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Da "Umanità Nova" n. 19 del 26 maggio 2002

Dibattito
Crisi dell'antifascismo

Le note che seguono prendono spunto da un'interessante conferenza che il compagno Marco Rossi ha tenuto a Torino il 3 maggio.

Marco, in quell'occasione, ha trattato, in maniera approfondita, dell'attuale fascismo italiano. A partire da quanto si è discusso e come mio contributo, propongo alcune riflessioni su quella che potremmo definire la crisi dell'antifascismo e, cioè, la mancanza di un'iniziativa adeguata, in particolare, contro la politica di AN su alcuni temi quali l'ordine pubblico, l'immigrazione ecc.

È evidente che il ceto politico di Alleanza Nazionale è, sostanzialmente, immutato rispetto a quello del MSI. Per i caratteri specifici del MSI, a metà fra partito in senso classico e comunità politica che raccoglieva i reduci della RSI e che riproduceva, generazione dopo generazione, i miti fascisti, possiamo rilevare che i quadri di AN sono, in senso, proprio fascisti.

Come è noto, negli anni '90, AN ha realizzato una vera e propria mutazione di immagine ma non una rottura sostanziale rispetto al passato e, da questo punto di vista, si differenzia sia dai DS sia dallo stesso PRC che sono espressione di una crisi reale del vecchio PCI.

Se ciò è vero, vale la pena ragionare sia sulla caduta di quello che potremmo definire il senso comune antifascista che sulla mancanza di una significativa pratica dell'antifascismo da parte sia della sinistra istituzionale e di quella, in qualche modo, radicale.

Sul piano della politica istituzionale è sin troppo chiaro che il reciproco riconoscimento di legittimità fra AN e DS è stato necessario a risolvere alcuni problemi, appunto, di legittimità della destra e della sinistra italiana. Per dirla schematicamente, se si doveva eliminare il "fattore K" andava da sé che si doveva eliminare il "fattore M".

Da un punto di vista meno contingente, mi sembra vadano tenuti presenti alcuni problemi.

- Il fattore tempo: non voglio dire che l'opposizione fra fascismo ed antifascismo sia da considerarsi come quella fra guelfi e ghibellini ma il fatto che sia passato quasi un sessantennio dalla guerra non può che determinare un certo qual stemperarsi delle passioni che hanno caratterizzato sia la generazione politica che ha vissuto la guerra che quella formatasi nelle lotte degli anni '70.

- L'oggettiva differenza, dal punto di vista della prassi politica immediata, non solo fra AN e PNF ma anche fra AN e MSI. Il fatto che il ceto politico di AN sia fascista non gli impedisce di collocarsi come un normale partito parlamentare al quale non corrisponde o, almeno, corrisponde sempre meno una base militante di tipo militare. Senza un fascismo militante diviene meno praticabile un antifascismo militante.

- I miti fondanti di un ceto politico sono importanti ma spiegano solo parzialmente la sua effettiva funzione. L'occupazione di importanti posizioni di potere nazionale e locale da parte di uomini di AN ne determina la trasformazione in un partito che deve fare i conti con una base elettorale di tipo nuovo, con la necessità di essere "accettato" a livello internazionale, con gli equilibri interni al centrodestra. AN, quindi, si pone come partito d'ordine ma evita aperte forzature razziste, nostalgie antieuropee ed antiamericane, richiami netti alle radici. Il fatto che, poi, vi siano mille operazioni di "recupero" dei "lati positivi" del fascismo storico non contraddice questa scelta di fondo. Per fare un solo esempio, è sin troppo noto che il corpo militante di AN ha salutato con piacere il successo di Le Pen alle recenti elezioni francesi il che non impedisce ad AN la presa di posizione pubblica a favore di Chirac necessaria ad accreditarla come forza responsabile.

- Soprattutto, porrei l'accento sulla fine dei miti fondanti dell'antifascismo. Se si riconosce, come è normale si riconosca, che la principale forza antifascista, il PCI, è stato corresponsabile di un regime dispotico e sanguinario e se, per di più, il crollo del blocco sovietico rende evidente che i crimini dello stalinismo non solo sono orrendi di per sé ma non sono nemmeno "giustificabili" in alcun modo come errori all'interno di un percorso storico di per sé positivo, ne consegue che sono sullo stesso piano lager e gulag e, perché no? crimini delle democrazie occidentali. Nel riconoscimento di questo dato trova ulteriore spazio il discorso sul superamento delle reciproche esclusioni e sulla necessità della riconciliazione nazionale. Tutti colpevoli e, dunque, tutti innocenti.

- La fine o, almeno, la marginalizzazione dell'anticapitalismo. Se, infatti, il rifiuto del fascismo si riduce all'accettazione della democrazia liberale, AN è un partito "normale" e non risulta proporsi l'instaurazione di un regime simile a quello fascista classico. Se l'antifascismo si colloca nell'ambito dell'azione anticapitalista o, quantomeno, di una prospettiva mitologica anticapitalista, ha un senso, ma l'anticapitalismo è oggi monopolio di minoranze politiche decimate ai margini dello scontro politico.

Si potrebbe, alle precedenti considerazioni, replicare che l'antifascismo anarchico ha radici e contenuti propri diversi da quello democratico e da quello bolscevico e avremmo ragione.

Resta il fatto che l'antifascismo anarchico, che è bene si arricchisca di lavori di ricerca come quello di Marco Rossi e di altri compagni, deve fare i conti con un quadro sociale e culturale specifico che, a mio avviso, spiega la relativa mancanza di interlocutori in aree della sinistra che avevano in altri tempi una forte sensibilità a questi temi.

Ritengo, a questo proposito, necessarie:

- una ricerca specifica sulla destra sociale intesa non come la corrente di AN che ha questo nome ma come il blocco di forze sociali che si riconosce in AN, nella Lega ecc... Ho, infatti, la sensazione che manchi un'adeguata ricerca sul campo su quest'ordine di problemi e che noi ne abbiamo un'immagine, a grandi linee, corretta ma incompleta. Non sto proponendo solo né principalmente un'attività di studio quanto una riflessione collettiva sull'attività pratica e teorica che si sviluppa sui terreni sui quali si è affermata la destra sociale: immigrazione, domanda di sicurezza, precarizzazione ecc.

- una battaglia culturale contro la riscrittura della storia che la destra sta sviluppando. Una battaglia del genere non può che fare i conti con la stessa storiografia "antifascista", con le sue rimozioni, con l'accettazione da parte dei "democratici" di gran parte del patrimonio culturale fascista: nazionalismo, collaborazione di classe, stato sociale.

In altri termini, per fare i conti con il fascismo è necessario saperli fare anche con l'antifascismo.

Cosimo Scarinzi



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