unlogopiccolo

Da "Umanità Nova" n. 15 del 28 aprile 2002

Venezuela: fallito il golpe ispirato dagli USA
Il "cortile di casa" di Bush

Indubbiamente si sa poco delle reali cause degli eventi venezuelani - il golpe dell'11 aprile ed il suo fallimento imprevisto dopo appena 50 ore - e ancora non sono conosciuti i fatti nel suo svolgimento reale, tuttavia forse hanno segnato uno di quei punti di "contro-fuoco" di cui parlava Bourdieu poco prima di morire. Se è vero che il leader mancato dei golpisti, il presidente della locale Confindustria (come dire...) Pedro Carmona era stato addirittura ricevuto da funzionari del Dipartimento di stato Usa alcune settimane prima, un tempo si sarebbe detto a ricevere istruzioni per avere semaforo verde, allora il rientro immediato di Chavez al potere, al di là della discussa figura del presidente anche lui mancato golpista ma tuttavia legittimamente eletto il 6 dicembre 1998 in un procedimento democratico, ai tempi supervisionato dall'ex presidente Carter, segna una formidabile battuta d'arresto ai processi di globalizzazione politica che gli Usa perseguono nel proprio emisfero sin dai tempi della dottrina Monroe del XIX secolo (quella che considera l'intero continente centro- e latino-americano il "cortile di casa" statunitense, in cui ramazzare e fare ordine a piacimento).

Il fallimento del golpe, ispirato dagli americani ma evidentemente senza aver valutato bene il ruolo ambivalente dell'esercito, spaccato a metà esattamente del resto come la società venezuelana, stabilisce per la prima volta un precedente inedito: non sempre i colpi di mano riescono pur essendo sostenuti dal potente interesse americano, il cui fabbisogno energetico è per quasi la metà soddisfatto dal petrolio venezuelano, il cui Plan Colombia è avversato da Chavez, il quale peraltro fa di tutto per irritare gli Usa: incontra Saddam Hussein dieci anni dopo la sua invasione del Kuwait, quasi a giustificarla e senza dubbio a condannare l'iniquo embargo unilaterale che danneggia la popolazione araba, vende petrolio a basso costo a Fidel Castro, probabilmente accoglie segretamente esponenti della guerriglia Farc colombiana, si batte nell'Opec per calmierare il prezzo del petrolio a barile in modo da tutelare anche gli interessi nazionali e non solo quelli delle imprese produttrici spesso consorziate con società locali.

La sconfitta del disegno golpista, che univa un blocco un tempo rappresentato dalla diarchia di partiti per oltre 40 anni al potere, dal 1958 data della caduta rovinosa dell'ultimo dittatore militare al 1999 appunto (Accion democratica e Copei, indifferentemente di centro-destra o centro-sinistra secondo le fasi storiche, comunque in alternanza simbiotica al potere), ossia ceti medio-alti impiegatizi, i padroni del vapore, i proprietari terrieri, i media al completo (il governo controlla solo una rete statale, mentre stampa e tv sono tutti in mano a editori all'opposizione, tranne un quotidiano indipendente), parte dei militari, il clero e i burocrati del vecchio sindacato consociativo, tutti uniti dall'ampia politica di corruttela e depredazione delle risorse nazionali (6 mld di $ all'anno nelle casseforti private a Ginevra e altrove, pari a 2/3 del deficit statale), riconduce il pallino non più ad una potente e imbattibile corrente globale bensì al gioco della conflittualità sociale locale, che registra un forte consenso popolare a Chavez non solo di quegli strati poveri colpiti da decenni di corruzione che hanno condotto un paese ricco come il Venezuela (quarto produttore mondiale di petrolio) sull'orlo della bancarotta, e comunque all'innalzamento dell'indice di disoccupazione al 40% della forza-lavoro, dell'indice di analfabetizzazione infantile del 45%, dell'indice di povertà a circa l'80% della popolazione (23 milioni in totale); ma anche di quella parte dei militari, da cui proviene lo stesso Chavez, timorosi di perdere il ruolo di ago della bilancia (tipo i colleghi turchi, in altro contesto, e invece angosciati di fare la fine dei militari indonesiani) non appena la destra golpista ha messo esclusivamente propri uomini a gestire il dopo-golpe, sospendendo le autorità nazionali (Corte suprema, Parlamento, Procura della Repubblica), le garanzie civili e politiche e i governatorati locali, esautorando così compagni di strada buoni per la mobilitazione e la spallata finale ma non per il governo autocratico. Chavez è evidentemente un personaggio tipicamente populista, ai limiti della demagogia, ispirato al nazionalismo pan-latino-americano di Simon Bolivar il cui intento era quello di unire le forze del continente in un unico blocco autonomo, il che contrasta con la strategia Usa. Arrivato al potere per ripulire la "merda" (parole sue, colorite ma vere) lasciata da 50 anni di governo democratico corrotto, Chavez ha acquistato un carisma ancora duraturo, pur avendo i media contrari, se migliaia di persone sono scese dai barrios per riportarlo e acclamarlo presidente pur non avendo ancora beneficiato delle promesse elettorali. Certo, alcuni passaggi significativi sono stati compiuti: una nuova costituzione più democratica, l'introduzione di una riforma latifondista (banco di ostacolo per ogni leader sudamericano, su cui si infrangono e si sono infrante tante belle speranze), uno scacco alle pratiche corruttive, il finanziamento di micro-progetti comunitari, una riforma della scuola per dare istruzione a 1 milione di bambini raddoppiando gli investimenti nel settore, una ventata di ideologia antiliberista che si traduce in una politica per la povertà, l'occupazione e antinflattiva e l'autonomia economica nazionale contrastante le linee direttrici della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale, anche mediante programmi di investimento sociale per le donne e di tassazione progressiva antielusione.

Ma la goccia che avrà fatto traboccare il vaso è sicuramente stato un pacchetto di norme presentato lo scorso 13 novembre, ben 49, tra cui le più rilevanti erano la ristrutturazione delle strategie politiche della Pdvsa, la società nazionale di gestione della produzione e distribuzione petrolifera, con il rialzo delle royalties a favore dello stato pagate da imprese straniere (dal 16.6% al 30%, in tendenza contrapposta al vento in poppa in tutto il mondo) e la conseguente rimozione di cinque alti manager (peraltro corrotti e sindacalizzati con la Ctv consociativa), nonché una riforma agraria che inciderebbe pesantemente sui diritti fittizi di proprietà della maggior parte dei grossi proprietari terrieri (il 95% non sarebbe in grado di produrre valide attestazioni).

Certo, provvedimenti che Chavez avrebbe potuto fare sin da quando è stato eletto tre anni fa, e non solo ora che evidentemente temeva un golpe e quindi era alla disperata ricerca di ingraziarsi quella società civile degradata e indigena che, nonostante tutto, continua ad appoggiarlo sino a rischiare la vita (una dozzina di morti e centinaia di feriti nelle 48 ore di trambusto). La valutazione di tali politiche popolari è controversa, in quanto il metodo utilizzato sa tanto di piccolo dittatore logorroico e narcisista, incapace di condividere responsabilità, incapace di ascoltare voci dissenzienti anche se costruttive; tuttavia di fronte alla netta prospettiva di una chiusura di destra, elitaria e militarizzata, la popolazione ha seguito l'istinto di salvare il male minore, convincendo i militari ad affondare i golpisti e tenersi Chavez. Con grande scorno del Dipartimento di stato americano che, pur dichiarando di non volere interferire con la vita democratica interna, già pregustava l'allargamento del Plan Colombia al Venezuela, lo strangolamento ulteriore di Cuba e l'approvvigionamento sicuro e redditizio di petrolio per sganciarsi ancora di più della dipendenza dall'instabile area del golfo persico.

Ebbene, in una fase globale di guerra duratura, non basta più un piccolo e poco sanguinoso putsch per ottenere un vantaggio non da poco; gli Usa dovranno aprire un ennesimo fronte di guerra se vorranno riportare un intero paese ai propri ordini, visto che Chavez e buona parte dei venezuelani in fin dei conti non si sono dimostrati affatto condiscendenti, battendosi per non piegarsi e alzi rialzando immediatamente la testa in appena 48 ore.

Salvo Vaccaro



Contenuti UNa storia in edicola archivio comunicati a-links


Redazione: fat@inrete.it Web: uenne@ecn.org