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Da "Umanità Nova" n. 17 del 12 maggio 2002

Il fascino perverso del nazionalpopulismo
La resistibile ascesa del Front National

L'affermazione elettorale in Francia del Front National e di Jean-Marie Le Pen, coi suoi cinque milioni e mezzo di voti, a spese soprattutto della "sinistra plurale" di Jospin, ma anche del Pcf (vedi il caso di Calais), ha colto di sorpresa molti anche perché tale partito dopo varie scissioni e l'ultima disfatta elettorale registrata a Tolone un anno fa sembrava ormai fuori gioco.

Evidentemente però la politica di evidente impronta nazional-populista portata avanti da Le Pen ha saputo alla fine intercettare variegati dissensi e quindi anche consistenti percentuali di voti in aree sociali tradizionalmente rappresentate da una sinistra (si parla di un 24% di voti operai e di oltre un disoccupato su tre) il cui programma risulta quasi indistinguibile da quello della destra borghese che ha scelto Chirac come il proprio candidato.

Poco conta che, a ben guardare, le proposte economiche del Front National, in equilibrio tra liberismo e protezionismo antieuropeo, coincidano con l'impoverimento proprio di questa parte dell'elettorato, proprio in questa contraddizione risiede il fascino perverso del nazionalpopulismo che ha fatto risultare il voto all'estrema destra come il più interclassista.

Le Pen infatti, nonostante la proposta di una sorta di una sua Tobin Tax dell'1,5% sui capitali internazionali, è tutt'altro che nemico del liberismo e si scaglia contro ogni ipotesi di Welfare State, ritenendolo una variante del totalitarismo marxista; il "suo" ordine sociale non comporta soltanto la discriminazione degli immigrati attraverso il principio iniquo della "preferenza nazionale" e il ristabilimento della pena di morte ma anche l'instaurazione di una comunità organica, uniforme e chiusa, fortemente antiegualitaria e gerarchica, dove ciascuno ha dei doveri rigidamente definiti e nella quale la democrazia viene tollerata solo nella misura in cui non è in contraddizione con un'adesione totale all'ordine. I refrattari saranno esclusi, puniti o rispediti a casa loro.

Interessante comunque notare che nel 1988, quando Le Pen chiese alle proprie "truppe" di astenersi o al peggio di votare per Chirac, ma in nessun caso per Mitterand, un terzo di quanti avevano votato la lista del Front National al primo turno appoggiarono comunque il candidato socialista, mentre gli altri due terzi si erano divisi votando Chirac, non andando a votare o scegliendo di annullare o lasciare bianca la scheda. Un po' più consistente fu la quota di elettori nazionalfrontisti che nel 1995 seguirono le indicazioni astensioniste di Le Pen, quando comunque il 30% dei suoi elettori optarono per Jospin e il 70% per Chirac, a dimostrazione che fra i sostenitori di Le Pen persiste una fetta di elettori della sinistra che non ha mai rotto del tutto i ponti con le precedenti appartenenze e convinzioni.

Un analogo copione nazionalpopulista si era visto in Austria quando due anni fa l'FPOE di Haider era andato al governo, raccogliendo non solo i voti dei reduci e i nostalgici delle SS ma risultando anche il primo "partito operaio" austriaco per i consensi raccolti in ambiti popolari e certo non ricchi; ma anche la storia della Lega Nord, legata agli interessi dei padroncini come agli umori di fasce popolari, si è nutrita di questa doppia identità.

D'altra parte l'antistatalismo e il liberismo sono state le divise economiche del primo fascismo sansepolcrista (o del fascismo-movimento per dirla alla De Felice) e dei primi anni del regime di Mussolini; così come lo stesso irriducibile squadrismo in camicia nera è stato interpretato come una restaurazione dell'ortodossia economica, ritenuta incompatibile con il "parassitismo sociale" tutelato e imposto dai sindacati e dalla sinistra.

Un elemento centrale di tutte le esperienze nazionalpopolari risulta essere ancora una volta la questione dell'immigrazione.

L'appellativo "razzista" anche in Francia è generalmente rifiutato poiché è un termine che si applica male ad una paura che non si fonda sull'inferiorità biologica e razziale, che non postula la superiorità di alcun gruppo o popolo rispetto ad altri. È piuttosto un "razzismo senza razze" che sottolinea l'irriducibilità delle differenze culturali, un razzismo differenzialista, appunto. Anche gli studiosi preferiscono parlare di "xenofobia", "eterofobia", o "etnocentrismo": odio, rigetto dello straniero, rifiuto della differenza. Tali termini indicano un atteggiamento tipico dei tempi di crisi: ripiego frettoloso su se stessi e opposizione a qualsiasi tipo di cambiamento, in quanto portatore di rimessa in discussione, per privilegiare invece la sicurezza immaginaria del proprio spazio territoriale: l'esistenza del vicino è considerata come restrittiva della propria.

Le classi popolari francesi, già emarginate a livello economico, sociale urbano, in questi ultimi decenni si sono ritrovate allo stesso livello di una popolazione immigrata, soprattutto maghrebina, che, fino a qualche tempo prima, appariva loro come lo scalino inferiore della società. Una larga fetta di popolazione vive questa caduta sociale come un'espropriazione, una perdita dell'identità individuale e collettiva, come una discesa all'inferno. Tanto più quanto la popolazione maghrebina, con la sua forte natalità e il suo desiderio sempre più espresso d'installarsi definitivamente in Francia, appare come una minaccia d'invasione dall'interno. L'estrema destra non ha avuto, quindi, difficoltà ad agitare lo spettro dell'irruzione di "orde di barbari" parlando di un "genocidio per sostituzione", con la conseguenza che le differenze a livello di religione, costumi e cultura esistenti tra la comunità maghrebina e la classe operaia francese sono state acutizzate e portate agli estremi nei tempi di crisi generalizzata tanto da comportare un reciproco irrigidimento nei comportamenti e una regressione identitaria più o meno aggressiva.

Contro tale intossicazione ideologica e sociale, gli ideali umanitari di una sinistra senza più identità di classe, scivolata ancora più a destra della tradizione socialdemocratica, sono risultati in tutta la loro inadeguatezza, così come l'antifascismo interpretato soltanto in chiave di difesa delle istituzioni democratiche, esattamente come continua fare ciò che in Italia continua definirsi come sinistra.

L'avanzata del F.N. sulle scene politiche francesi è stata, a partire dagli anni Settanta, facilitata analogamente a quanto è successo poi in Italia per il MSI-AN (accomunati dalla stesso simbolo della fiamma tricolore), dalla banalizzazione storico-culturale del nazismo, da ambigui inviti alla pacificazione nazionale e dalla comparsa del cosiddetto revisionismo storico con le sue propaggini negazioniste, subito fatte proprie da Le Pen che ebbe a definire le camere a gas ed il genocidio perpetrato dai nazisti solo come un "un point de dètail", un "dettaglio", della Seconda guerra mondiale.

Le idee del Front National non sono però riconducibili ad una scuola di pensiero precisa poiché l'originalità della sua ideologia è stata quella di riunire in un tutto composito gli elementi presi a prestito dalle diverse famiglie dell'estrema destra, da quelle più reazionarie a quelle che si definiscono rivoluzionarie o antagonista al sistema, tanto che il Front National ha sempre cercato di definirsi un movimento piuttosto che come un partito politico.

Analogo percorso è stato tentato in Italia da Forza Nuova, ma con esiti ben più limitati, anche per l'assenza di un leader carismatico come Le Pen.

Del movimento lepeniano fanno parte la componente nazionalista che rappresenta un po' la vecchia guardia del F.N. proveniente da esperienze diverse attive negli anni Settanta e Ottanta; militanti su posizioni radicali provenienti da "La Nouvelle Droite" e nazionalisti-rivoluzionari vicini alle tesi di Alain De Benoist; settori cattolici tradizionalisti sia legati allo "scisma" ispirato dal cardinale Lefebvre che ancora fedeli al Vaticano che rappresentano una potente lobby all'interno del F.N.; i nazional-conservatori su posizioni filo-occidentali e liberali; ambienti militari e interni alle forze dell'ordine; la setta coreana del Reverendo Moon con i suoi consistenti mezzi economici e la sua estesa organizzazione internazionale.

Contro tale deriva la politica dei partiti parlamentari non può offrire antidoti in quanto ne è allo stesso tempo causa e specchio e la prevedibile vittoria di Chirac grazie ai voti anche della "gauche" rischia di rafforzare ulteriormente la falsa alternativa lepenista accreditandola come unica opposizione.

L'antifascismo può vincere solo in strada.

Archivio Antifa

Principali fonti utilizzate:

Giulia Amaducci, L'ascesa del Fronte Nazionale. Neorazzismo e nuova destra in Francia; Anabasi, Milano 1994.

Alain Bihr, L'avvenire di un passato. L'estrema destra in Europa: il caso del Fronte nazionale francese; BFS/Jaca Book, Pisa-Milano 1997.



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