![]() Da "Umanità Nova" n. 18 del 19 maggio 2002 Antifascismo: Altre resistenzeA ridosso delle celebrazioni del 25 aprile, la secca vittoria di Le Pen in Francia e la sua candidatura a presidente della repubblica ha scosso gli incrollabili bastioni di certa fede antifascista. Tanto che i commenti e i commentatori si sono sprecati in questi ultimi giorni. Le riflessioni che seguono partono dal presupposto che per l'ennesima volta alcune tragiche confusioni a sinistra sprofondino ancora di più nelle secche della storia un antifascismo ormai naufrago, irritato ed irritabile, e qualche volta persino disattento. La corsa alla piazza dei francesi contrari a Le Pen, per quanto in perfetto stile parigino da vecchio 1968, non ha avuto come contraltare una riflessione, ponderata ed altrettanto necessaria, sulle cause di un voto massiccio, e trasversale alle classi con buona pace di tutti i marxisti del mondo, a destra. Il voto di chi cerca sicurezza, così almeno dicono i sondaggi, stabilità, sponde sulle quali trovare rifugio nell'incertezza di questi grigi anni di inizio millennio. Un ennesimo girotondo da bravi borghesi in uscita domenicale alternativa ha portato la sinistra francese sotto le bandiere rosse da sventolare per le strade alla ricerca di un'identità perduta che trasecola alla vista di un paio di divise e che addita provocatori in ogni angolo. Questa sinistra, così simile a quella italiana, impegnata a far rispettare le regole di una consunta democrazia del capitale correndo attorno agli edifici del potere per spaventarne gli occupanti, avvezzi a ben altre e più temibili paure, è davvero europea. Proviene dallo smottamento, presto frana incontenibile, di una serie di ideologie più o meno sconquassate che sono precipitate a valle riconfluendo nel disteso terreno della socialdemocrazia, quella, per intenderci, che strizza l'occhio ai padroni del vapore, purché ci si metta d'accordo sul mantenimento di alcuni privilegi di nicchia. Tutta l'annosa questione trova la sua origine, anche e perché no, negli anni in cui si discuteva degli assetti della nuova Italia ancora percorsa dai fremiti di una Resistenza ben decisa a chiudere alcuni scomodi conti con la storia. Una Resistenza che se non si può dire che fu di tutti, fu perlomeno di molti e che Togliatti trasformò nell'unico antifascismo possibile, quello del Partito per l'appunto. È così possibile che nessuno ricordi che furono le Brigate Malatesta (dunque le formazioni anarchiche) ad entrare per prime a liberare Milano, che la guerra partigiana fu condotta essenzialmente in alta Italia e che le vicende dello scontro fratricida che vide opposti italiani a italiani e non soltanto tedeschi invasori furono ben più complesse di quanto semplificativamente non venga oggi raccontato. È anche altrettanto possibile che nessuno ricordi l'amnistia del giugno 1946 che mandò liberi i peggiori fascisti in galera e che a firmarla fosse un prestigioso uomo politico all'epoca ministro di Grazia e Giustizia: sempre lui, Palmiro Togliatti. È evidente che sto compiendo un'analisi critica tutta rivolta a sinistra; e non perché mi sia dimenticato dell'incombente presenza di un fascismo ampiamente sopravvissuto a se stesso, come ho avuto di scrivere di recente. Piuttosto perché diventa non soltanto necessario, ma addirittura urgente, discutere di questi nostri tempi che sembrano davvero rabbuiarsi con la consapevolezza di chi ha perlomeno fatto un po' luce sul suo recente passato. Cinquant'anni di repubblica non sono un arco cronologico molto lungo, in special modo se sono stati caratterizzati da un'egemonia del ricordo che, come dicevo poco fa, ci ha costretti a pensare ad un unico antifascismo che non corrisponde alle molteplici "resistenze" di coloro che diedero la vita per liberare definitivamente dal giogo del regime, e da tutto ciò che rappresentava, la propria terra. La pretesa unicità dell'antifascismo è dunque uno dei primi nodi da sciogliere, probabilmente il più importante. Ad essa è stato fatto corrispondere un impianto culturale che ha retto, a sinistra, molto più del necessario e che, paradossalmente, è facile rintracciare anche nei gruppi che, ben oltre i confini politici del vecchio PCI, tentarono di contestarne la legittimità proclamando addirittura l'ineluttabilità di uno scontro armato, decisivo, con lo Stato borghese. Contemporaneamente la dotta cultura dei "professori della sinistra", non di tutti s'intende ma della maggioranza certamente, trasformava il fascismo in una sorta di elucubrazione storico-sociologica con poca sostanza nei metodi della ricerca e nei contenuti delle riflessioni proposte. Non è una novità che il mondo degli intellettuali italiani del secondo dopoguerra sia stato ampiamente, per non dire onnicomprensivamente, occupato dalla solerte ed instancabile opera di studiosi, ricercatori e quant'altro la cui matrice ideologica era stata per tradizione covata negli ambienti della sinistra istituzionale. Se pure di matrice ideologica si trattava, o non piuttosto di visioni del mondo, chiamiamole così, in certi casi di vere e proprie categorie interpretative della realtà che avevano poco a che fare con quella rivoluzione così spesso proclamata dai pulpiti universitari ed altrettanto disattesa nella vita quotidiana. Questo è lo scenario, peraltro assolutamente composito e dunque tratteggiato qui per sommi capi per non trasformare un semplice articolo in un noioso saggio di socio-politica, dentro al quale possiamo e dobbiamo collocare alcune considerazioni sui fatti dell'oggi. La verità è che, ormai, e sia detto con buona pace di quanti ancora credono di possedere la linea politica giusta, o perlomeno la giusta prospettiva d'analisi, lo sfilacciamento della memoria provocato in tanti anni dall'indebolimento progressivo della sinistra di casa nostra, a partire da quella che è, o è stata, seduta in Parlamento per finire a quella che si mobilita, spesso grossolanamente, in piazza, finisce per creare buche profonde nel cammino già di per sé difficile della rivendicazione dei propri diritti e delle proprie speranze in una società più giusta. Quando dico sfilacciamento della memoria intendo davvero riferirmi all'assenza di ricordi condivisi, di valori dunque che di generazione in generazione dovrebbero mantenere salde le conquiste faticosamente ottenute nel settore del lavoro, dell'istruzione, della sanità e via dicendo. Il difficile e complesso rapporto con le egemonie del sistema di produzione, a vario titolo dispiegate sul nostro tessuto sociale, finisce per essere confinato nell'angusto spazio che si riserva ai problemi minori. Altre questioni teoriche di una qualche rilevanza sembrano profilarsi all'incerto orizzonte del terzo millennio e rimbalzano qua e là come biglie impazzite. Così si finisce per credere che il Presidente del Consiglio possieda raffinate doti di esteta e comunicatore e, senza indugio, si procede ad una sorprendente analogia con un Benito Mussolini estratto direttamente dal tumulo di Predappio. Non dirò che Mussolini, sfortunatamente per molti antifascisti dell'epoca di sicura fede, possedeva uno spessore politico che non è nemmeno il caso di mettere in analogia con quello di un oscuro imprenditore lombardo salito in fretta all'onore delle cronache per una serie di ragioni di cui sarebbe troppo lungo dire in questa sede. Non dirò neanche che il contesto sociale, e intrinsecamente culturale di quegli anni, ma se volete anche economico in senso generale, fece di Mussolini un comunicatore dalla forza straordinaria, certo con quel condimento di teatralità un po' melodrammatica caratteristica delle atmosfere molto italiane di allora. Non lo dirò perché è storia e l'assenza di memoria del passato condiziona drammaticamente il presente. Non credo per altro verso che chi ha palesi difficoltà nel mettere insieme più di due o tre congiuntivi nello stesso periodo, e se ce la fa si percepisce perfettamente il suo stato d'ansia, da discorso preparato con cura e mandato giù a memoria, possa avere altre preoccupazioni se non quella di reggere la sintassi per più di qualche minuto. Occorrerà invece, come del resto si fa spesso dalle pagine di questo settimanale, osservare con attenzione alcuni pericolosi mentori che stanno appena dietro le spalle di una delle più alte cariche dello Stato. Di almeno uno di loro si potrà dire che proviene da quel brodo di coltura cui Mussolini dedicò i migliori anni della sua dittatura. Dalle parole ai fatti. E si è visto con i recenti arresti degli otto "difensori dell'ordine pubblico" agli arresti domiciliari per aver commesso qualche "sciocchezzuola" di abuso di potere durante, e dopo, gli scontri di Napoli dello scorso anno. Emerge come una schiuma che ribolle la cultura della repressione e della violenza para-militare; è lì che bisogna volgere lo sguardo senza timore di sporcarsi le mani. C'è poco da esibire - Violante in televisione la sera del 3 maggio durante la trasmissione "Sciuscià" del grande imbonitore "controcorrente" Santoro - la propria stima personale nei confronti dell'onorevole La Russa, che contraccambia esibendo la sua in un gioco di rimandi a dir poco nauseante, e dell'onorevole Vice-presidente del Consiglio Fini, affannati a difendere senza alcun ritegno la Polizia, nel suo insostituibile ruolo di colonna portante dell'edificio statale, contro la magistratura inquirente. Questo è il definitivo decadimento della cultura di sinistra impegnata a rivendicare, per converso, il suo antifascismo incorrotto e a denominazione d'origine controllata. Mario Coglitore
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