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Da "Umanità Nova" n. 10 del 17 marzo 2002

Afganistan. Guerra duratura

Si sa che le bugie, in guerra, sono altrettanto importanti delle armi più sofisticate. Ma a volte si esagera.

Anche se gli statunitensi avevano premesso, fin dal primo giorno della campagna afgana, che sarebbe stata una guerra di cui i media avrebbero saputo poco, e quel poco filtrato dai loro comandi, gli ultimi avvenimenti danno davvero la misura di quanto la disinformacija non sia stata una prerogativa sovietica ma abbia fatto scuola, e che scuola, anche nel democratico occidente.

Ci era stato assicurato, poche settimane orsono, che le ostilità in Afganistan erano terminate, che gli orchi talebani e i pericolosi miliziani di Al Qaeda erano stati sbaragliati, e che, anche se di Omar e Osama nessuna traccia (e come mai?), l'ordine regnava a Kabul e il burqa era un residuo del passato. Tutto era bene quel che finiva bene, parecchie migliaia di morti fra i civili, un po' meno fra i combattenti, quasi nessuno fra i "buoni", ma del resto, che guerra sarebbe stata altrimenti?

E invece no! E invece i giornali del 5 marzo ci riportano nel pieno di una cronaca inaspettata: nel corso di violentissimi combattimenti fra afgani e truppe statunitensi, due elicotteri sono stati abbattuti e otto militari a stelle e strisce sono stati uccisi. E due giorni dopo, altri cinque soldati, tre tedeschi e due danesi, hanno perso la vita in operazioni di sminamento. Al di là della effettiva portata delle perdite occidentali, la cui entità non verremo mai a sapere, il dato più significativo è, dunque, che l'Afganistan è tutto fuor che pacificato e che l'unica verità raccontata fin da i primi giorni, è che questa guerra sarebbe stata molto lunga.

Del resto non è pensabile che, con tutto quello che sta dentro a "libertà duratura", le cose potessero sistemarsi tanto in fretta. In quella che è stata descritta come un'operazione di polizia contro il terrorismo internazionale (ed è chiaro che questo è l'obiettivo meno importante), le poste in gioco sono ben altre. Provo ad elencarne alcune, sicuro comunque di dimenticare qualcosa: il controllo di un territorio vitale per gli equilibri strategici delle future zone caldissime del pianeta; la spartizione delle vie di rifornimento di gas e petrolio fra le grandi potenze mondiali; il cosiddetto scontro fra civiltà, fra oriente islamico e occidente cristiano; la volontà di vendetta e di rivincita di un'opinione pubblica americana quant'altri mai umiliata e impaurita; il desiderio di "esserci" di un'Europa risospinta in una posizione marginale dal protagonismo statunitense; l'occasione di ridisegnare equilibri e alleanze in un'area che va dal Marocco all'Indonesia; la possibilità di sperimentare nuove armi e tecnologie sul campo e non in banali esercitazioni; il bisogno statunitense di rilanciare un'economia in piena crisi sostenendo a dismisura l'industria bellica.

È poi evidente che, come tanti e pesanti sono gli argomenti occidentali a sostegno della guerra, vale a dire quelli che siamo soliti prendere in considerazione nella nostra visione eurocentrica, altrettanti sono quelli espressi dalle potenze orientali, regionali e non. Basti pensare alla situazione indo-pakistana, allo sviluppo industriale cinese, agli interessi iraniani o sauditi, per convincersi che di "servizi" dall'Afganistan ne dovremo leggere ancora molti.

La guerra afgana, come tutte le guerre di questi ultimi anni, è essenzialmente la guerra che due o più eserciti combattono, spalla a spalla, contro la popolazione civile. Le decine di migliaia di morti, le centinaia di migliaia di adulti e bambini mutilati, i villaggi distrutti, le coltivazioni perdute, le devastazioni morali e materiali sono lì a ricordarcelo. A due mesi dalla presunta fine di questa guerra, aerei statunitensi hanno nuovamente bombardato colonne di civili facendo numerosi morti. È notizia di questi giorni.

Per quel che ci risulta, fino ad oggi l'intervento occidentale contro il nuovo impero del male, rappresentato dal regime dei talebani, non ha portato eccessivi benefici alle popolazioni locali. Oltre a quanto detto, decine di migliaia di mine e bombe a farfalla disseminate nei campi, "aiuti umanitari" piovuti dal cielo studiati per essere confusi con le mine, interi territori sottratti al controllo locale e occupati militarmente, prigioni rigurgitanti di sospetti guerriglieri che quando diventano troppi vengono massacrati senza complimenti, la prigione di Guantanamo (e non aggiungo altro), un governo fantoccio in balia dei mille signori della guerra che hanno ripreso a spartirsi zone d'influenza e sporchi traffici, un qualche centinaio di donne della borghesia locale finalmente liberate dal burqa per la gioia dei cronisti occidentali, ma tutte le altre oppresse come (se non più) di prima, un'economia completamente distrutta, l'invasione di migliaia di giornalisti aggressivi e prepotenti con la mazzetta dei dollari in mano e, ultimo ma non ultimo, la visita del sottosegretario Sgarbi e del suo amico Elkan. E parlano di guerre umanitarie.

È difficile non sentirsi impotenti rispetto a quanto fin qui descritto, ma è ancora più difficile accettare l'idea che non si possa far niente. Anche qui, a migliaia di chilometri di distanza, a metà strada fra il primo mondo americano e l'ultimo mondo del pianeta, anche noi possiamo e dobbiamo far sentire la nostra voce e cercare che le cose cambino. E che cambino definitivamente.

Dietro le devastazioni e gli assassinii legalmente commessi dagli eserciti, da tutti gli eserciti del mondo, ci sono il delirio egemonico, la paranoia autoritaria, il parossismo di un potere che rincorre se stesso come una belva impazzita. Sta a noi farli uscire dal tunnel della follia e ricondurli alla ragione.

Massimo Ortalli



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