratico, vale a dire la divisione dei poteri. Quello che neppure il fascismo riuscì a fare sino in fondo è oggi alla sua portata: le regole del gioco sono pronte per essere cambiate.

È evidente che a questo punto la magistratura, che è la casta più potente e corporativa fra quelle dei servitori dello stato, si è chiusa in se stessa pronta a difendere i propri privilegi come una tigre ferita. E infatti, attorno alla emblematica, ma politicamente indefinibile, figura di Borrelli, si sono raccolte tutte le correnti dei magistrati (le stesse che il maggiordomo ha detto di voler abolire), ben consapevoli che se passerà la linea governativa, il loro potere di casta ne uscirà definitivamente ridimensionato. Le clamorose inaugurazioni dell'Anno giudiziario, con relative contestazioni in puro stile sessantottesco, sono solo la punta dell'iceberg della partita cui siamo chiamati ad assistere. E appare significativo come un piccolo gruppo di giovani magistrati, evidentemente lontani, per motivi anagrafici, dalle motivazioni del loro colleghi più anziani, abbia deciso di infischiarsene del conflitto "politico", in cambio di sostanziosi aumenti di stipendio. Che, siamo convinti, il generoso e scaltro capo del governo non farà mancare.

Di fronte a questo l'opposizione non trova di meglio che riflettersi specularmente sui temi scelti dal suo avversario. Se appare quasi utopico che questa sinistra tanto strapazzata possa prendere una qualsiasi iniziativa, risulta comunque eccessivo il suo appiattimento sulla giustizia, soprattutto quando i campi di battaglia, per chi avesse voglia di lottare, davvero non mancano. Basti pensare alla riforma della scuola, alle modifiche allo statuto dei lavoratori, alle emergenze ambientali, alla guerra, alle crisi internazionali, al lavoro interinale, all'accoglienza ai migranti, e chi più ne ha più ne metta.

Ancora incapace di capire gli effetti negativi che il giustizialismo forcaiolo di "mani pulite" ha prodotto nel tessuto sociale, la sinistra spera di recuperare, con questo sperimentato grimaldello, i consensi persi in lunghi anni di litigiosissima inattività. E per far ciò si mostra disposta a rimettere se stessa ed il proprio elettorato in mano alla casta dei giudici, affidando quanto sopravvive di un comune patrimonio di ideali e di lotte, ai rappresentanti di una casta feudale che ha fatto, della violenza di stato e della repressione, la sua arma preferita. Se pensiamo che fra i più accesi critici dell'attuale governo si è fatto notare il giudice Laudi, ci rendiamo conto di quanto sia vergognoso e indecente ergere a referente morale la magistratura.

E tutto questo il governo lo sa, ed ha buon gioco, pertanto, nel muovere le proprie pedine. La sua brutale arroganza, solo apparentemente spavalda, poggia invece su solide basi: sulla scarsa stima che circonda i giudici, sulla incapacità politica, paralizzata e paralizzante, della sinistra, sulla considerazione di cui gode chi ha fatto i miliardi (e non importa come), sulla ingenua convinzione che le capacità imprenditoriali del suo capo siano esattamente come ci si vuol far credere. E infatti la fiducia delle italiche genti nella compagine governativa sembra addirittura crescere. Del resto in un paese in cui prosperano le madonnine piangenti, gli adepti di padre Pio e i venditori di terni secchi vincenti, un professionista come Berlusconi potrebbe pretendere anche di più. Grazie cavaliere, per non voler strafare.

Massimo Ortalli



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