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Da "Umanità Nova" n. 14 del 21 aprile 2002
Sciopero generale. Lavoratori nelle piazze
La riuscita dello sciopero generale del 16 aprile è stato, per molti versi, un evento annunciato. I fatti di Genova dell'estate scorsa, le mobilitazioni dei metalmeccanici di autunno, quelle studentesche, lo sciopero del 15 febbraio dei sindacati di base, lo stesso straordinario aumento delle ore di sciopero del gennaio e febbraio 2002 rispetto al primo bimestre 2001 che hanno visto un incremento superiore al 1500%, erano indicatori di un clima sociale, per usare un eufemismo, vivace.
Lo stesso concentrarsi dell'attenzione generale sull'articolo 18 dello statuto dei lavoratori se, da un lato, mette in ombra molte ed altrettanto importanti questioni, dall'altro, rende immediatamente visibile l'opposizione della grande maggioranza dei lavoratori all'ulteriore precarizzazione delle nostre condizioni di vita e di lavoro.
I dati che circolano sono, nel momento in cui scriviamo, decisamente parziali ma qualcosa pure lo dicono. Se la stessa Confindustria riconosce un'adesione allo sciopero del 60% dei lavoratori, se calcoliamo che un 10% dei dipendenti è costituito agli addetti all'inquadramento (capi reparto et similia), che nelle microimprese la partecipazione allo sciopero è difficile, che i dati confindustriali sono da prendersi con prudenza e che sicuramente l'adesione supera il 70% dei lavoratori, ne consegue che, per usare un linguaggio classico, l'opposizione del paese reale al paese legale è assolutamente netta e straordinaria.
Si tratta ora di ragionare sulla fase che si apre e sul nuovo terreno sul quale si va a giocare lo scontro di classe.
Il sindacalismo istituzionale, e al suo interno la CGIL, esce rilegittimato da un consenso attivo e plebiscitario che mette, provvisoriamente, in ombra le sue contraddizioni interne. D'altro canto, la manifestazione della CGIL del 23 marzo aveva dimostrato che il tentativo governativo di isolarla era, nella sostanza, fallito e che a CISL ed UIL (soprattutto alla CISL) non restava che stare in un fronte "unitario" come unica condizione per poter giocare la carta concertativa avendo alle spalle un radicamento sociale e non solo degli iscritti o passivi o collocati sulle posizioni della CGIL. In realtà, e al fine di evitare letture ingenue della situazione, se è vero che dopo lo sciopero del 16 aprile appaiono difficili accordi al ribasso con il governo è altrettanto vero che la concertazione non è un rapporto amoroso o un patto fra galantuomini e che i soggetti istituzionali in campo hanno, a volte, l'esigenza di prendersi reciprocamente le misure.
In altri termini, è ragionevole supporre che settori consistenti della destra e dello stesso padronato siano oggi, ma lo erano da qualche tempo, convinti che non si governa efficacemente contro i sindacati concertativi e che devono mettere in cantiere proposte tali da ricostruire una relazione non troppo conflittuale con l'apparato sindacale.
Non ritengo, infatti, che siano casuali le dichiarazioni degli esponenti della destra che, oramai da qualche settimana, consideravano lo sciopero generale l'esercizio di un "diritto democratico" e che affermavano che svoltosi il "rito" dello sciopero si sarebbe dovuto riprendere il confronto sull'assieme delle misure in apprestamento, dalla riforma del mercato del lavoro a quella delle pensioni. Per dirla tutta, si è avuta l'impressione che, a un certo momento in poi, il governo ritenesse opportuna la partecipazione allo sciopero di CISL e UIL come condizione che avrebbe reso più facile la contrattazione. In un certo senso, infatti, il carattere "unitario" dello sciopero ne ha ridotto il carattere di attacco al governo dal punto di vista politico istituzionale e accentuato quello più strettamente "sindacale" ammesso che una differenza del genere possa essere fatta quando vi è un'effettiva mobilitazione di massa.
A fronte della discesa in campo del sindacato di stato, l'iniziativa e la capacità di mobilitazione del sindacato di base, necessariamente messe in ombra dal punto di vista mediatico, sono state di dimensioni assolutamente consistenti. Si tratta di un dato di grande interesse proprio perché non funzionava, in questo caso, alcun meccanismo di "supplenza". Chi ha partecipato alle manifestazioni indette dai sindacati alternativi lo ha fatto con ogni evidenza non "in mancanza di" o "per premere su" i sindacati istituzionali ma per una scelta politica precisa, per il riconoscersi in una piattaforma ed in un percorso organizzativo e non in un altro. Il fatto che, nel complesso, le manifestazioni del sindacato di base siano state di consistenza pari a quella romana del 15 febbraio conferma la considerazione che c'è un'area sociale che individua nel sindacato alternativo un punto di riferimento forte.
Sul terreno politico istituzionale, è ragionevole attendersi che lo sciopero rafforzi una deriva socialdemocratica della sinistra a fronte delle posizioni liberali che hanno tenuto banco nel passato decennio.
Si tratta, ovviamente, di una socialdemocrazia affatto particolare che ha nella CGIL la sua base organizzativa e che dovrà anche inventarsi un programma ed un percorso e che si compone di diversi soggetti partitici. Le elezioni di fine maggio saranno un banco di prova per questo percorso e se la sinistra trarrà giovamento dalla ritrovata unità fra Ulivo e PRC e dalle contraddizioni del governo è probabile che vedremo il darsi di aggregazioni politiche diverse da quelle del recente passato.
Ovviamente lo scenario sarà disegnato in misura consistente sia dalle scelte del governo che, se non vuole vivere una riedizione in peggio, dal suo punto di vista, del 1994 dovrà fare concessioni serie sulle questioni che loro interessano ai sindacati istituzionali che da quelle, per certi versi più importanti, della Confindustria le cui interne contraddizioni sono note e che dovrà ridimensionare il ruolo dell'attuale gruppo dirigente.
Sul piano sociale, quello più interessante dal nostro punto di vista, è un fatto che la mobilitazione vede intrecciarsi una serie di soggetti, esperienze, culture, soprattutto, una massa di donne e di uomini che stanno scoprendo o riscoprendo il terreno dello scontro sociale come significativo.
La crepa che si è aperta fra governo, padronato e sindacati istituzionali permette lo svilupparsi di pratiche e di esperienze che erano bloccate da diversi anni.
Queste pratiche ed esperienze possono essere utilizzate dalla sinistra statalista politica e sindacale per ricostruire un rapporto con la società che gli anni di governo della sinistra avevano illanguidito. È un rischio evidente e sarebbe sciocco nasconderlo.
D'altro canto, una cultura ed una sperimentazione dell'autonomia sociale delle classi subalterne, dell'autorganizzazione sociale, dell'azione diretta non possono che svilupparsi sul campo, nella crescita del conflitto sociale e nell'affrontare a livello di massa le questioni centrali per i lavoratori.
Nelle prossime settimane molti nodi politici e sociali verranno al pettine, si tratta di lavorare perché il padronato e il governo, persa una battaglia, non vincano la guerra e, contemporaneamente, per lo sviluppo di un'oppozione sociale adeguata alle questioni che stiamo affrontando.
Cosimo Scarinzi
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