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Da "Umanità Nova" n. 20 del 2 giugno 2002
La guerra dimenticata
1366 morti sul lavoro nel 2001
Strano paese, questo. E strana sinistra (sinistra?),
quella che lo abita.
Strano paese, dove basta una genuflessione di Vespa o uno scatarramento di
Santoro per riempire le prime pagine dei quotidiani e dei dibattiti televisivi,
mentre le impressionanti cifre degli incidenti sul lavoro, dei morti e dei
feriti dell'esercito industriale, delle famiglie distrutte sull'altare della
organizzazione capitalistica, restano confinate fra l'avvistamento di un lupo
sull'appennino toscoemiliano e l'apertura del nuovo ristorante del cuoco alla
moda.
Ma del resto, perché meravigliarsi? Il mercato del lavoro risponde solo
alle regole del profitto e dello sfruttamento e rifugge, giustamente, dai
clamori delle cronache (lavorare e zitti!!!), per cui a chi dovrebbe
interessare il muratore schiacciato al suolo nel cantiere o l'operaio finito,
maldestramente, sotto una macchina in quella fabbrichetta dove, se dio volesse,
si lavorerebbe anche trenta ore al giorno?
In questa Italia postmoderna, abitata da una sinistra ancor più
postmoderna, che pietisce credito buttandosi alle spalle idee ed ideali come
fossero cattive ideologie, la centralità del lavoro, se mai c'è
stata, viene sostituita dalla centralità dei mille organi sessuali, veri
o metaforici, che hanno colonizzato non solo i palinsesti televisivi ma anche,
e soprattutto, i cervelli (si fa per dire) dei professionisti della
comunicazione.
Le cifre, asettiche e tremende, anche quest'anno, come i precedenti, parlano
chiaro: 998.007 infortuni sul lavoro nel 2001 (con un aumento dello 0,9%
rispetto all'anno precedente), di cui 1366 mortali. E qui l'aumento è
del 3,4%, con una percentuale che sale al 16% per le donne. In pratica poco
meno di 6 morti e di 4000 infortuni per ogni giorno lavorativo. E in questi
calcoli non rientrano le morti e le malattie, ancora più numerose,
causate dalla nocività sul posto di lavoro. Non c'è male, mi
sembra, tanto più che, come si faceva notare da qualche parte, i morti
per infortunio sono quasi il doppio dei morti ammazzati. Eppure, che strano,
qualcuno ne parla?
Dando per scontato che i padroni e i loro servi, al governo o nelle redazioni,
non sono così idioti da voler commentare cifre così imbarazzanti,
ci si aspetterebbe che fosse la sinistra, o quel che ne resta, a riprendere lo
storico ruolo di paladina del mondo del lavoro. E infatti... le vediamo tutti i
giorni le dure battaglie dei suoi dirigenti in difesa della sicurezza e della
vita dei lavoratori. Le vediamo tutti i giorni le marce per la salute. Le
vediamo tutti i giorni le risse televisive con i deputati diessini urlare
contro lo sfruttamento omicida. Le vediamo tutti i giorni le maestranze
picchettare i posti di lavoro a rischio, imporre alle proprietà il
rispetto delle norme di sicurezza, tuonare contro gli omicidi bianchi, vergogna
di un paese civile. E soprattutto chiedersi come mai queste cifre, le
più alte in Europa, siano in costante aumento anche con normative, sulla
carta, rigide e garantiste. E come mai, nonostante una consolidata presenza
sindacale, nelle fabbriche e nei cantieri si continui a morire come mosche, e
ci si alzi al mattino, un mattino come gli altri, per andare al lavoro di
sempre, e uscirne coperti da un lenzuolo fra la triste rassegnazione dei
compagni. Sì, le vediamo proprio tutte queste cose! Eccome!
Del resto è evidente che le pesanti responsabilità della sinistra
non dipendono tanto da una improvvisa insensibilità culturale verso
tematiche ritenute, secondo le logiche autolesioniste dei suoi dirigenti,
legate a un passato da dimenticare (vergognandosi di quel poco di cui non
dovrebbero), ma piuttosto dalla complice accondiscendenza verso le nuove forme
di organizzazione del lavoro. Con i cosiddetti rappresentanti dei lavoratori,
impegnati in prima persona nel favorire la realizzazione dei progetti padronali
per uno sfruttamento più intenso e razionale. E suonano agghiaccianti,
nel loro freddo e apparente buonsenso, le parole di Pezzotta: <<Ci sono
più morti dove c'è più flessibilità perché
spesso i lavoratori non sono pronti, rimangono sul posto di lavoro poco tempo e
non vengono preparati dalle imprese. Gli infortuni sul lavoro, un tempo, erano
per lo più un problema delle grandi aziende, ora riguardano i luoghi
dove c'è più mobilità del lavoro>>. A parte la
solita infamia di addossare anche ai lavoratori la colpa di farsi ammazzare
perché vogliono correre dei rischi, ma la mobilità chi l'ha
contrattata, concertata e accettata? Chi ha deciso di svendere i più
elementari diritti sindacali in cambio della definitiva assunzione dei vertici
sindacali, e dei sindacati, nell'Olimpo del consociativismo? Chi ha ceduto il
classico piatto di proletarie lenticchie per potersi sedere al tavolo imbandito
di torte da spartirsi?
Flessibilità in entrata, nel mondo del lavoro, e flessibilità in
uscita, dal mondo e basta. Questa amara, fulminante battuta, illustra benissimo
la sostanza della questione. Quando le regole vengono cambiate durante il
gioco, per permettere a capitalisti perennemente affamati di rapinosi profitti
(e rivendico l'uso di queste terminologie "antiquate") di incrementare il
capitale a tutti i costi, non ci si può aspettare altro. Ecco
perché è meglio, molto meglio non parlare di queste cose, e far
finta di credere che i problemi siano altri, come ad esempio il diritto di
ascoltare Vespa o Santoro, l'indipendenza della magistratura, la libertà
di informazione. Tutte cose sacrosante, per carità, ma se l'informazione
non ci informa, di che libertà si tratta, se la magistratura non
interviene, a cosa serve la sua "indipendenza", se Vespa e Santoro non fanno
altro che parlarsi addosso, che ci importa di loro? E allora su questo si cerca
di stendere un velo pietoso, altrettanto pietoso di quello che i compagni di
lavoro stendono sul corpo di uno di loro ucciso, come sempre, dal profitto.
Massimo Ortalli
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