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Da "Umanità Nova" n. 15 del 28 aprile 2002

Dai fatti alle parole
Silvio Berlusconi e le "buone letture"

Di un fatto non si può accusare Silvio Berlusconi: di mancare in chiarezza. Virtù che non appartiene più ai savi, perché "sapere ciò che si vuole" appare senza fine una prerogativa di chi non ha dubbi, ma certezze, e quindi non cincischia sul cosa si deve o non si deve fare. E, nel campo della politica, tutto ciò non si coniuga con l'etica, bensì con l'opportunità. Meglio: l'opportunismo.

Berlusconi, dunque, non solo sa cosa vuole, ma lo dice anche in modo forte e chiaro. Ai giudici, ai Sindacati, ai Media. Sembra però che ad irritare, scandalizzare e preoccupare (a seconda dei gradi di suscettibilità) l'opinione anti-berlusconiana - i "girotondini", tanto per intenderci - più che la sua capacità di fare ciò che dice, è il suo cipiglio nel dire ciò che fa. Quasi che minore sia la colpa se il colpevole è in grado di cammuffarla.

Il "caso Rai", "liste di proscrizione", suscitato a seguito delle dichiarazioni bulgare fatte da Berlusconi su "l'uso criminoso della televisione fatto da Biagi, Santoro e - come si chiama il terzo? ... - ah! ... Luttazzi", ha guidato recentemente gli opinion-maker della sinistra nostrana e liberal a vedere confermata - in una sorta di prova provata - quanto il Cavaliere, dopo aver utilizzato le "sue televisioni" per conquistare il potere, utilizzi ora "tutte le televisioni" per mantenerlo. Esatto! Soltanto che il problema non è la colpa, quanto chi ha consentito al colpevole di poterla impunemente effettuare. Perché la "lottizzazione politica" all'interno della Rai, così come negli Istituti di credito, nelle amministrazioni degli Enti e nelle aziende pubbliche e private c'è sempre stata, e non è stata certo la breve stagione di "Mani pulite" a spazzarla via per il semplice fatto di averla bollata con il suo vero nome: corruzione.

Berlusconi, in qualità di Primo Ministro, Ministro degli Esteri ad interim, Presidente di Mediaset e delle altre e tante consociate (fra cui l'A.C. Milan) è andato al di sopra delle righe. Certamente. Ma lo ha fatto nella sua veste propria di Grande Comunicatore, di Esteta della Politica, di Grande Attore. Non a caso quando tempo addietro scoppiò la polemica se ritenere o meno Mussolini un grande uomo politico, Gianfranco Fini si è con disinvoltura defilato, perché se avesse dovuto confermare ciò che ha sempre - e giustamente - ritenuto, avrebbe dovuto ammettere che non lui, ma Silvio Berlusconi è il degno successore del maestro di Predappio!

L'anarchico Camillo Berneri già nel 1934 considerò Mussolini un grande uomo politico, perché "per esserlo è necessario essere un grande attore"; e anche l'anarchica, Leda Rafanelli, con la splendida definizione di "atleta giocoliere" racchiuse il motivo del fascino e dell'amore che il Duce poteva suscitare nelle masse (e in lei). Perché è da grande attore - e quindi da grande uomo politico - aver coniato motti quali: "noi spezzeremo le reni alla Grecia", "chi si ferma è perduto, noi tireremo dritto", "me ne frego"; tenuto conto che Mussolini aveva allora un fiero concorrente (il Vate Gabriele D'Annunzio) che non pochi problemi alla sua immagine spettacolare gli giocò, mentre ora Berlusconi non pare avere avversari ed emuli di pari grado (potrebbe mai esserlo Umberto Bossi?). E ben sappiamo che quando manca sul mercato la concorrenza i prodotti lasciano a desiderare, cosicché è sufficiente una manata sulle spalle e un paio di corna per conquistare la scena politica.

Potrà anche darsi che Berlusconi, come Mussolini, sia stato un attento lettore del saggio "Psicologia della masse" di Le Bon, in quanto che le improvvide "uscite" del Cavaliere più che l'effetto di acutizzare lo scontro fra le parti, hanno avuto l'efficacia di porre chiarezza all'interno delle parti, facendole giocare di rimessa e costringendo la massa a schierarsi in campo, mantenendo però - LUI, il grande uomo politico - sempre il centro del conflitto (che abbia letto anche "L'arte della guerra" di Sun Tzu?). Così l'articolo 18, l'indipendenza della Magistratura e il controllo della televisione di Stato, hanno scatenato e scateneranno tensioni sociali, scioperi e proteste di piazza. Ma il risultato alla lunga quale potrà essere? Che il Sindacato confederale continuerà alla chiamata della difesa dell'art. 18 al fine di poter proseguire la sua politica di concertazione sulla flessibilità nel mercato del lavoro con il Governo e la Confindustria; che la Magistratura continuerà alla chiamata della difesa dell'autonomia giudiziaria per affermare e consolidare il proprio potere di casta giudicante sulla società che i Media continueranno alla chiamata della difesa della libertà d'informazione, per avere la loro libertà d'informare secondo i propri interessi di parte.

In questo branle-bas caratteristico di ogni disordine politico non sono certo i "savi" a poter far chiarezza, in quanto che la "risposta immediata" è una prerogativa del grande attore, mentre il sottobosco del politically-correct rimane sempre indeciso su quale "risposta meno volgare" dare; cosicché Berlusconi ha buon gioco su tutti i "professori" della sinistra offesa ed indignata, perché sa bene quanto sia più noioso un dotto fra i somari che un somaro fra i dotti.

Che abbia pure letto Niccolò Tommaseo?

Jules Èlysard



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