|
Da "Umanità Nova" n. 10 del 17 marzo 2002
Dibattito
Ad ovest di Porto Alegre
Crediamo sinceramente che a livello mondiale i nostri "no" si sommino
semplicemente con tutti gli altri che provengono dal resto del pianeta, mentre
i "sì" debbono essere individuati...
Non crediamo che tutti questi "sì" possono articolarsi in un corpo
mondiale. Anzi, non consideriamo questa eventualità auspicabile. Non
crediamo, insomma, che alla globalizzazione si debba opporre una nuova
internazionale.
Sub-comandante Marcos (Collegamenti Wobbly nuova serie 2002 n.1, p.56)
Porto Alegre è un momento nell'iniziativa della contestazione al
neoliberismo, nato sul contemporaneo incontro delle oligarchie finanziarie e
politiche a Davos, ne rappresenta la contrapposizione mediatica e
progettuale.
Migliaia d'individui, lavoratori, precari, intellettuali, del nord e del sud
del mondo, s'incontrano, cercando di superare le barriere di lingua, storia e
cultura, per affermare con la loro presenza l'esistenza di percorsi e storie
che non si riconoscono nelle stanze ovattate del potere e del denaro e
richiedono, con determinazione e continuità, che i loro corpi e le loro
passioni non siano soffocati dentro l'oggettività delle regole del
mercato, degli attivi dei bilanci delle imprese. È un momento di
incontro assembleare che cerca di connettere e coordinare questo magmatico e
pluralista movimento internazionale, individuando comuni desideri e passioni
nella riflessione ponderata che seminari, commissioni e riunioni rendono
possibili.
Pochi giorni spesso non sono neppure sufficienti per conoscersi, figuriamoci
per stilare un documento conclusivo che possa rispecchiare la pluralità
delle pulsioni e delle tensioni che emergono in contesti caotici, quali sono
gli incontri di migliaia di soggetti; soprattutto perché la distanza
può produrre assenze significative, anche per le contemporanee scadenze
(New York e Monaco), ma anche la ingombrante e indigesta presenza di esponenti
ex o governativi.
Del resto, la ricchezza dei comportamenti, delle passioni, dei progetti nei
movimenti, che si sono esplicitati nella storia, non hanno mai trovato grossi
riscontri nei documenti scritti che risultano spesso incapaci di raccogliere
l'ampiezza e lo spessore dei problemi e dei progetti.
Per questo non possiamo che criticare il documento finale di P. A.,
perché riteniamo che non riconosca e espliciti la ricchezza delle
posizioni presenti sul piano internazionale e sia, anzi, condizionato
eccessivamente dalle esigenze nazionali che settori particolari e ben definiti
esprimono. Questo fa sì che non basti definirlo scialbo, ma che sia
necessario un dissenso maggiormente articolato e puntuale.
Del resto, suscita un certo stupore che, già nella fase organizzativa,
siano assenti percorsi e storie che in questi ultimi anni hanno rappresentato
un riferimento cardine nella contestazione ed azione anti-liberista. Ci
riferiamo agli Zapatisti messicani, a Marcos e al Chiapas. Ma anche esperienze,
su cui si dissente, quali la guerriglia colombiana e l'autonomismo basco, ma la
cui esistenza e presenza non può essere ignorata. Anche le Madri de la
Plaza de Mayo sono state coinvolte indirettamente, solo su invito dei Sem
Terra. Così la loro storica rappresentante, Bonafini, può
ribadire in modo molto aspro e polemico: "Abbiamo detto che non è la
stessa cosa socialdemocrazia e socialismo, che la socialdemocrazia si era
impadronita del Foro, che i francesi possono venire, ma non comandare, che il
Foro era stato creato contro la globalizzazione e che adesso si parlava di
umanizzarla".
Infatti, quello che esprime il documento del II incontro di P.A., è
una critica alle posizioni neo-liberiste, ma solo nella versione
ultra-liberista, evitando qualunque osservazione più pregnante e
significativa. Basta confrontare i due documenti espressi dal FSM dello scorso
anno con quello di quest'anno, per cogliere significative differenze ed
assenze. Il tono e l'articolazione diventa più moderata, le
argomentazioni sono generiche, le critiche stemperate e i propositi
maggiormente integrabili dentro i percorsi istituzionali dei singoli paesi.
Del resto, che dire di un documento che propone giustizia sociale, rispetto dei
diritti e libertà, qualità della vita, uguaglianza,
dignità e pace, se non che sono propositi così generici da poter
essere fatti propri da molti versanti moderati.
L'unico organismo dichiarato illegittimo è il Wto, gli altri sono
assenti: il Fmi, la Bm, la Nato. Nessuna osservazione al Forum economico di NY,
erede di Davos, alle oligarchie antidemocratiche che si incontrano
contemporaneamente al movimento. Si criticano opportunamente le multinazionali
e il governo Usa ma si tralascia ogni riferimento ai mercati finanziari e non
si evidenzia la responsabilità delle banche, delle assicurazioni, dei
fondi pensione nei debiti del terzo mondo e nel disastro dell'Argentina, nelle
decisioni del Fmi. Giusto segnalare l'impero (l'imperialismo) Usa, ma la
compartecipazione dell'Europa alla guerra al terrorismo, all'iniziativa
militare, al riarmo non può limitarsi ad un generico riferimento agli
alleati. Anche perché noi abitanti del Nord non possiamo dimenticare e
ignorare le responsabilità dei governi e delle aziende nazionali nei
confronti del saccheggio e dell'usura nel terzo mondo.
L'Africa scompare, nel secondo documento, forse perché qualche nazione
europea ha grosse responsabilità nelle guerre civili che la insanguinano
e nel degrado in cui vivono i suoi abitanti?
L'economia del casinò non è l'Enron, che è un caso estremo
ed abnorme dell'economia finanziaria, anche rispetto alle regole del mercato,
perché, se ha mandato sul lastrico i suoi lavoratori, ed è la
regola, ha anche truffato banche di tutto il mondo, italiane incluse, con i
suoi bilanci fasulli e le compiacenze dei controllori.
L'economia del casinò è l'illusione che il denaro abbia la
capacità di crescere, attraverso piramidi e catene di S. Antonio, quali
sono le borse e i derivati senza alcun legame con l'economia produttiva.
È il capitale fittizio, illusione di superare le difficoltà nel
processo d'accumulazione capitalistica, riscontrabile già dagli anni
`70, con movimenti di puro artificio contabile quali sono le odierne
attività monetarie, cresciute in modo esponenziale.
Questo spiega perché si criticano solo le situazioni estreme, non quelle
normali. Infatti la Tobin Tax è richiamata solo contro le
attività speculative e non più come una tassa sulle
attività finanziarie. Già è riduttiva come tassa solo sui
movimenti dei cambi delle monete ed è così eversiva da essere nel
programma della sinistra francese (Jospin), già da tempo. Così da
essere costretti a utilizzare le forze e le energie del movimento per
sollecitare gli obiettivi trascurati dalle indecisioni e dalle paure dei
riformisti.
Sull'agricoltura e l'alimentazione non bastano i richiami alla
biodiversità, al cibo sano e libero da organismi geneticamente
modificati, quando precedentemente si esigeva l'abolizione dei prodotti
transgenici. O richiedere una riforma agraria e l'accesso dei contadini alla
terra, invece che una riforma agraria democratica con l'usufrutto da parte dei
contadini della terra, dell'acqua e delle sementi. Toni e significati
estremamente differenti con valenze politiche e sociali molto distanti.
Sulla democrazia, ogni accenno all'esperienza tanto decantata ed esaltata della
democrazia partecipativa, tipica di P. A., scompare nella stesura del documento
2deg., per un generico richiamo al diritto a conoscere e criticare le decisioni
dei loro governi, la diffusione della democrazia elettorale in tutto il mondo.
Ma la partecipazione continuativa e assidua che presuppone la democrazia
partecipativa, pur nei limiti di coinvolgimento di solo 20.000 cittadini (si
veda il sito Attac.it), dove è rimasta? Ora, non vogliamo passare per
fautori della democrazia partecipativa, che appare essere un pallido tentativo
di democrazia diretta, risolvendosi nel semplice coinvolgimento dei cittadini
alle scelte predeterminate degli amministratori e non viceversa. Certo è
preferibile alla semplice richiesta di una democratizzazione degli stati che
non mette in discussione il comando e la sua contestazione.
Indubbiamente, un movimento che esprime una pluralità di culture e
storie, spesso profondamente diverse tra loro, può non riconoscersi su
esplicite tesi anticapitalistiche ed antistatali, ma non può rimanere
prigioniero delle date elettorali in Brasile e Francia di quest'anno ed esserne
condizionato.
Che senso ha una formula qual è la richiesta di un'Europa democratica e
sociale o la richiesta dell'abolizione del servizio militare obbligatorio che
presuppone l'accettazione di quello professionale e volontario?
Essere contro la guerra è giusto, ma non è consono il richiamo a
privilegiare il negoziato, se non si combatte il riarmo e il commercio delle
armi, che sono le cause dei conflitti, e le necessità dell'economia
contemporanea (keynesismo militare) che vede in un dollaro, speso, un
moltiplicatore (2,5) di crescita economica. Essere contro la guerra
concretamente, significa assumere una cultura/pratica internazionalista e
antimilitarista, che non riconosca i confini, le patrie, gli eserciti, il
potere militarista e che sia in grado di sviluppare all'interno del movimento
una dimensione antiautoritaria, la sola che può dare spessore alla
propria pratica.
Altrettanto, la giusta condanna degli attentati dell'11 Settembre, non deve
farci dimenticare che gli artefici di questi, altro non erano che truppe
irregolari di un ben determinato stato del Medio Oriente, che nessuno vuole
citare, e non generici e sanguinari terroristi arabi fondamentalisti.
Indubbiamente, le richieste contro la schiavitù, per i diritti degli
indigeni, per i diritti sindacali dei lavoratori in tutto il mondo, per i
diritti degli immigrati, non sono mediabili, ma anzi, imprescindibili per il
movimento.
Il movimento contro il neoliberismo e le guerre può crescere e darsi un
progetto chiaro se riesce ad evitare le sirene istituzionali, che condannano
alla subordinazione ai templi della grande Politica, ed a crescere nella
coerenza della partecipazione attiva e di base (azione diretta) dei suoi
membri, interagendo con il tessuto sociale ed estendendo la sua
capillarità e profondità nel sociale, nei posti di lavoro e nei
territori, così da ampliare la sua sedimentazione e trasformare i
rapporti di forza a suo vantaggio, attraverso il coinvolgimento attivo e
diretto dei soggetti sociali in percorsi federalisti ed autogestiti.
Federazione anarchica di Reggio Emilia - FAI
* Il testo è un contributo al dibattito interno del Social Forum di
Reggio Emilia, sul 2deg. FSM di Porto Alegre e sul suo documento finale.
| |