Da "Umanità Nova" n. 25 del 7 luglio 2002
Strategia del terrore
Verso la prossima guerra
Non vi è nulla di così irresistibile come un potere tirannico che
comanda in nome del popolo.
Toqueville, "Della democrazia in America"
Dall'11 settembre 2001, il giorno delle Twin Towers, non è passata
settimana senza un nuovo allarme per altri imminenti attacchi terroristici di
ogni genere: chimici, biologici, aerei, marini, informatici.
I risultati immediati più evidenti sono sotto gli occhi di tutti:
un'escalation bellicista in un'area geopolitica estremamente vasta iniziata con
l'aggressione all'Afganistan, l'instaurazione dello stato di assedio nella
società statunitense in cui quattro cittadini su cinque si dichiarano
disposti a rinunciare ai diritti civili per vedere debellata la minaccia
terroristica, aprendo la strada alla nuova "Strategia per la sicurezza
nazionale" che prevede anche offensive militari unilateralmente decise dal
governo USA contro nazioni anche soltanto sospettate di appoggiare i
terroristi.
Eppure l'intensificarsi in queste ultime settimane delle previsioni riguardanti
prossimi e praticamente certi disastrosi attentati contro gli Stati Uniti,
l'Europa o l'Occidente, lascia perplessi e suscita vari interrogativi
sull'immediato futuro, anche perché nessuna opinione pubblica, neanche
quella americana, può essere mantenuta in uno stato di permanente attesa
del peggio senza rischiare l'effetto opposto dell'assuefazione più o
meno fatalistica.
Il bilancio della prima fase di "Enduring Freedom" non appare peraltro
trionfante: le forze armate americane non sono riuscite a prendere il controllo
del territorio afgano, la coalizione governativa installata a Kabul appare
debolissima e ferocemente divisa al proprio interno, mentre si registrano
continue azioni di guerriglia contro le basi e le strutture dei contingenti
militari occupanti prese di mira anche con armi pesanti.
Per cui sia Bush Jr. col suo governo che Wall Street hanno bisogno di aprire
quanto prima altri fronti di guerra, per tentare di rispondere sia
all'incalzante crisi economica che alle crescenti critiche politiche, anche in
considerazione delle verità che negli Stati Uniti cominciano a farsi
strada, tra inchieste giornalistiche e rivelazioni eccellenti, sui misteri di
Stato e gli oscuri retroscena dell'11 settembre che potrebbero mettere sotto
accusa la stessa Casa Bianca.
Proviamo infatti ad immaginare il caso in cui venisse in qualche modo
dimostrato, come da più parti viene già affermato senza mezzi
termini sulla stampa statunitense, che non solo il governo americano era da
tempo al corrente del pericolo di attentati e dei movimenti dei terroristi, ma
ha premeditatamente coperto, favorito o lasciato compiere la strage dell'11
settembre; allora davanti ad un inpeachment per alto tradimento nei confronti
del Presidente, potrebbe aprirsi qualsiasi scenario, anche quello, recentemente
evocato in un film hollywoodiano, di un colpo d stato da parte dei vertici
militari, con un unanime consenso nazionale.
Può sembrare fantapolitica, ma proprio negli Stati Uniti, nelle ore
immediatamente successive all'attacco alle Twin Towers, l'ipotesi del complotto
interno ebbe un certo credito in moti ambienti istituzionali e furono segnalati
strani movimenti di truppe speciali e mezzi corazzati; mentre rimane ancora da
comprendere quanto avvenne realmente al Pentagono, colpito da un fantomatico
aereo la cui esistenza è stata persino messa in discussione da un
libro-inchiesta di un certo successo editoriale.
L'unica via di uscita, a questo punto quasi obbligata per Bush Jr., appare
quindi una nuova guerra contro l'Iraq per allontanare sospetti e trame,
compattare le forze "sane" della nazione, assicurarsi la fedeltà
dell'apparato militare-industriale con nuove lucrose commesse ma anche fare gli
interessi della lobby petrolifera di cui è espressione.
Per questo, paradossalmente, lo stesso baldanzoso Presidente potrebbe risultare
ostaggio dell'imperialismo.
Zio Fester
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