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Da "Umanità Nova" n. 16 del 5 maggio 2002
La lama del rasoio
Verso la fine della concertazione politica?
Secondo il francescano Guglielmo di Occam, vissuto a cavallo tra la fine del
1200 e l'inizio del '300, nel campo della filosofia della natura non si devono
postulare entità inutili, vale a dire che bisogna evitare ipotesi
complesse e in particolare quelle non suffragate abbastanza dall'esperienza.
Capisco che scomodare un teologo medievale possa sembrare, sulle prime, una
forzatura metodologica un po' bizzarra. Ma vale la pena di riproporre, al
principio del terzo millennio, un ordine di analisi che proceda verso la
semplificazione. Anche quando il contesto di indagine è squisitamente
politico.
La schiacciante vittoria del centro-destra, all'ultima tornata elettorale, ha
radicalmente mutato lo scenario istituzionale italiano, a detta di molti
commentatori e non sembra ci sia dubbio sul fatto che l'establishment oggi al
governo non faccia di tutto per rendere questo fatto assodato. Di più,
non faccia di tutto per dimostrare che, oramai, la cosa pubblica è
saldamente nelle mani dei generali delle riforme, qualsiasi esse siano.
La faccenda, checché ne avesse detto Occam, è leggermente
più complessa ma non tanto da farci cadere nel tranello della
moltiplicazione di "entità inutili". Il Polo delle Libertà
è, al suo interno, più variegato di quanto non si possa credere e
soltanto il "populismo" spinto di Berlusconi, che si comporta da Presidente del
Consiglio con la stessa disinvoltura con la quale faceva l'imprenditore di
successo - non ci sono dubbi su questo - e dunque pensando di essere al timone
di un'azienda di 56 milioni e rotti di dipendenti da far decollare sul mercato,
può dare l'impressione di trovarsi di fronte ad un manipolo di
spregiudicati disposti a calpestare la massa per trasformare il sistema
politico italiano in una sorta di Direttorio oligarchico. Infatti, il termine
variegato, di cui mi sono servito un attimo fa per descrivere il Polo, non
rende giustizia dello stato delle cose; avrei dovuto dire "diviso".
Il problema, annoso ed irrisolto, è quello dell'individuazione della
classe dirigente oggi al comando in Italia, sempreché sia davvero una
soltanto. Per questo la destra liberale, o liberaleggiante, raccolta nello
schieramento del cavaliere di Arcore comincia a dare qualche segno di
impazienza. Si agita nervosa di fronte alle sconcertanti dichiarazione di un
capo di Governo che, corna a parte, è più che disposto ad una
sorta di macartismo riveduto e corretto. Certo alcuni degli attacchi di
Berlusconi fanno gioco; rappresentano la sponda ideale per chiudere qualche
conto in sospeso e togliersi qualche sassolino dalle scarpe. Primo fra tutti
quello alla Magistratura, avviata negli anni di Tangentopoli ad assumere un
ruolo tutt'altro che secondario; un ruolo esorbitante rispetto alla stessa
funzione giurisdizionale che la Costituzione repubblicana ha affidato ai
custodi del diritto. Il rasoio ritaglia veloce alcuni passaggi della storia
d'Italia che in tempi di comodi oblii come questi vengono trascurati con sempre
maggiore frequenza.
La vecchia nomenclatura, passatemi il termine, aveva articolato l'assetto del
comando, si sarebbe detto una volta, essenzialmente sul bipolarismo DC-PCI, una
sapiente partizione delle sfere di influenza che raccontava una guerra spentasi
sui campi di battaglia e continuata in altre forme anche a livello
internazionale. Al tramonto di una forma di governo dell'esistente che era
durata la bellezza di quasi mezzo secolo la ricostruzione degli scenari del
potere appariva piuttosto difficile da realizzare. L'esperimento Berlusconi si
inserisce in questo composito diagramma di forze.
Non è necessario chiedersi perché sia toccato proprio a certa
parte del capitalismo italiano emergente afferrare saldamente le redini della
governabilità; si rischierebbe di affondare ancora una volta nelle
sabbie mobili delle interpretazioni economico-politiche care a tutto un mondo
di intellettuali di professione appartenuti, ed appartenenti, alla folta
schiera del marxismo borghese di fine Novecento. Piuttosto varrà la pena
di domandarsi se anche questo ultimo schieramento di governanti, classe
dirigente a tutti gli effetti, non sia per l'ennesima volta l'esito di una
concertazione che difficilmente ritroveremo nelle cabine elettorali come
semplice scelta di campo da parte di un popolo attonito e drammaticamente
confuso, di una cultura dell'individualismo proprietario e dell'opportunismo
del reddito, difficilmente collocabile a destra piuttosto che a sinistra.
Le ampie garanzie offerte dalla socialdemocrazia nostrana alla destra di
governo sembrerebbero in parte dimostrare questo mio assunto di base.
L'opposizione, in sostanza, chiede, non lo dico io, rileggetevi le
dichiarazioni rese più volte da Fassino o da Rutelli, di fare la sua
parte all'interno di un insieme di regole condivise che dia spazio, e rinnovi,
l'antico patto delle alleanze che lo stesso compagno Togliatti aveva reso
possibile in anni lontani. L'errore di Berlusconi consiste semmai nell'aver
cominciato a lanciare segnali preoccupanti proprio per la sopravvivenza della
concertazione politica. Una concertazione che ha consentito alle classi
dirigenti, cui la sinistra istituzionale, e negli anni Novanta anche di
governo, appartiene, di affrontare il mondo nuovo sopravvissuto alla fine della
Guerra Fredda.
La storia non si ripete mai, sia ben chiaro. Tutto si trasforma, a cominciare
dall'economia. Sarebbe ridicolo applicare desuete analisi ad una realtà
in continua evoluzione senza lasciare che evolvano anche le analisi stesse.
L'insieme di queste considerazioni, naturalmente, non può tralasciare
alcuni aspetti della realtà sociale e politica di questi ultimi anni sui
quali occorre mantenere ben desta l'attenzione. In tema di evoluzioni, quindi,
non ci deve sfuggire quella della destra radicale che, sin dal lontano 1946, ha
approntato in fretta il suo apparato istituzionale di riferimento, attualmente
rappresentato da Alleanza Nazionale. AN in questa compagine governativa
può contare addirittura su un vice-premier di assoluto rispetto,
cresciuto alla scuola di Giorgio Almirante e in diretta linea di discendenza
con un passato tutt'altro che abbandonato.
Mario Coglitore
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