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Da "Umanità Nova" n. 38 del 17 novembre 2002
La guerra si avvicina
Iraq: l'ONU al servizio dei potenti della terra
La Risoluzione 1441 del Consiglio di Sicurezza dell'Onu, votata
all'unanimità dai 15 membri lo scorso venerdì 8 novembre, segna
una tappa di avvicinamento "legale" alla guerra. Nelle more dei tempi necessari
per preparare e dispiegare la macchina da guerra, che gli esperti inducono a
stimare in alcuni mesi, per cui l'inizio delle operazioni potrebbe ben
coincidere con il periodo iniziale dell'anno venturo, esattamente come per la
prima guerra del golfo nel 1991, il presidente Bush ha acconsentito a deviare
un attimo, per scena politica, dalla sua ferma strategia unilaterale protesa
all'egemonia planetaria Usa nel XXI secolo, per dare fiato ai sostenitori di un
coinvolgimento multilaterale del mondo schierato, per scelta o per prudenza
(vedi Siria) dietro la bandiera stelle e a strisce, magari auspicando una
copertura politica della bandiera azzurra delle Nazioni Unite, che si rivelano
sempre più per quelle che sono: un consesso miope e strabico a servizio
dei potenti della terra.
Il lettore di UN sa già che la posta in palio della risoluzione,
affinché potesse passare con il consenso unanime e senza il veto di una
delle cinque potenze nucleari legittime (le altre lo sono legalmente - Israele,
India, Pakistan - ma non hanno la medesima legittimità nel peso dei
paesi che contano secondo la stessa Carta dell'Onu), era l'automatismo o meno
di un intervento militare sotto egida Onu qualora Saddam non ottemperi
all'obbligo di accettare le ispezioni (risposta perentoria entro 8 giorni,
quindi quando leggerete questo articolo già si saprà la sua
decisione) e quindi di smantellare i suoi armamentari di distruzione di massa,
la cui conoscenza peraltro è già nota agli addetti ai lavori - ma
è altrettanto risaputo che la questione irachena è a tutto tondo
politica e non di rischio militare.
L'automatismo integrato in una risoluzione è cosa inedita, e non a caso,
visto che, scorrendo analoghe risoluzioni del passato che hanno trovato inerzia
colpevole delle stesse Nazioni Unite, troviamo in quantità enormi
risoluzioni che costringevano sulla carta Turchia, Indonesia, Israele (per
citare i casi più noti, anche di recente, nei mesi estivi di questo
anno) a fare qualcosa che non hanno bellamente fatto, senza incorrere in
alcunché di pericoloso o addirittura di nocivo per sé (i propri
governi e i propri popoli). Nessuno ha mosso guerra alla Turchia a cui si
è intimato più volte dal parte del CdS dell'Onu di sgomberare
Cipro, all'Indonesia per via dell'occupazione illegale di Timor Est dal 1975 al
2000, e ad Israele per l'occupazione e annessione illegale dei territori
palestinesi ai sensi di ogni norma del diritto internazionale e del diritto
umanitario (Convenzioni dell'Aja del 1907 e di Ginevra del 1949, entrambe
sottoscritte dal governo israeliano).
Con ciò sappiamo una verità di Pulcinella: il diritto
internazionale non è che la pallida ombra di un diritto interno, in cui
l'automatismo tra reato e pena scatta in teoria non appena si viene a sapere
della commissione del reato (e i margini selettivi di apertura dell'azione
penale sono comunque direttamente collegati alla mole di lavoro delle procure e
alle pressioni indirette della politica). In campo del diritto internazionale,
invece, a parità di pratica politica (statuale per lo più)
rispetto a una griglia normativa o etica, subentra il carico del calcolo di
opportunità politica. Tutto è ridotto a politica pura, alleanze,
manovre, obiettivi, strategie, ammantato per le belle anime (della sinistra
legalitaria istituzionale e anche di parte del movimento cosiddetto no-global)
di momento interlocutori di raccolta di consenso multilaterale nei vertici e
negli organismi mondiali, senza alcuna incidenza sui processi politici reali.
Infatti Israele continua ad occupare i territori palestinesi nonostante le
innumerevoli risoluzioni contrarie - figuriamoci quelle mai passate per il veto
statunitense, stiamo parlando di quelle approvate con l'astensione americana!
Anche questa risoluzione 1441 placa le coscienze a sinistra per una opinione
pubblica astratta dai processi politici che si limita ad accontentarsi di un
controllo mondiale sul capofila proprio nell'attimo in cui si consente a questo
capofila di usare tutte le armi a propria disposizione, diplomazia compresa,
per preparare il mondo ad accettare supinamente le proprie strategie di morte e
devastazione in nome del benessere degli Stati Uniti d'America.
Il multilateralismo serve a Bush solo per cavarlo dai guai il giorno dopo la
guerra vittoriosa contro l'Iraq quando si troverà di fronte alle proprie
responsabilità nell'alimentare l'ennesima campagna di terrore infinito
che avrà piegato un regime dittatoriale, e sterminato per l'ennesima
volta la popolazione irachena, senza con ciò aver pacificato una
regione, anzi avendo di fronte un ennesimo caso Afganistan moltiplicato a
dismisura superiore rispetto alle stesse forze americane.
Passata fuori moda la pratica coloniale di occupazione diretta, le operazioni
militari sono il preludio ad operazioni di ricostruzione delle strutture e
delle infrastrutture di una nazione dall'esterno (cosa antitetica a processi di
democrazia secondo gli stessi canoni liberali), che sino ad adesso è
sempre stata fallimentare persino in piccole aree (Albania docet, per non
parlare della Somalia, dei Balcani e dell'Afganistan). Il dopo-guerra dovrebbe
preoccupare il mondo seriamente suggerendo che l'unico modo per non sterminare
vite senza un "cinico risultato" da vantare sarebbe quello di bloccare i
massacri nella fase progettuale. Ma per questo né i potenti della terra
né le Nazioni Unite sono abilitate e credibili nell'assolvere tale
compito.
Salvo Vaccaro
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