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Da "Umanità Nova" n. 23 del 23 giugno 2002

Un Musharraf iraniano?
Gli USA e la fine della "distensione" con l'Iran

L'annuncio fatto lo scorso Febbraio dal Presidente americano Bush con il quale l'ineffabile petroliere capo del mondo inseriva l'Iran tra i paesi costituenti l'asse del male (insieme a Iraq, Siria e Corea del Nord) ha sorpreso non pochi analisti che, da tempo, consideravano superata la contrapposizione tra gli Usa e il paese degli ayatollah. Sono ormai alcuni anni, infatti, che l'Iran moltiplica i suoi gesti distensivi nei confronti dell'Occidente, anche se l'Europa rimane l'interlocutore privilegiato di Teheran e della cosiddetta "leadership riformista" impersonata dal Presidente Khatami. A partire dal 1997 gli iraniani hanno moltiplicato i loro rapporti con l'Occidente, iniziando con l'invito all'allora Presidente del consiglio italiano Prodi (che si mostrò nella capitale iraniana con la signora in rigoroso chador); non solo l'Europa però è stata coinvolta nella "politica dell'apertura", gli stessi Stati Uniti sono stati gratificati da un continuo abbassamento della tensione da parte di un paese che, appena otto anni fa, gratificava Washington dell'appellativo di "Grande Satana", riservando il ruolo di "piccolo Satana" ad Israele. L'amministrazione Clinton aveva recepito le novità provenienti dal grande paese asiatico e aveva dimostrato il suo interesse con alcuni gesti di apertura ampiamente significativi. Uno per tutti, l'autorizzazione rilasciata a un consorzio misto americano-turkmeno per costruire un gasdotto passante per il territorio iraniano (oggi, nuovamente revocata). Lo stesso acuirsi della tensione tra l'Emirato talebano dell'Afganistan e Washington aveva costretto la nuova amministrazione americana a un'apertura di credito nei confronti dell'antica Persia, vista come un puntello alla stabilità della regione centroasiatica e come un sicuro argine al contagio talebano nella regione, dal momento che la religione musulmana sciita al potere in Iran viene considerata dai fondamentalisti sunniti come i talebani un'eresia da sradicare. Significativa in questo senso è stato il massacro di diplomatici e giornalisti iraniani effettuato dai talebani a Herat in seguito alla presa della città nel 1999.

La recente guerra d'Afganistan ha portato, poi, gli Stati Uniti a cercare e ottenere l'alleanza di Teheran nell'operazione di occupazione dell'Afganistan, aggiungendo le forze Hazara (gruppo etnico afgano di origine mongola ma di fede sciita e nemico giurato dei talebani e dei Pashtun delle tribù della zona di Kandahar) controllate dall'Iran a quelle tagike e turkmene riunite nell'Alleanza del Nord. Però, passata la festa... con quel che ne consegue. Dopo che gli Stati Uniti e i loro alleati inglesi sono riusciti a imporre un governo amico a Kabul, a occupare il paese con le proprie truppe e con quelle di paesi fidati come la Turchia (i meno fidati italiani sono già stati mandati a casa, con buona pace delle sparate berlusconiane sul ruolo patrio nel mondo, mentre tedeschi e francesi sono sul punto di levare le tende), e infine a imporre al Pakistan una svolta nel senso della piena adesione agli interessi americani nell'area e di abbandono dell'alleanza con i gruppi sunniti fondamentalisti, dopo aver centrato insomma gli obiettivi esibiti al vertice europeo-americano di Bonn dello scorso Luglio (due mesi prima dell'11 Settembre...), gli Stati Uniti hanno nuovamente scaricato l'Iran. Non si tratta solo degli annunci di prossima guerra di Bush, quanto della politica attuata dal nuovo Presidente afgano Karzai, consistente nell'escludere da qualsiasi livello di potere (compreso quello rappresentato dalla presenza nell'assemblea tribale afgana, la Loya Jirga, da poco riunita) gli Hazara sciiti e gli uomini dell'ex Primo Ministro muyaed Gulbuddin Hekmatyar. Quest'ultimo, primo responsabile della distruzione di Kabul nel 1992, è un sunnita, appartenente alle tribù Pashtun di Jalalabad, finanziato dai servizi segreti pakistani e da quelli sauditi (quindi, anche dalla CIA) fino al 1995, quando il rafforzarsi dei talebani (rappresentanti delle moschee Deoband pakistane e delle tribù Pashtun afgane della zona di Kandahar) convinse i pakistani ad abbandonare Hekmatyar e i suoi e a sposare la scelta talebana fino ad allora caldeggiata quasi esclusivamente dalla mafia pakistana dei camionisti, interessati a ottenere la strada libera e a buon prezzo fino all'Asia Centrale.

Il buon Hekmatyar, abbandonato dai vecchi protettori, non trovò di meglio che accordarsi con gli eretici sciiti iraniani, dimostrando una certa duttilità in campo ideologico, seguendone le posizioni sulla questione afgana e condividendo con loro l'iniziale favore verso l'intervento americano nel paese asiatico. Finita la luna di miele afgana tra Iran e USA, però, i nodi sono ritornati al pettine, riconsegnando uno scenario dove l'Iran è stato escluso da ogni decisione sulle sorti del suo vicino turbolento e i suoi alleati locali sono sotto il tiro delle truppe anglo-americane. Non è un mistero, infatti, che la guerra contro Al-Qaeda e contro i resti delle truppe talebane nella zona di Gardez e di Jalalabad sia anche guerra contro Hekmatyar e i suoi muyaheddin (gli stessi che Reagan e la Thatcher insignivano del titolo di "combattenti per la libertà").

Ma quali sono gli obiettivi di Washington nello sviluppare un confronto così duro contro Teheran? Perché l'amministrazione Bush sta cercando in ogni modo di metter in difficoltà la sinistra islamica liberale e occidentaleggiante di Khatami, oggi al potere a Teheran? A mio avviso Washington non è disposta a tollerare nelle aree considerate d'importanza strategica per la propria economia nessun partner indipendente con il quale dover trattare. Dal punto di vista degli Stati Uniti un Iran laicizzato, aperto all'Occidente e incluso nel grande affare dei giacimenti di petrolio e gas dell'Asia Centrale è una iattura perché li costringerebbe ad aver a che fare con un alleato (sia pur di caratura inferiore) e non con un vassallo. L'Iran si trova in uno snodo geografico fondamentale per l'accesso, il trasporto e la commercializzazione delle materie prime energetiche e, quindi, potrebbe far valere a qualsiasi tavolo delle trattative il proprio peso e la propria posizione. Gli Stati Uniti, dopo aver normalizzato il Pakistan e l'Afganistan, e dopo essere penetrati nell'ex cortile di casa russo in Asia Centrale, non possono assolutamente permettersi di dover trattare con un Iran forte e riconosciuto internazionalmente.

A queste questioni si deve aggiungere che l'Iran sta aumentando il proprio peso specifico in Medio Oriente: dopo aver finanziato per molti anni esclusivamente gli Hezbollah (il partito di Dio) sciiti libanesi, grazie al prestigio assunto da questi con la ritirata delle truppe israeliane dal Libano meridionale, dove avevano combattuto inutilmente proprio contro di questi, l'Iran ha iniziato ad avvicinarsi all'ex "traditore" Arafat, per anni considerato un servo degli israeliani e oggi gratificato dal riconoscimento e dalla fornitura di armi, come dimostrato recentemente dalla vicenda della nave sequestrata dagli israeliani. Questo mutamento di orientamento non è solo il frutto dell'esplosione della nuova Intifada, quanto anche della crescente paura di Teheran di essere circondata dall'asse Ankara-Tel Aviv, nuovo bastione di governo americano del Medio Oriente. Per evitare l'accerchiamento definitivo l'Iran sta abbandonando la sua classica politica di scontro con le leadership arabe, sia sunnite che laiche, operando a tutto campo per creare un fronte di resistenza alla penetrazione americano-turca.israeliana nell'area. Il vecchio Saddam, nemico mortale per oltre vent'anni e i regnanti sauditi, oltre che Arafat, sono i destinatari delle nuove attenzioni iraniane. D'altra parte, come abbiamo visto recentemente su UN, l'affermarsi dell'asse turco-israeliano e l'evidente coinvolgimento di almeno una parte dei servizi segreti sauditi nell'11 Settembre, stanno portando le relazioni tra il regno dei Saud e gli USA al minimo storico dalla fondazione del regno in avanti In questo quadro si può comprendere come per gli americani un Iran indipendente e protagonista della propria politica estera sia un problema anche in quest'altra area: Washington punta, infatti, a costruire una stabilità mediorientale basata sulla distruzione dell'Iraq di Saddam Hussein che verrebbe sostituito da una federazione tra il centro sunnita, il sud sciita e il nord curdo, sotto protettorato americano, nonché sul ridimensionamento del peso dell'Arabia Saudita a favore di Ankara e Tel Aviv (lo ripetiamo anche a costo di essere noiosi: Turchia e Israele sono i soli alleati affidabili dell'area per gli USA) e dei piccoli Emirati arabi del Golfo. L'unico stato che si può realisticamente opporre a questo disegno nell'area, dopo che l'antagonista storico la Russia è stato cooptato all'interno del blocco di potere mondiale a base americana, è l'Iran. Le conseguenze evidenti sono che il disgraziato paese è stato immediatamente messo in lista per fare la fine del Pakistan. È, infatti, del tutto evidente che gli USA non possono pensare a un intervento diretto nel grande paese asiatico, pena mettere nel conto alcune migliaia di body-bag da riportare ai genitori americani con conseguenze non certo positive per il consenso interno dell'amministrazione che decidesse una simile mossa. In assenza di opposizioni armate di una certa consistenza strumentalizzabili dagli USA, questi ultimi sembrano aver optato per un'altra strada: isolare il paese, umiliare la sinistra islamica e provocare un soprassalto della destra islamica con tumulti di piazza e rivolte armate. Non dobbiamo dimenticare che l'ala dura degli Ayatollah controlla ancora i gruppi paramilitari volontari dei "Pasdaran della rivoluzione" e dei "Basigi", la cui forza e determinazione sono state fondamentali nell'arrestare la contestazione di massa studentesca della Primavera del 1999. Un loro pronunciamento porterebbe in modo inevitabile alla reazione dei partiti della sinistra islamica come i "Mujahidin della rivoluzione" e il movimento "Dovom-e-Khordad", il cui seguito tra la popolazione e tra i gradi inferiori dell'esercito va crescendo anno dopo anno. Si verrebbe così a creare una situazione di vera e propria guerra civile che favorirebbe l'emergere degli ufficiali quarantenni dell'esercito i quali hanno sostituito sia i vecchi militari formatisi sotto il regime dello Shah e riciclatisi ai tempi della guerra con l'Iraq come "salvatori della patria", sia i più giovani militari islamisti formatisi nel fuoco della rivoluzione e spentisi (fisicamente) sotto il fuoco dell'esercito iracheno. Questa nuova generazione di ufficiali non è legata alla teocrazia sciita, ma neppure alla sinistra islamica di Khatami. Piuttosto tende a costruirsi un proprio ruolo indipendente dalle fazioni e consistente nel proporsi come salvatori della patria in ultima istanza; l'eventualità di una guerra civile tra destra e sinistra islamica potrebbe rappresentare l'occasione per la scalata al potere. Su questa possibile dinamica conta Washington per ricondurre a ragione la variabile Iran, ritenendo, probabilmente a ragione, i militari più malleabili e meno nazionalisti degli attuali interlocutori. Ci sarà un Parvez Musharraf iraniano?

Giacomo Catrame



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