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Da "Umanità Nova" n. 13 del 14 aprile 2002
Venditori di morte
Piccole armi per grandi stragi
Per definizione (ONU) le piccole armi sono quelle armi che possono essere
trasportate da una o due persone, montate su un veicolo leggero o trasportate
da un animale. Queste armi non sono comprese tra quelle oggetto degli accordi
di controllo e limitazione degli armamenti.
Sono comprese nelle piccole armi (small arms) le armi bianche, le pistole, i
fucili, le pistole mitragliatrici, le carabine, i fucili d'assalto con calibro
minore di 20 mm.
Fanno parte, invece, delle armi leggere (light weapons) i bazooka, le granate,
i mortai leggeri, i missili anticarro spalleggiabili, i fucili anticarro, i
missili antiaereo spalleggiabili, le mine disseminabili manualmente.
Nell'agosto del 1999 un rapporto dell'ONU sosteneva che il 90% dei morti e dei
feriti nei conflitti degli anni Novanta, per lo più donne, bambini ed
anziani, era da attribuirsi all'impiego delle piccole armi. Nella maggior parte
dei conflitti combattuti nell'arco di un decennio (95%) si sono impiegate
esclusivamente armi leggere. Se pensiamo, ad esempio, alla loro facilità
di trasporto (una pistola mitragliatrice pesa circa 1 - 1,2 kg) ed al loro
costo relativamente contenuto (con 50 milioni di dollari, ovvero il costo di un
aereo da caccia, è possibile equipaggiare un piccolo esercito con
200.000 fucili d'assalto[*], alla loro facilità di impiego e di manutenzione, siamo perfettamente in grado di
capire come le armi leggere siano gli strumenti di morte più diffusi e
micidiali nei conflitti presenti nella gran parte del mondo: oltre 250.000
ragazzi/e di età inferiore ai 18 anni hanno combattuto in 33 degli
ultimi conflitti e in 26 di essi vi hanno partecipato ragazzi al di sotto dei
15 anni.
E per di più non si riesce a calcolarne la quantità e la
diffusione: le stime delle Nazioni Unite parlano di un numero che oscillerebbe
tra i 500 milioni ed 1 miliardo. In Afganistan, ad esempio, prima dello scoppio
del conflitto internazionale si stimava che girassero qualcosa come 10 milioni
di piccole armi. E che dire del corno d'Africa (Etiopia, Eritrea, Somalia,
Sudan e Gibuti) dove se ne calcolerebbero circa 3 milioni di pezzi in gran
parte provenienti dall'ex Unione Sovietica e dall'Italia? O come non pensare
che nell'Africa Occidentale ve ne sono più di 7 milioni di "esemplari" e
che nel solo Mozambico, su 15 milioni di abitanti, si stima siano disponibili
circa 10 milioni tra fucili, mitragliatrici, pistole ed altre armi di
provenienza sovietica, cinese e sudafricana?
Secondo gli studi condotti dal Sipri di Stoccolma e dall'IISS di Londra la sola
presenza, come deposito, od il transito di grandi quantità di armi
leggere in diversi stati africani ha consentito la regionalizzazione ed il
diffondersi del conflitto in questi stessi paesi: lo Zimbawe, il Ruanda,
l'Angola, la Namibia, il Chad e l'Uganda sono stati coinvolti nel conflitto del
Congo; l'Egitto nel Sudan; l'Eritrea e l'Etiopia - entrambe appoggiate
militarmente dagli Stati Uniti - e l'Uganda nel Sudan meridionale; Guinea
Bissau, Liberia, Nigeria e Senegal nei conflitti dell'Africa occidentale.
Come dicevo in precedenza è assai difficile stimare la quantità e
la produzione delle piccole armi soprattutto perché la loro collocazione
sul mercato avviene, per il 40%, attraverso il mercato nero: in Italia, tanto
per fare un esempio che ci riguarda da vicino, la stessa legge 185/90
(revisione del 1995), così strenuamente difesa dai pacifisti nostrani,
esclude dal novero dei prodotti sottoposti a controllo i pezzi delle piccole
armi forgiati, fusi e semilavorati. Questo significa, semplicemente, che
l'assemblaggio finale viene trasferito all'estero, dove le maglie dei controlli
e le remore "morali" sono sicuramente più cedevoli.
La Beretta Holding, tanto per rimanere ancora in "casa", stimava che
l'esportazione (1993 - 1999) di armi leggere ad uso militare coprisse il 30%
delle esportazioni totali: se però si fa un raffronto tra la produzione
reale di armi da guerra (comprese quelle dedicate alle varie polizie
internazionali) che si quantificava per un ammontare di circe 30-40 miliardi
annui, di cui almeno l'80% rivolti all'estero e le autorizzazioni annuali
concesse dal governo italiano, sempre sulla base della 185/90, all'esportazioni
di armi, stimabile intorno ai 1 - 4 miliardi di lire, si può facilmente
intuire che sia sempre esistita una zona "grigia" di esportazione di armi
portatili civili con finalità militari. D'altra parte l'impiego duale
(civile e militare) nella produzione di componenti d'arma copre trasversalmente
le piccole e le grandi fabbricazioni.
Essere presenti, quindi, con la forza dell'antimilitarismo anarchico in ogni
luogo dove fabbricanti e venditori di questi strumenti di morte espongano le
loro "merci" e lobotomizzino le coscienze è un dovere etico ancor prima
che politico.
Pietro Stara
[*] Maria Villa, La Sezione Italiana di Amnesty International e il commercio di armi, in Dossier antimilitarista, a cura della commissione antimilitarista della FAI.
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