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Da "Umanità Nova" n. 37 del 10 novembre 2002

La lezione di Genova

"Tutti i governi del G8, compresi quelli italiani di centrosinistra prima e di centrodestra poi, volevano proteggere il vertice inibendo il diritto a manifestare"
(Giuseppe Pericu, sindaco di Genova. Il Tirreno, 7 aprile 2002)

Siamo tornati a Genova un anno dopo, siamo tornati in tanti e con maggiori consapevolezze, anche se la ferita per la morte di Carlo Giuliani non può essere rimarginata.

Tra le tante consapevolezze acquisite vi è quella che a Genova nel luglio 2001 siamo stati dentro una situazione di guerra.

Un'analisi da questo punto di vista non significa di per sé privilegiare una visione "militarista" dello scontro sociale, ma più semplicemente vuol dire comprendere le tattiche della repressione e le pratiche d'opposizione, ben sapendo che la politica della guerra è per il dominio soltanto una delle opzioni possibili per difendere il potere politico ed economico.

La logica applicata al controllo del territorio e al contrasto delle manifestazioni antiG8, scelta e perseguita dai governi responsabili, era per grandi linee quelle di arroccare la maggior parte delle forze di polizia dentro la Zona Rossa, nella doppia convinzione che da un punto di vista "d'immagine" era importante dimostrarsi padroni delle scene (e quindi, per metafora, del mondo) contro la pressione esterna della "massa critica" che da parte sua aveva annunciato di voler assediare da più parti il vertice con l'intenzione - più o meno spettacolare - di violare i confini proibiti. Se questo fosse stato efficacemente impedito, nei calcoli di Berlusconi, il governo italiano avrebbe dimostrato agli USA la propria affidabilità e determinazione; tale obiettivo è risultato palese dopo le dichiarazioni a posteriori del ministro dell'Interno vantatosi del fatto che per la prima volta un summit globale si era concluso senza ritardi o variazioni sul programma.

Per allentare la pressione sulla Zona Rossa e per non perdere il controllo della città, era stato previsto l'impiego di speciali reparti mobili antisommossa, soprattutto dei Carabinieri, dotati anche di autoblindo e altri veicoli per inseguire e disperdere i manifestanti; inoltre era stata mobilitata una notevole quantità di agenti in borghese infiltrati in TUTTI i settori del corteo, tra cui persino alcuni travestiti da giornalisti e muniti di scooter.

Questo scenario da "battaglia campale" prevedeva comunque che l'esercito dei "disobbedienti" si sarebbe comportato come tale e che gli incidenti principali sarebbero avvenuti davanti alle recinzioni e agli sbarramenti che chiudevano la presidiatissima Zona Rossa.

Così non è stato e nella giornata di venerdì 20 luglio, per scelta o per necessità, migliaia di soggetti hanno sconvolto tali piani, muovendosi rapidamente in gruppi incontrollati che non avevano alcuna intenzione di scontrarsi con la polizia dove questa era più forte e preparata, cioè attorno alla Zona Rossa, costringendola ad una più impegnativa controguerriglia urbana ed in tale contesto è stato deciso, con evidenti intenzioni omicide, di usare le armi da fuoco.

Tra i dimostranti che hanno eretto barricate e hanno risposto come potevano all'aggressione militare poliziesca vi sono state anche migliaia di persone che, come Carlo, inizialmente avevano preso stoicamente parte, intruppati, al corteo della "disobbedienza" ed avevano subito le pesanti cariche, anche con autoblindo, contro di esso.

Nei mesi successivi è divenuto quindi un comodo luogo comune della sinistra politica che la repressione sia stata innescata dai provocatori "neri" e che nei confronti del Black Bloc non vi era stata un'adeguata azione preventiva di controllo; ciò è sostanzialmente una mistificazione oltre che un'infamia.

Sulla pratica del Black Bloc si possono avere opinioni diverse ma è innegabile che in più di un'occasione contro di esso si è sparato senza esitazione e quando le forze dell'ordine hanno preferito accanirsi con altri settori più o meno pacifici dei manifestanti questo è stato per ragioni che non possono essere addebitate a presunti e indimostrati connubi col Black Bloc.

Tra queste ragioni ci soffermiamo su tre.

Il primo intento dell'intervento delle forze dell'ordine era colpire nel mucchio e terrorizzare tutti coloro che erano in piazza, al fine di stroncare con la violenza lo sviluppo del movimento internazionale e dell'opposizione al governo; in secondo luogo vi era da parte dei poliziotti la difficoltà di prendere e riconoscere gruppi e persone che non volevano farsi prendere né riconoscere; inoltre per ogni poliziotto, anche se in divisa da robocop, era più facile e meno rischioso prendersela con degli inermi piuttosto che arrivare al corpo a corpo con gruppi preparati all'azione diretta e spezzoni autodifesi.

Per quanto riguarda la giornata di sabato 21 luglio lo schema militare dell'attacco al corteo degli oltre 200.000 è stato ancora più evidente: spezzare il corteo, mirando a separare la seconda parte dalla testa, per impedire ai settori antagonisti e anarchici di avvicinarsi al centro della città; tormentare con un continuo lancio di migliaia di lacrimogeni tossici (6.000 ne sono stati lanciati tra venerdì e sabato!) la massa dei manifestanti, massacrando quanti rimanevano intrappolati sul lungomare o si staccavano dal corteo in cerca di scampo.

Tale determinazione ha fatto sì che, nonostante i rapporti di forza tra gendarmi e dimostranti assolutamente sfavorevoli per i primi, sia stato possibile attaccare e massacrare una tale marea di persone, peraltro quasi inconsapevoli della propria forza collettiva.

L'obiettivo era ancora una volta alzare il livello dello scontro per terrorizzare e criminalizzare tutti quelli che non vogliono credere che questo è il migliore dei mondi possibili.

Il secondo scopo, indiretto, era quello di far isolare all'interno dello stesso movimento gli "estremisti" ossia le componenti anticapitaliste e antistatali, coinvolgendo i "non-violenti" in compiti di polizia interna e magari nella caccia all'anarchico.

È auspicabile che, mentre nuove mobilitazioni si approssimano, la lezione di Genova non sia stata vana: non è più tempo di irresponsabili rappresentazioni del conflitto ad uso e consumo dei media, fidando nel rispetto dei patti e della legalità da parte delle forze di polizia.

Come antiautoritari in particolare, pur rivendicando l'azione diretta come pratica antiviolenta, continueremo a sviluppare la nostra critica radicale e a sottrarci allo scontro sul terreno del nemico secondo i tempi e i ruoli fissati da esso, nella convinzione che il nostro modo di intendere l'organizzazione non può coincidere con la struttura gerarchica di un esercito, fosse anche di "sognatori".

Voi avete paura dell'insurrezione. La si farà quando il popolo lo vorrà e non quando la polizia ne avrà bisogno. Andate a dirlo al governo della mistificazione!
(Louise Michel, 1882)

Sandra K.

 



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