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Da "Umanità Nova" n. 34 del 20 ottobre 2002
Autogestire il futuro
Termini Imerese: la barca che affonda
La fine ingloriosa della FIAT, che verrà risparmiata all'avv. Gianni
Agnelli prossimo ad una morte gloriosa (negli ambienti giornalistici già
questa estate sono stati approntati quelli che in gergo si chiamano
"coccodrilli"), non sposterà di un millimetro la ricchezza patrimoniale
della dinastia, e se i manager si comporteranno con le proprie stock options
così come si sono comportati i manager della Enron, approfittando della
loro posizione informativa per depredare la nave un attimo prima che si
inabissi (nuova tipologia del reato patrimoniale di insider trading, già
depenalizzato dal governo Berlusconi), nemmeno loro soffriranno granché
di una scomparsa annunciata.
Infatti da almeno un decennio si sa che i processi di concentrazione globale,
nel settore automobilistico ma non solo, avrebbero ristretto a tre i
competitori sul mercato europeo, e poche altre unità sul mercato
planetario alla vigilia dell'ingresso del business in Cina, dove l'obiettivo
è vendere un auto a ciascun nucleo familiare, risollevando così
le sorti di un paradigma industriale e culturale che ha caratterizzato il XX
secolo prolungandolo al XXI.
Ma proprio qui il crollo FIAT è emblematico della fine di una
civiltà industriale. È ammissibile e praticabile un mondo
saturato di 300 milioni di auto con marmitta catalitica, quando va bene per il
biossido di carbonio - ma non per il benzene e il piombo rilasciato - in una
terra già a stento ossigenata da altri tipi di inquinamento ambientale??
La scomparsa dell'auto italiana condanna un modello di sviluppo nostrano che
già da anni sconta una crisi derivata da una crescente
sensibilità ecologica diffusa (tranne che l'amministrazione Bush), senza
che tale percezione detta e ridetta centinaia di volte abbia scosso minimamente
il governo del settore da parte degli Agnelli e dei governi ultra disponibili
nei suoi confronti (con rottamazioni, incentivi alla ristrutturazione e
all'innovazione, fiscalizzazioni di oneri sociali, casse integrazioni a spron
battuto a tutela del padrone).
La colpevole miopia del capitalismo industriale - non parliamo di quello
finanziario - diviene emblema di un capitalismo sprecone e predone tipico da
secoli, nonostante l'aristocratica erre moscia dell'avvocato. Chi ne
pagherà le conseguenze sono le famiglie dei lavoratori, prese in giro da
interventi cosmetici che, almeno per quanto riguarda l'ingestibile piazza di
Termini Imerese in Sicilia, vede il governo del Polo barcamenarsi a sostegno
del posto di lavoro alla stessa maniera di come avrebbe fatto un governo
dell'Ulivo, ossia per palliativi. Se il collasso è su scala nazionale, e
quindi il canale privilegiato di parte costringe i governanti siciliani a
pressare per non restare spiazzati di fronte a un loro elettorato (dati i
risultati dell'ultima competizione), le ipotesi di intervento statale per dare
un po' di ossigeno alla FIAT in vista di una cessione alla GM alla morte
dell'avvocato (2006 e forse anche prima, almeno stando ai patti bilaterali di
qualche anno fa) non spostano di un millimetro la questione: non saranno le
fondazioni bancarie (ammesso che accettino il piano di semi-salvataggio
ritardante l'agonia) a reinventare un modello di sviluppo per la Sicilia, per
l'Italia della massiccia occupazione industriale.
Se la boutade di Bertinotti è revanscista perché sbeffeggia gli
Agnelli espropriandoli di una business peraltro finito, con grande
soddisfazione simbolica per la classe operaia ma nessuna garanzia di
redditività e di occupazione per i lavoratori, la sua
impraticabilità nei tempi neoliberali odierni la rende velleitaria tanto
quanto una proposta avveniristica di occupazione auto-gestionaria degli
impianti. Perché infatti non incitare a fare a Termini o ad Arese quanto
fecero alla Lip nel 1968-69? In fin dei conti l'auto-gestione degli impianti
potrebbe valorizzare un drastico cambiamento di rotta allo sviluppo industriale
rivelatosi fallimentare e oggi per di più improponibile e insostenibile
su scala mondiale per ragioni visibilmente concrete e poco di parte - la salute
degli abitanti del pianeta - apportando un salto di innovazione qualitativa che
un tempo il sapere operaio riusciva a ricomprendere e distorcere a propri fini
ottenendo un beneficio per sé e per l'umanità intera.
Certo, per fare ciò occorrerebbe la disponibilità di un
patrimonio tecnologico non da poco, un padroneggiamento di esperienze diffuse
ma minime e scarsamente valorizzate in quanto controcorrente, nonché una
attitudine alla sperimentazione (perso per perso...) che difetta certamente
ai dubbi difensori della classe operaia, siano essi i partiti della sinistra
ufficiale, o i sindacati concertativi e istituzionali, che pure cercheranno di
cavalcare e capitalizzare l'indubbia mobilitazione resistenziale a sostegno di
posti di lavoro e redditi altrimenti rivendicabili, dati i limiti culturali
dello sviluppo industriale tipici della Cgil di Cofferati e dei comunisti di
Bertinotti.
Eppure, se solo i lavoratori si sbarazzassero di tali sinistri apostoli della
conservazione, senza con ciò consegnarsi nelle mani ciniche e bare di un
degradante livello sublegale (la mafia spacciata per spauracchio anche da chi
fa leggi a suo favore) o nella mani ipocrite e illusorie di una destra creativa
e manovratrice di Lsu e simili amenità inaugurate dai governi di
centro-sinistra, queste lotte appena partite con pregevole tempestività
a Termini Imerese (che si credeva immune dalla crisi auto e Fiat nel mondo
perché produttrice di macchine che si vendevano comunque) potrebbero
costituire un formidabile laboratorio di mobilitazione a favore di un reddito
sociale legato ad una lotta senza quartiere per la redistribuzione dell'immensa
ricchezza patrimoniale oggi disponibile su un pianeta che ha visto sì
triplicare la popolazione in relativamente pochi decenni, ma in quello stesso
periodo ha registrato un balzo stratosferico verso l'alto della ricchezza
prodotta che le statistiche ufficiali ci rivelano essere detenute da una
oligarchia di imprese e singoli individui proprietari.
Credo che su questo piano iniziale, un intervento politico e sociale non
difensivo a rimorchio di autorità di governo, forze politiche e
sindacati più o meno istituzionali, possa far fruttare alcune ipotesi
fin oggi solo teoriche, verificando sul piano di una strategia immediata da
elaborare la praticabilità di una opzione conflittuale sino ad adesso
risultata estromessa dal ventaglio delle possibili vertenze, proprio
perché sfuggente dalle mani specifiche di partiti e sindacati. Forse una
mobilitazione autogestionaria che costruisca una forza d'urto tale da porre al
centro del dibattito nazionale la riappropriazione di quote di ricchezza
già esistente per stornarle verso altre direzioni, che piaccia o meno al
manovratore di turno al potere, potrà ispirare un orizzonte di speranza
che restituisca dignità e identità mobile (non statica
perché fissata al ruolo sociale) al fine di perseguire un nuovo percorso
di emancipazione che leghi momento politico e momento sociale ad una nuova
dimensione pubblica di cui movimenti del territorio e lavoratori sperimentino
una convergenza di azione e mobilitazione senza mediazione asfissiante di
lestofanti con o senza cravatta.
Salvo Vaccaro
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