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Da "Umanità Nova" n. 13 del 14 aprile 2002

Articolo 18 e non solo
Contro la concertazione

Può essere utile, soprattutto in considerazione della pretesa da parte di molti esponenti e militanti della sinistra moderata ed estrema della necessità di "mettere da parte le divergenze a fronte della necessità di battere il governo", ricordare alcune affermazioni di esponenti dell'area dell'Ulivo e del centro-sinistra in tempi recenti e, soprattutto, ricordare che queste affermazioni sono coerenti alla politica di CGIL-CISL-UIL.

"Oggi la disciplina dei contratti a tempo indeterminato è troppo rigida. Perciò si fanno sempre meno contratti di questo tipo e dilaga la precarietà. Se c'è una riforma complessiva del mercato del lavoro è possibile discutere di tutto, anche dell'articolo 18". Così si espresso Enrico Morando, leader dell'area liberal-riformista dei Ds, ai tempi della sua candidatura a segretario dello stesso partito.

"È necessaria una maggior possibilità per le imprese di risolvere il rapporto di lavoro, con un congruo indennizzo per i licenziati", dichiara invece da tempo Pietro Ichino, docente di diritto del lavoro, tra i più influenti nella schiera di consiglieri dell'ex primo ministro D'Alema e dei vertici sindacali. "Tra i freni che causano il 'nanismo statico' delle imprese c'è lo Statuto dei Lavoratori perché ogni soglia (come quella dei 15 dipendenti) produce un effetto soglia che è sciagurato", afferma Luigi Spaventa, oggi presidente della Consob, e avversario diretto di Berlusconi nelle elezioni del 1994 a Roma.

"L'articolo 18 non può essere un tabù: bisogna fare i conti con una nuova organizzazione del lavoro e la normativa sui licenziamenti può rientrare in una più complessa riforma degli strumenti di tutela del lavoratore e del cittadino. Si deve passare dalla difesa del posto di lavoro alla tutela sul mercato del lavoro". Questa è l'opinione di Michele Salvati, economista, deputato Ds nella precedente legislatura.

"Il problema dei 15 dipendenti può essere affrontato con misure analoghe a quelle del sommerso, ipotizzando un periodo senza vincoli alle imprese che abbiano più di 15 addetti". Era il 26 gennaio 1999. Il luogo: l'università Bocconi di Milano. Il relatore, di fronte ad una platea di imprenditori ed esponenti del mondo della finanza, l'allora premier Massimo D'Alema, di cui si ricorda ancora la famosa sentenza: "bisogna scordarsi del posto fisso".

Verifichiamo, quindi, che la proposta di ristrutturazione dell'art. 18 del governo Berlusconi appare, non solo in sintonia e in continuità con la politica del governo precedente ma addirittura moderata.

D'altronde, lo stesso libro bianco di Maroni, da cui la delega governativa sul mercato del lavoro deriva, è stato redatto da un pool di esperti, la cui appartenenza politica pende decisamente verso il centro-sinistra: da Marco Biagi, docente dell'area Margherita, a Natale Forlani, ex-segretario nazionale CISL, a Paolo Sestito, consulente per i problemi del Mezzogiorno nominato, ancora una volta, da D'Alema ai tempi del suo governo.

Ma il punto centrale della questione non è tanto questo. Che ci sia una continuità tra la politica di flessibilizzazione del mercato del lavoro portata avanti dal precedente governo di centro-sinistra e quella del nuovo governo di centra-destra è abbastanza evidente. La differenza, al limite, sta, da un lato, nel fatto che questo governo appare molto più decisionista e non segue una logica concertativa con i sindacati istituzionali, mentre lo fa solo con la Confindustria, e dall'altro, che, mentre il governo di centro-sinistra ha portato al massimo la flessibilità dell'entrata nel mercato del lavoro (dopo il pacchetto Treu, l. 1996 del 1997, sono 17 le tipologie contrattuali atipiche e tipiche a disposizione degli imprenditori per le assunzioni, situazione che non ha eguali in Europa, Spagna compresa), il governo Berlusconi ha messo mano alla flessibilità in uscita dal mercato del lavoro (dismissioni e licenziamenti), peraltro già a buon punto, ma solo a livello collettivo (mobilità, licenziamenti collettivi, ecc.) e non ancora a livello individuale.

Il nodo vero della questione è il diritto che è leso con la deroga all'art. 18. Qualunque studio serio sulle caratteristiche del mercato del lavoro italiano (purtroppo pochi) evidenzia che l'art. 18 non è un fattore di rigidità del mercato del lavoro italiano, che, invece, si presenta come uno dei più flessibili in Europa. Al riguardo, basta osservare, che su 21,5 milioni di occupati complessivi in Italia (senza contare il lavoro nero, le cui stime ammontano a circa tre milioni), quasi sei milioni svolgono attività non alle dirette dipendenze (lavoro autonomo, partite I.V.A., ditte individuali, contratti di collaborazione, ecc.), con contrattazione individuale. Dei restanti 15,5 milioni, 2,5 milioni sono soggetti a contratti a tempo determinato o a part-time, circa un milione a contratti atipici vari (formazione professionale, LSU, borse lavoro, interinale, ecc.). Solo 12 milioni sono gli occupati con contratto di lavoro a tempo indeterminato, pari al 58% del totale della forza-lavoro, una quota decisamente inferiore alla media europea. Di questi, solo circa sette milioni lavorano in imprese con più di 15 dipendenti (Amministrazione pubblica o locale, compresa), per una quota pari al 32%. Se consideriamo, poi, solo i lavoratori in imprese dove la presenza sindacale è in grado di far rispettare l'applicazione dello Statuto dei Lavoratori, la quota arriva a lambire il 20-22%. Nel resto dei casi, l'esperienza pratica già porta i lavoratori a dimettersi in modo più o meno coatto dietro un compenso monetario.

Ne consegue che la diatriba sullo Statuto dei Lavoratori interessa tra un quarto e un quinto dei/lle lavoratori/trici italiani/e. E non può essere causa di rigidità del mercato del lavoro. Né ha alcuna validità l'idea che abolendo l'art.18 si favorisce la crescita dimensionale delle imprese e l'occupazione. Le cause del "nanismo statico delle imprese", per usare l'espressione di Spaventa, sono ben altre, in primo luogo le caratteristiche strutturali del sistema produttivo italiano, (ad esempio, il fatto che lo sviluppo del fordismo e della grande impresa ha interessato solo aree geograficamente ristrette).

Anche l'idea che un incremento della flessibilità di entrata nel mercato del lavoro portasse ad un incremento occupazionale effettivo (questa era la giustificazione del pacchetto Treu, sostenuta dai sindacati concertativi e votata da Rifondazione Comunista) è miseramente naufragata. A quattro anni di distanza, si può infatti, osservare che l'unico effetto della flessibilità in entrata è stato quello di sostituire lavoro stabile con lavoro precario e atipico (a differenza di quanto pensa Morando, è perché c'è la precarietà che non si fanno contratti stabili, e non viceversa). Ne è conseguito un incremento nel numero degli occupati, e, solo in modo molto limitato, delle unità di lavoro standard (vale, dire un posto di lavoro di 40 ore settimanali), con l'effetto di precarizzare ulteriormente il livello di reddito dei nuovi e dei vecchi occupati e di abbassare il livello salariale relativo, a vantaggio dei profitti e delle rendite finanziarie.

La "vexata quaestio" dell'art. 18, in realtà, rivela, per quanto riguarda i padroni, l'intenzione di poter licenziare non tanto per esubero occupazionale (se ciò avviene, ci sono già gli strumenti idonei per poterlo fare), quanto per attività sindacale e non subalternità o assoggettamento alla cultura aziendale o alla volontà padronale. È, insomma, leso il diritto alla libertà di espressione e di dissenso nei luoghi di lavoro.

La risposta di Cgil-Cisl-Uil non mette, né c'era da aspettarselo, in discussione la politica concertativa di sostegno ai processi di flessibilizzazione del mercato del lavoro. È solo, come abbiamo già rilevato, la risposta al fatto che il governo ha unilateralmente rotto, su pressione confindustriale, il patto consociativo siglato con gli accordi del 1992 e 1993.

In realtà, il patto consociativo in questione, riguarda un assieme di materie ben più ampio rispetto all'art. 18, basta pensare alla gestione dei fondi pensioni, un affare da circa 70 miliardi di euro sul medio periodo.

È, quindi, bene tenere presente che lo sciopero del 16 aprile, nonostante la sua importanza, è solo un passaggio nella definizione dei rapporti di forza fra le frazioni della classe dominante e, soprattutto, in quelli fra stato, padronato e lavoratori. Gli scenari possibili sono, in grande sintesi, due.

- Il governo ed il padronato accetteranno un compromesso nella gestione dell'ulteriore smantellamento del welfare e riconosceranno a Cgil-Cisl-Uil il ruolo che queste organizzazioni ritengono di poter avere. Un banco di prova sarebbe, in questo senso, la concessione ai sindacati concertativi del governo dei fondi pensione. Molti segnali di un esito del genere sono visibili;

- Lo scontro sociale non troverà a breve un punto di mediazione e saremmo in questo caso, di fronte a una scelta realmente "liberista" della destra ed ad un tentativo di liberarsi dei costi derivanti dal compromesso corporativo che ha caratterizzato la storia repubblicana degli ultimi decenni. Ritengo che le scelte della maggioranza di governo saranno determinate, oltre che dalle pressioni dei settori "sociali" della maggioranza stessa e dalle contraddizioni che emergono del fronte padronale, dal livello della mobilitazione dei lavoratori.

Ovviamente il predominare dell'una o dell'altra situazione avrà un peso notevole nello sviluppo del conflitto di classe e nelle scelte immediate dell'opposizione sociale. In ogni caso, però, è necessario porre l'accento sugli autonomi interessi dei lavoratori e sulla necessità di un'iniziativa che sappia porsi al livello delle questioni in gioco e, in primo luogo, sappia porre al centro la difesa del salario e del reddito oltre che essere punto di aggregazione della massa crescente del lavoro precarizzato.

Cosimo Scarinzi

Molti dei dati utilizzati per questo articolo sono tratti da un interessante testo di Andrea Fumagalli dell'Università di Pavia



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