![]() Da "Umanità Nova" n. 9 del 10 marzo 2002 Il Cavaliere e le bombePuntuale come un treno svizzero la bomba al Viminale. Tanto puntuale che qualcuno ha ironizzato sulla straordinaria "intelligenza" del petardone fatto esplodere in un momento di acceso scontro sociale, all'indomani delle dichiarazioni di Scajola sul carattere eversivo dei girotondi ulivisti. Niente di nuovo sotto il sole d'Italia. Per decenni i vari momenti della storia del nostro paese sono stati costellati dal periodico esplodere di ordigni. Al contrario del ministro dell'Interno, che il giorno successivo alla bomba si è affrettato "per esclusione" ad appiopparla agli anarchici, noi non sappiamo chi sia il pirotecnico di turno. Sappiamo però che la partita che si sta giocando è grossa e la posta in gioco potrebbe essere più alta che in passato. Supponiamo che nessuno dubiti che le nostre simpatie per quelli del Palavobis siano pari solo a quelle per l'amena compagine governativa guidata dal serafico Cavalier Berlusconi. Nondimeno l'attacco sferrato da Scajola e Castelli e poi ribadito dallo stesso Berlusconi non può non suscitare preoccupazioni. Sebbene Berlusconi ed i suoi temano più la magistratura che la piazza e al Silvio nazionale la miscela di una piazza inneggiante all'odiato Borrelli possa apparire esplosiva, tuttavia l'esangue Fassino pare decisamente poco credibile nel ruolo di eversore notturno. D'altra parte uno che ha vinto le elezioni con proclami anticomunisti degni dei momenti più caldi del dopoguerra è certo convinto che una buona parte del suo elettorato sia più che disponibile ad ingoiare le peggiori panzane. Lo scontro tra l'esecutivo e la magistratura è di proporzioni tali da prefigurare una vera e propria crisi istituzionale che la Casa delle Libertà cerca in parte di risolvere con un rafforzamento dell'esecutivo possibile grazie alla robusta maggioranza parlamentare garantita dall'attuale legge elettorale. Sebbene il parlamento abbia già assicurato più di un ombrello al Cavaliere, dovrebbe essere ormai chiaro che l'uomo di Arcore punta più in alto. Il copione è quello coerentemente seguito sin dalle tragiche giornate di Genova, quando l'opera di criminalizzazione (e repressione) del movimento ha investito in modo insospettabilmente equanime le aree moderate come quelle più radicali, abilmente descritte come parte di un sodalizio eversivo comune. Criminalizzare l'opposizione sociale, tratteggiando una continuità ideale tra uomini dei caroselli, no-global, CGIL, centri sociali, anarchici e notturni esplosivisti è il grimaldello con il quale aprire la strada ad una democrazia blindata, riorientata in senso autoritario pur all'interno dell'attuale quadro istituzionale. D'altra parte è ormai chiaro che ci troviamo di fronte ad un acuirsi dello scontro sociale sulle politiche governative che vede un significativo coinvolgimento di sempre più vasti settori di lavoratori, pensionati, studenti. Allo sciopero generale del sindacalismo di base del 15 febbraio ha aderito un numero di lavoratori più ampio del tradizionale bacino di consenso di quest'area sindacale. Sintomo inequivocabile che la perdurante attitudine concertativa della stessa CGIL, ritiratasi dalla partita dopo l'accordo del 4 febbraio, comincia a mostrare la corda. In questa situazione il governo Berlusconi, nonostante la solida maggioranza parlamentare e le benevole rassicurazioni fornite dai sondaggi, si trova a giocare una partita difficile in cui la propria stessa base di consenso potrebbe alla lunga risultare erosa. Il tentativo di riaprire scenari da "strategia della tensione" diviene la chiave di volta di un progetto politico che, costitutivamente, si fonda su una perdurante "emergenza" sul piano dell'ordine pubblico. Rispetto alla storia italiana degli ultimi decenni la novità forte è il tentativo di implicare anche i partiti moderatissimi dell'opposizione parlamentare. Poco importa che l'operazione sia delle più implausibili, che i gruppi politici e sindacali coinvolti non solo non siano contigui ma spesso si pongano in netta contrapposizione. In un paese la cui autentica assise pubblica è il "Porta a porta" di Bruno Vespa sono sufficienti le dichiarazioni ad effetto per sollevare un polverone in cui tutte le vacche diventano grigie. Intanto, poco a poco, la politica del manganello diviene elemento costitutivo del panorama sociale. In queste settimane, ancor prima dell'entrata in vigore dell'infame legge sull'immigrazione, si sono susseguite le retate contro gli immigrati, rastrellati in tutta Italia e deportati in paesi da cui spesso erano fuggiti per evitare il carcere, la tortura, la morte. E, lo sappiamo, non è che l'inizio. Nelle prossime settimane non si può escludere un ulteriore irrigidimento muscolare del Cavaliere, che, con sagace anticipo di tempi già parla delle prossime manifestazioni descrivendole come "moti di piazza". Non inganni il linguaggio retrò: carabinieri e polizia useranno i manganelli e i gas più moderni e micidiali. Mortisia
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