![]() Da "Umanità Nova" n. 8 del 3 marzo 2002 Un mondo intollerabileCi sono tragedie di massa, evidentemente, inevitabili. Tragedie la cui unica causa è sempre riconducibile a quell'insieme di circostanze che, nel loro fortuito concatenarsi, diventa Fatalità. La solita, tragica ma fatale, fatalità. Quella che, guarda caso, colpisce regolarmente e con beffarda precisione, chi già dalla vita ha ricevuto solo miseria e sofferenza. Vittime della fatalità sono gli inconsapevoli contadini afgani colpiti dagli ordigni sganciati dai B52. E i bambini iracheni affamati dall'embargo americano, o i cittadini di Bophal in India, gli abitanti delle città centroamericane colpite da devastanti terremoti e le cui case si sbriciolano come gesso, o i boliviani sommersi da fiumi straripanti, resi ingovernabili dal degrado ambientale che li ha colpiti. E gli Hutu e i Tutsi uccisi dalle fatali zagaglie dei loro fratelli, o i palestinesi e gli israeliani, che per fatalità, per pura fatalità, si trovano sulle traiettorie di missili e kamikaze. Anche le oltre 370 vittime del treno egiziano bruciato, in questi giorni, lungo il Nilo, sono, come le altre, non tanto vittime della miseria e del degrado provocati da una criminale divisione delle risorse, ma, piuttosto, della fatalità. Una fatalità orribile, quale può essere quella che ti vede bruciare vivo nella bellissima notte egiziana, che ti vede lanciarti terrorizzato dal treno in corsa che non riesce a fermarsi, che ti vede morire soffocato assieme ai tuoi disperati compagni di sventura, che ti vede guardare la morte negli occhi, senza capire perché, senza trovare alcuna giustificazione. Se non quella, appunto, della fatalità. Non è, forse, fatalità, infatti, che nel treno dei poveracci ogni vagone contenga cinque volte tanto le persone che dovrebbe? Non è, forse, fatalità che questo vagone sia in legno e di altro materiale infiammabilissimo, perché il prezioso e raro materiale ignifugo deve essere riservato ai treni di lusso per turisti? Non è, forse, fatalità che i sistemi di controllo e sicurezza, su un convoglio che non prevede neanche la prima, non funzionino con sconcertante regolarità? Non è, forse, fatalità che i finestrini siano blindati con sbarre di ferro per impedire l'assalto di viaggiatori clandestini, ancora più poveri di quelli che hanno due lire per il biglietto? La retorica e la demagogia che nei nostri salotti accompagnano sovente le interessate considerazioni sui benefici e i vantaggi della globalizzazione (che, a sentire certi commentatori, ci rende tutti più ricchi e partecipi del progresso universale), si scontrano, sul campo, con una realtà talmente viva nella sua incredibile drammaticità, da diventare le caricature di se stesse. Le risorse e le energie che un paese disastrato come l'Egitto destina al turismo di lusso, sono l'esempio di come, ormai, si sia persa completamente ogni apparenza di buonsenso, per non dire di etica sociale. A poca distanza dalle "città dei morti" del Cairo e delle altre metropoli del delta del Nilo, dove centinaia di migliaia di persone sopravvivono rovistando nelle montagne di rifiuti prodotti da mostruosi agglomerati umani, sorgono i lussuosissimi impianti turistici del Mar Rosso. Quelli di Sharm el Sheck, di Dahab, di Nwueba, là dove si sta distruggendo uno dei più bei litorali del mondo, per ospitare, come si conviene "nel fascino di una meravigliosa cornice esotica", quelle torme di rampanti padani o di patacchetti romagnoli, che di quel paese, della sua storia e della sua realtà porteranno, come solo ricordo, un cammello di peluche. E anche, perlomeno, un po' di dissenteria. È difficile, in paesi che non siano quelli del cosiddetto terzo mondo, vedere così evidenti e stridenti le differenze di classe e di ceto. E toccare con mano i guasti che il capitalismo globale produce e riproduce in situazioni già disastrate. È raro, altrove, potere osservare con tanta chiarezza, toccare direttamente con mano, quanto sia profondo il solco tra chi ha troppo e chi non ha nulla, tra chi può toccare il cielo con un dito e chi ha per tetto solo un cielo di stelle. È un solco profondo, incolmabile, fatto di disperata rassegnazione, che diventa sempre più profondo e sempre più allontana le masse indigenti da ogni prospettiva di emancipazione e benessere. Un solco che si introietta nelle identità collettive di queste società, e che fa dire, anche a loro: è fatalità, solo fatalità. Diventa evidente, quindi, che, per ribaltare questa tendenza, si rende sempre più necessaria una saldatura fra chi, nel nord del mondo, cerca di contrastare i disegni dell'imperialismo, e chi, nel sud, comincia a pensare che la fatalità sia solo una macabra invenzione del potere. E che solo prendendo in mano il proprio destino, sarà possibile costruire un futuro più consapevole e più libero. Dalla paura, dalla miseria, dalla fatalità. Massimo Ortalli
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