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Da "Umanità Nova" n. 33 del 13 ottobre 2002

2003: una finanziaria da illusionisti
I servizi essenziali ridotti a merce

Per capire l'esito finale della legge finanziaria predisposta dal governo per il 2003 occorre prendere in considerazione una serie di elementi che caratterizzano il contesto: l'economia mondiale è in profonda crisi, i crolli azionari si sono trasferiti dal livello della finanza al livello dell'economia reale, una serie preoccupante di grandi corporation si sta avvicinando al punto di non ritorno, di qua e di là dell'Atlantico; per l'Italia è sufficiente citare, per fare un esempio, la situazione Fiat; nonostante la serietà della situazione, le massime autorità economiche europee si rifiutano di intervenire per allentare i vincoli che imbrigliano le politiche economiche e fiscali dei singoli stati membri, per sostenere una moneta che esprime un'economia poco "competitiva"; in assenza di un via libero comunitario ad un'"interpretazione" più espansiva del patto di stabilità, e in attesa che i due paesi guida (Germania e Francia) provvedano per tutti, il governo Berlusconi ha rinviato a data da destinarsi ogni ambizione di rilancio economico e si è rifugiato nella gestione dell'esistente, in condizioni politiche date; in presenza di uno straccio di accordo sindacale denominato Patto per l'Italia siglato non più di tre mesi fa con Cisl e Uil, dopo un anno di accanito lavoro per dividere le confederazioni, il governo si trovava nella necessità di onorare almeno una parte delle "concessioni" ai sindacati consenzienti, in questo caso la riduzione dell'Irpef sui redditi bassi; l'emergenza dei conti pubblici, che si era cercato invano di sanare con provvedimenti tampone come lo scudo fiscale sui capitali esteri, ha imposto a fine settembre un intervento urgente del governo per trovare dei soldi freschi laddove nessuno avrebbe potuto immaginare: nelle casse delle imprese. Detto questo possiamo incominciare a ragionare sui contenuti della manovra per il 2003 e le probabili mosse future dell'esecutivo e degli attori sociali coinvolti dalle politiche di questo governo. Innanzitutto possiamo partire dall'ultimo punto che abbiamo toccato: la mazzata sulle imprese. A botta calda Confindustria ha azzardato la cifra di 3 miliardi di euro, per quantificare i costi scaricati sulle imprese dal decreto legge del 20 settembre. A conti fatti invece sembra che le cifre siano ben più elevate: le sole assicurazioni (investite nell'ultimo anno da una serie impressionante di eventi negativi, dagli attentati terroristici alle inondazioni nel Centro-Europa) hanno denunciato costi per 4 miliardi di euro, per il provvedimento che riduce la deducibilità delle riserve tecniche accantonate, mentre le banche hanno parlato di 1 miliardo di euro per la sospensione delle agevolazioni fiscali nei casi di fusione. Le imprese hanno perso il credito d'imposta per i neo-assunti, pari a 10 milioni di vecchie lire per il Nord e 15 milioni per il Sud; hanno visto sparire i vantaggi di Dit e Superdit; hanno visto trasformare in prestiti ventennali allo 0,5% di tasso i vecchi trasferimenti a fondo perduto. Una serie di provvedimenti che non si sarebbero mai aspettati da un "governo amico". La finanziaria 2003 conferma le anticipazioni via via emerse nelle settimane precedenti: 20 miliardi di manovra, con 8 miliardi di tagli di spesa, 8 miliardi di entrate dal condono fiscale, 4 miliardi da cartolarizzazioni e introiti da Patrimonio Spa e Infrastrutture Spa. In sostanza un mix bilanciato di tagli alla spesa di tipo strutturale e aumenti delle entrate straordinarie una tantum. Una classica strategia del galleggiamento. Finita l'onda lunga delle privatizzazioni possibili, archiviata la retorica sul patto con gli italiani, sui grandi lavori e sulla liberalizzazione taumaturgica di un'economia ingessata dalla voracità fiscale della sinistra, il governo Berlusconi deve mettere mano, in un vortice di pressioni lobbistiche, al bilancio dello stato per farlo quadrare. In questa impresa assai poco simpatica, il governo cerca di inventarsi qualche iniziativa, ma finisce alla fine per battere strade assai note. Cosa c'è di nuovo nel concordato fiscale sugli anni pregressi, che dovrebbe portare nelle casse statali 5.759 milioni di euro nel solo 2003 e 1.865 milioni di euro nel 2004? Cosa c'è di nuovo nella riedizione dello scudo fiscale, con una multa alzata dal precedente 2,5 al 4%, se non l'incertezza sul suo esito reale e sulla dubbiosità della cifra iscritta a bilancio, pari a 2 milioni di euro? Cosa c'è di innovativo nelle cartolarizzazioni dei beni dello stato, venduti a pronti a grandi intermediari finanziari che sanno generalmente di fare un buon affare a spese dello stato e della proprietà pubblica? Già, cosa c'è di nuovo? Nulla, se non che cambiano gli attori e quindi il ruolo di chi sta al governo e chi sta all'opposizione. Le cartolarizzazioni sono la nuova versione delle privatizzazioni, fatte a raffica dall'Ulivo: è la tipologia di beni da vendere, unita all'ormai avvenuto disincanto dei piccoli azionisti che si erano comprati per ultima l'Enel, a imporre un collocamento finanziario più sofisticato. La vera novità sono i tagli di spesa, la loro imponenza e la loro qualità sociale. Sanità, scuola e pubblica amministrazione sono i comparti dove la scure colpisce in misura maggiore. La sanità sarà investita da tagli pari a 8 miliardi di euro nel triennio 2003-2005, attuati attraverso la reimposizione dei ticket e i tagli ai trasferimenti alle Regioni. La pubblica amministrazione subirà tagli pari a 1,9 miliardi di euro in tre anni, attraverso il blocco delle assunzioni e i provvedimenti sul personale. La scuola pagherà un prezzo di 425 milioni di euro in quattro anni, con la riduzione del personale docente e non docente. La ricerca e l'Università subiscono drastici tagli, che denunciano il ripiegamento di ogni politica di sviluppo destinata ad investimenti strategici sul terreno della stessa innovazione tecnologica capitalistica. Il capitolo che sfiora il grottesco è però quello riguardante l'abbassamento delle aliquote Irpef, con cui il governo si era impegnato, nel Patto per l'Italia, a restituire ai lavoratori con redditi medio-bassi la cifra di 5,5 miliardi di euro. Nella relazione tecnica allegata alla finanziaria si scopre che questa cifra è scesa a 3,4 miliardi di euro, con il governo costretto a rintuzzare le polemiche con l'argomento che si tratta di un semplice scostamento dovuto alla impostazione del bilancio di cassa, anziché di competenza. In realtà è tutto l'impianto della revisione dell'Irpef che denuncia il carattere illusionistico di questo primo "modulo" della grande riforma fiscale promessa da Tremonti: il conteggio dell'imposta dovuta diventa un complicato percorso ad ostacoli, con nuove aliquote, fissazione di diverse "no-tax area" a seconda della categoria di appartenenza, e nuovi criteri di deduzione e detrazione. Alla fine si scopre che i redditi sopra i 25 mila euro non guadagnano niente dalla riforma, i redditi inferiori a quella cifra risparmiano tasse in misura irrisoria (una media di 220 euro a testa), magari più che compensate dalle nuove tasse che gli enti locali dovranno imporre ai cittadini per recuperare il blocco dei trasferimenti statali. Ed ecco svelato fino in fondo il trucco demagogico dell'abbassamento delle tasse: la pressione fiscale dello stato centrale scende in modo impercettibile, ma la tassazione degli enti locali sale progressivamente per continuare a fornire un minimo di servizi sociali, sicuramente peggiori e sicuramente più costosi rispetto a prima. È il frutto avvelenato del federalismo fiscale. Naturalmente la pressione fiscale scende in maniera ben diversa per il sistema d'impresa: la riduzione di due punti dovrebbe portare l'Irpeg al 34%, con un risparmio di 194 milioni di euro nel 2003, ma ben 2.603 nel 2004 e 607 nel 2005; quanto all'Irap, si dovrebbe andare ad una massiccia riduzione nel 2004 (963 milioni di euro) e nel 2005 (520). Insomma, le imprese così duramente colpite in settembre, possono sperare di rivedere la luce negli anni a venire ed essere trattate con i guanti di velluto non appena le finanze dello stato lo consentiranno. Per fare digerire la manovra, il governo ha cominciato a rassicurare tutti i suoi partner politici, dalle confederazioni sindacali alle organizzazioni padronali, prendendo impegni spesso diametralmente opposti. Ha garantito a Cisl e Uil di non toccare le pensioni, e agli industriali esattamente il contrario. Nel contempo c'è l'impegno del governo a concludere finalmente l'iter di abolizione dell'art. 18, che dovrebbe andare in terza lettura alla Camera entro gennaio. Per quanto riguarda le pensioni, la promessa ai padroni è quella di riprendere in mano la "riforma" non appena saranno maturate le "condizioni politiche", sotto adeguata pressione europea. A questo punto è evidente che si tratta di mettere in campo il massimo di iniziativa politica e sociale per bloccare il progetto di ridisegnare lo stato sociale. È un progetto che viene portato avanti, con modalità differenti, ma in perfetta continuità, da tutti i governi che si alternano nella guida dei paesi europei: si tratta di imporre alle classi sociali subalterne un costo più elevato per la propria riproduzione. Tagliare il salario sociale significa imporre il ricorso ai servizi privati, in campo previdenziale, sanitario, scolastico. È un progetto di mercificazione, cioè di riduzione a merce dei servizi essenziali, un processo che permette di allargare l'area di estrazione del profitto nei settori improduttivi e contemporaneamente abbassare la parte di valore che va al salario nei settori produttivi . È un progetto che va combattuto perché ha carattere regressivo per la società intera, sia al di dentro che al di fuori della produzione.

Renato Strumia

 



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