unlogopiccolo

Da "Umanità Nova" n. 21 del 9 giugno 2002

2 Giugno
La parata degli assassini

Tronfi di retorica e gonfi del nulla che gli riempie la scatola cranica, con le mascelle volitive offerte all'ammirazione del pubblico festante, gli sguardi rivolti nel vuoto dei patri destini, le uniformi esibite come il vestito buono della domenica e impettiti come rigidi baccalà, nuovamente sfilano, orgogliosi, lungo i Fori Imperiali, i nostri soldati, i professionisti della violenza preposti alla difesa della Repubblica Italiana. E alti nel cielo, assordanti, inquinanti e minacciosi, aerei ed elicotteri militari a ricordarci che c'è sempre qualcuno a vigilare sulla nostra tranquillità.

Ritornano i cascami della storia. Ritornano nelle enfatiche ed eccitate telecronache di giornalisti in orgasmo, ritornano nelle irresponsabili parole dei nuovi padri della patria, ritornano nei propositi di un ceto dirigente incurabile, oscenamente fiero di esibire, come un trofeo, le proprie vergognose intimità. Ritorna l'onore della divisa, ritorna l'esibizione dei muscoli, ritorna la retorica della disciplina e dell'amor patrio, ritorna la gioia di sfilare in armi là dove, alcuni decenni orsono, sfilavano i conquistatori del nuovo impero romano, guidati da un pagliaccio vestito da maresciallo d'Italia. Ritorna la demenziale vocazione a considerarci sempre e comunque "protagonisti della scena mondiale".

E dà un crampo allo stomaco vedere marciare tutti questi pezzi di m...arcantonio, vedere queste facce cattive come da tradizione, vedere queste espressioni aggressive appena mitigate dal bisogno di truccare l'immagine dell'esercito come se fosse una succursale della Crocerossa, dedita al volontariato e alle missioni di pace; dà un crampo allo stomaco ritrovare nei loro volti la ottusità propria di chi ha perso ogni parvenza di umanità inseguendo i miti della retorica guerresca e della violenza istituzionale. Solo un piccolo cagnolino, mascotte di uno dei tanti reparti passati in rassegna, porta trotterellando l'unico segno di insperata umanità fra tanto squallore.

È la nostra festa, la festa di tutti, si affannano a ricordarci i mezzi di informazione e gli apparati dello stato, riecheggiando gli auspici di Ciampi. Ma è fin troppo facile rispondere che non può, non deve appartenerci questa sceneggiata recitata da fantaccini in divisa militare e armati di strumenti di morte. Se proprio deve esserci una festa della Repubblica, che vadano al diavolo, allora, le forze armate e sfili invece, metaforicamente, il popolo, un popolo disarmato che costruisce la propria identità unitaria nella consapevolezza di far parte di una società nella quale vitali e importanti sono i valori della solidarietà, dell'emancipazione materiale e intellettuale, del rispetto delle differenze e delle culture.

E sarebbe anche un modo più coerente per ricordare che la Repubblica è nata dalle ceneri di un regime criminale e di una dinastia corrotta, fellona e vigliacca; e che il 2 giugno del 1946, pur con tutte le sue contraddizioni, non fu una giornata qualsiasi nella quale si sceglieva se sulla bandiera italiana dovesse esserci o meno il simbolo dei Savoia, ma un momento drammatico di chiusura definitiva con un passato segnato dall'infamia fascista e monarchica.

E invece oggi, "alla presenza delle più alte cariche dello stato", in questo rinnovato afflato di amor patrio, sfilano i macabri simulacri di una guerra che ha disonorato, essa sì, la nostra "patria". I fascisti ci sono riusciti, e dopo anni di catacombale e solitaria esaltazione degli "eroi" della disastrosa battaglia di El Alamein, ne impongono la celebrazione ufficiale "da parte di tutti gli italiani". E sfilano, nei Fori Imperiali, i carri armati e le divise di quei tragici giorni, a ricordo di uno dei tanti episodi di una guerra improvvisata e suicida, velleitariamente imperialistica, imposta ad un popolo annichilito da vent'anni di soffocante propaganda.

E per attenuare la portata di questa scelta così offensiva per le sofferenze che rievoca, dopo di loro passano le insegne della Divisione Acqui, distrutta a Cefalonia dall'esercito nazista in conseguenza del rifiuto di continuare a combattere al suo fianco. In questo accostamento che grida vendetta, voluto dagli eredi dei carnefici che aggredirono il mondo a fianco dell'esercito di Hitler, si affiancano i fantasmi di un esercito mandato cinicamente a farsi massacrare in nome della "grandezza dell'Italia", e la memoria di chi scelse la morte piuttosto che continuare a ubbidire al delirio nazifascista.

Grazie Ciampi, ne sentivamo il bisogno!

Ma niente avviene per caso, e infatti questo parallelismo, impensabile fino a ieri, prende le mosse da un processo di revisione storica che parte da lontano e che vede torme di convertiti al nuovo regime intenti a dimostrare opportunisticamente che fascismo e antifascismo hanno identica dignità e pertanto vanno dimenticate le divisioni frutto di una divaricazione ormai superata. Ed ecco Ciampi, impegnato a inventarsi una fittizia unità nazionale fra partigiani e "ragazzi di Salò" anche a mezzo della grottesca simbologia legata all'altrimenti impresentabile Inno di Mameli (esemplare l'iniziativa del cd con l'inno, distribuito gratuitamente da alcuni quotidiani e sponsorizzato dalla Acqua Uliveto, famosa per i suoi provati effetti diuretici); ed ecco i fascisti di sempre attaccati al carro della ritrovata unità nazional-patriottica, felici di riesumare, dalle fogne in cui li avevano riposti, i loro macabri labari e il loro tronfio squallore morale.

Vien quasi da rimpiangere il recente passato democristiano e del centro sinistra, durante il quale, vuoi perché i notabili cattolici erano più fedeli allo stato vaticano che non a quello italiano nato sulle ceneri del potere temporale, vuoi perché socialisti e comunisti, nonostante tutto, si sarebbero vergognati di fare della retorica patriottarda un loro cavallo di battaglia, nessuno si sarebbe sognato di accostare la battaglia di El Alamein con il sacrificio dei caduti di Cefalonia.

Bei tempi? Non credo, ma certamente non peggiori di questi.

Massimo Ortalli



Contenuti UNa storia in edicola archivio comunicati a-links


Redazione: fat@inrete.it Web: uenne@ecn.org