Da "Umanità Nova" n. 24 del 30 giugno 2002
I post-fascisti ed il loro passato
Destra di governo e revisionismo all'italiana
La permanente continuità politica, e persino esistenziale incarnata da
alcuni dirigenti, tra Alleanza Nazionale e il Movimento Sociale Italiano di
Almirante, peraltro resa palese dalla presenza della fiamma tricolore missina
nella bandiera del partito di Fini, è anche una continuità
storica in quanto appare del tutto evidente la riproposizione della stessa
lettura della storia del fascismo, compresa la sua appendice repubblichina.
In questo senso quindi non è neppure esatto parlare di "revisionismo
storico" ma dell'interpretazione di parte fascista di tale periodo e di tali
eventi già avviata durante il Secondo conflitto mondiale, tendente a
legittimare l'avvento al potere, il regime ventennale di Mussolini, le scelte
belliciste e la Repubblica di Salò.
Peraltro in Italia il "revisionismo" di destra in ambito storico non è
certo figlio grossolano delle varie tendenze negazioniste nei confronti delle
camere a gas o dello sterminio degli ebrei nei lager nazisti, ma ha seguito
altri binari, tanto che la complicità fascista con il nazismo è
costantemente rimossa e gli orrori degli stermini e delle rappresaglie contro i
civili vengono esclusivamente addossati ai "tedeschi", ossia ai nemici e agli
invasori stranieri di sempre.
Tale tendenza era peraltro già emersa fin dagli anni '40 quando,
nonostante l'Asse Roma-Berlino, la stampa di regime era solita definire gli
alleati come "germanici" o "tedeschi" secondo il barometro dei rapporti
diplomatici e militari tra i due Stati, evocando la storica ostilità
verso il "tedesco" risalente almeno alle guerre risorgimentali e rafforzatasi
durante la Prima Guerra Mondiale.
Prendiamo comunque in esame le principali linee interpretative elaborate o
fatte proprie dai post-fascisti nei confronti del loro passato.
Innanzitutto viene esaltata la connotazione nazionale e non-reazionaria del
primo fascismo; tale chiave di lettura appare tutt'altro che infondata se si
guarda al sorgere degli eterogenei Fasci di combattimento e al loro
socialisteggiante Programma del 1919, ma è altresì innegabile che
lo squadrismo fascista si dimostrò ben presto in tutta la sua vocazione
antioperaia e controrivoluzionaria, tanto da meritarsi pienamente la qualifica
di guardie bianche del capitale e di sgherri tricolorati al servizio degli
agrari.
Legata a questo prima rivisitazione, grazie anche all'utilizzo strumentale
delle prime ricerche di De Felice sulle origini dei Fasci e di quelle
dell'americano Gregor tese a presentare il fascismo come modernizzatore della
società italiana, la storiografia di destra ha tentato di minimizzare la
portata della violenza fascista prima della Marcia su Roma e della repressione
poliziesca durante il regime, dando l'impressione che la fascistizzazione
dell'Italia sia avvenuta in modo quasi indolore (impressione peraltro
contraddetta anche dalle cifre più prudenti, basti pensare alle almeno
10 mila vittime proletarie registrate nel 1921 cadute per mano fascista o delle
forze dell'ordine colluse coi fascisti) e con un consenso popolare passivo - la
cosiddetta "zona grigia"- pressoché unanime, mentre sarebbe stata
irrilevante l'opposizione da parte delle forze antifasciste ("irrilevanza" che
contrasta con i secoli di carcere, le migliaia di condanne al confino e le
fucilazioni comminate dagli instancabili Tribunali Speciali).
Passando al Ventennio, l'interpretazione post-fascista riprende da un lato la
retorica mussoliniana sulle grandi opere nazionali realizzate come le varie
bonifiche e sulle conquiste corporative a favore dei lavoratori, oggi celebrate
dai monumenti e dalle vie intitolate ai gerarchi dell'epoca su iniziativa delle
amministrazioni locali di centro-destra e le continue riabilitazioni culturali
di tale periodo e dello stesso Mussolini definito persino quale "uomo di pace",
come successo recentemente in un convegno promosso da Azione Giovani a
Biella.
L'entrata in guerra dell'Italia, voluta dal menzionato "uomo di pace", con
l'aggressione vile alla Francia nel 1940 - subito pagata in poche settimane da
migliaia di soldati italiani resi invalidi per congelamento - è al
contrario quasi sempre elusa, così come l'alleanza con la Germania di
Hitler, anche dai più solerti "storici" della destra che preferiscono
considerarla come un evento ineluttabile, facendo finta di non sapere che gli
stessi rapporti dell'OVRA segnalarono subito la contrarietà popolare,
ossia l'avversione della cosiddetta "zona grigia", verso la scellerata
avventura militare che trascinò rovinosamente l'Italia in un conflitto
micidiale, dopo averla già dissanguata nelle guerre contro l'Etiopia e
la Repubblica Spagnola.
Generalizzato il silenzio anche sui misfatti compiuti dalle truppe italiane
durante la Seconda guerra mondiale che sovente nei confronti delle popolazioni
civile, come avvenuto ad esempio nei Balcani, non si dimostrarono meno spietati
di qualsiasi esercito d'occupazione, insinuando più di un'ombra sul
luogo comune nazionalpopolare degli "Italiani brava gente".
Totale e puntuale appare invece la riscrittura delle pagine riguardanti i
seicento giorni della Repubblica di Salò, dalle quali scompaiono i
capitoli scritti dalle Brigate Nere, dalla Guardia Nazionale Repubblicana,
dalla X MAS, dalle SS italiane e dai reparti dell'esercito di Graziani;
capitoli che rimangono tra i più tragici della storia d'Italia.
Su questi è del tutto evidente l'intento politico di riabilitare coloro
che si schierarono con il nazismo, per un senso di fedeltà prima ancora
che verso la patria -come viene sostenuto- verso gli ideali fascisti; tanto
più che se per chi indossava un'uniforme c'era da "onorare" un
giuramento questo era stato semmai assunto verso il re piuttosto che verso il
duce.
Proprio da questo presupposto si è sviluppata l'invocata "pacificazione
nazionale" tra Italiani, fatta propria anche da esponenti della "sinistra"
politica, quali ad esempio il diessino Luciano Violante che solo di recente ha
parzialmente fatto marcia indietro su quanto aveva dichiarato riguardo i
"ragazzi di Salò".
Il problema infatti di queste discussioni è che quasi sempre, col
pretesto del rispetto per i morti, si finiscono per equiparare, ammantandoli
sotto lo stesso tricolore, gli ideali per i quali giovani e meno giovani
scelsero allora di combattere su "fronti" contrapposti.
Invece, come ben ha messo in risalto Claudio Pavone, dentro quella guerra
civile e nella Resistenza vi erano anche rivendicazioni sociali e ideali
rivoluzionari che andavano ben oltre la prospettiva della liberazione
nazionale, prefigurando assieme alle bandiere rosse e rosso-nere una
società fondata sulla solidarietà internazionale di classe tra i
lavoratori di tutti i paesi.
Consapevoli però della debolezza di tale argomentazione volta a
trasformare tutti in patrioti, gli "storici" di destra preferiscono fare
proprio quanto sostenuto già nell'immediato dopoguerra da Filippo
Anfuso, ex-diplomatico della RSI e tra i fondatori del MSI, e in tal modo la
Repubblica Sociale Italiana torna ad essere presentata non come un governo
collaborazionista ma come uno Stato "cuscinetto" in funzione di argine
all'occupazione tedesca e di moderazione delle misure repressive naziste,
glissando sulle dirette responsabilità che gli apparati repubblichini
ebbero nel rastrellare, deportare e consegnare alle SS migliaia di ebrei
italiani ma anche dell'esecuzione di feroci rappresaglie contro i civili.
Parallelamente, in questi anni, si va assistendo alla criminalizzazione della
lotta partigiana e, in particolare, proprio delle sue componenti politiche
più intransigenti e le sue espressioni più avanzate, dipinte come
bande al soldo dello straniero (russo, americano, slavo, ebreo, etc.), assetate
di sangue e composte da una "feccia sociale" senza patria, senza dio e senza
legge, estranea alla comunità nazionale.
A recuperare tale ritratto dei "ribelli" mutuato direttamente dalla truce
propaganda nazi-fascista di allora, oggi sono presunti storici, giornalisti e
politici che hanno spudoratamente giurato fedeltà alla Repubblica "nata
dalla Resistenza", ma l'aspetto più grave è la condiscendenza di
una sinistra senza più identità e la frequente sottovalutazione
anche da parte dell'area antagonista, magari pronta a mobilitarsi - giustamente
- contro Forza Nuova ma poi non in grado di contrastare Alleanza Nazionale o di
riconoscere i "sinistri" travestimenti della destra radicale.
Nelle piazze si sente paradossalmente oggi gridare "Resistere, resistere,
resistere", ma quando andava fatto si è preferito irridere e persino
osteggiare la coerenza di coloro che sostenevano la necessità di non
disarmare quella memoria sociale a cui appartiene anche l'esperienza
dell'opposizione di classe al fascismo.
emmerre
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