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Da "Umanità Nova" n. 43 del 22 dicembre 2002

Genova 14 dicembre
Liberi tutti, libere tutte!


Sabato 14 dicembre, piazza Alimonda. Genova è plumbea come il cielo che la sovrasta in questa giornata di dicembre. Non ero mai stata in questa piazza appartata divenuta famosa perché in un giorno di luglio, un giorno troppo assolato, la pistola di un carabiniere ha spezzato la vita di un giovane compagno. Sulla cancellata della chiesa che domina la piazzetta, c'è l'ormai famoso angolo dei ricordi di Carlo: fotografie, manifesti, fiori, striscioni, poesie. I fascisti l'hanno bruciato più e più volte, ma poi qualcuno torna e lascia uno scritto, un saluto, la sciarpa della propria squadra di calcio. Avvolto in una cartellina di plastica protettiva c'è un ritratto di Carlo che non avevo mai visto: un volto sorridente di giovinezza appannato dall'umidità che questa giornata invernale deposita su tutto, persino sul ricordo di una primavera spezzata. La piazza è affollata ma silenziosa. Triste. Dopo oltre un anno da quelle giornate terribili di luglio il PM incaricato delle indagini ha chiesto l'archiviazione del procedimento contro il carabiniere Placanica, accusato dell'omicidio. Legittima difesa. Sì "legittima" difesa. Poco mi importa delle macchinazioni della "giustizia" dello Stato, sempre generosa verso i propri cani da guardia, ma resto sempre allibita di fronte ai dispositivi giudiziari eretti per assicurare l'impunità di chi insulta, pesta, tortura, e, qualche volta, uccide in difesa "dell'ordine pubblico". Lo stesso "ordine pubblico" che sarebbe stato messo a soqquadro dai 45 inquisiti dalla Procura genovese, che ne ha spediti in galera nove con accuse quali la devastazione, la detenzione di materiale esplosivo, la resistenza. Già la resistenza. Scappare di fronte ad un blindato che corre tra la folla a sessanta all'ora è resistenza a pubblico ufficiale. Un compagno, pochi giorni fa ricordava, riferendosi alle cariche del 21 luglio: "Ho sentito i lacrimogeni fischiare vicino alle orecchie e poi sono avanzati i blindati in corsa folle, alla cieca, in mezzo al fumo. Un compagno che era a pochi metri da me per poco non veniva travolto. Siamo scappati sul tetto di un ristorante. È stato solo un caso che quel giorno non sia morto qualcuno, arrotato durante quella carica assassina". Di quelle giornate, come già per quelle di Napoli, restano in piedi solo le inchieste verso i manifestanti che si sono difesi, che hanno reagito alla violenza dispiegata dello Stato che si è abbattuta con ferocia contro decine di manifestanti inermi.

Sabato 14 dicembre siamo tornati ancora una volta a Genova per manifestare per la libertà dei compagni arrestati, per rigettare l'ennesimo teorema giudiziario imbastito per "giustificare" la violenza di polizia, carabinieri, guardie di finanza e carcerarie, un teorema messo in piedi per coprire la ferocia di chi oggi difende un mondo basato sulla violenza, l'ingiustizia, l'oppressione. Un mondo intollerabile del quale il vertice dei G8 era l'emblema contro il quale siamo scesi in piazza in centinaia di migliaia.

Allora, nel luglio del 2001, governo, polizia e media ci volevano tutti cattivi. Oggi, ad un anno di distanza, vengono operati i primi distinguo tra la maggioranza dei "buoni" e la minoranza dei "cattivi". Oggi come allora gli anarchici hanno le idee chiare e rifiutano una divisione il cui unico scopo è ridurre la critica radicale del movimento no-global entro i binari già tracciati dell'opposizione istituzionale. Il primo luglio del 2001, in un comunicato emesso da "Anarchici contro il G8" si sosteneva: "respingiamo ogni tentativo di dividere chi scenderà in piazza nei giorni del G8 tra buoni e cattivi, tra violenti e pacifici. Se divisione c'è, passa tra chi pretende, contro ogni evidenza, di salvare il lato buono di un capitalismo che oggi manifesta la sua natura più brutale in tutto il mondo, e chi, come noi, pensa che l'unica salvezza stia in una società profondamente diversa da quella che oggi ci affligge. Se violenza c'è, è quella degli stati, della istituzioni nazionali o sovranazionali e del capitalismo che opprimono e sfruttano miliardi di esseri umani."

Purtroppo c'è oggi il serio rischio che il movimento, nelle sue varie componenti, accetti di vestire i panni che il governo desidera che indossi, riducendo le mille sfumature del movimento ad un asettico bianco e nero.

A Genova il 14 dicembre ci sono stati due cortei, uno indetto dal Comitato "Piazza Carlo Giuliani" e dal Social Forum genovese, l'altro dal centro sociale comunista Inmensa di Genova. I media si sono affrettati a definire l'uno il corteo dei "buoni", l'altro il corteo dei "cattivi". Sono personalmente convinta che due cortei sulla stessa questione, nella stessa giornata, nella stessa città siano stati un grave errore politico e che sarebbe stato opportuno che un movimento maturo facesse il possibile per individuare le linee di convergenza piuttosto che accentuare quelle di divisione. La forza del movimento no-global è stata, non secondariamente, quella di riuscire a far convivere anime diverse, diversi modi di stare in piazza. Disperdere questa forza non può che dare spazio alle manovre repressive dello Stato.

Si tratta, con ogni evidenza, di operare perché la radicalità dei nostri contenuti, congiunta ad un impegno per il radicamento sociale resti al centro del nostro intervento. Il divaricarsi sulla questione della violenza significa appiattirsi sul terreno voluto dai nostri avversari. La violenza ed il suo monopolio appartengono agli apparati statali: la legittimità del nostro intervento discende dall'opposizione a questa intollerabile violenza.

In piazza Alimonda, accogliendo l'appello lanciato da "individualità FAI di Genova" abbiamo dato vita ad uno spezzone, che pur non aderendo a quel corteo, di cui non condivideva il debole testo di indizione, ha manifestato, con i propri contenuti, per la libertà di tutti i compagni arrestati. Ci è parso il modo migliore per comunicare con la città, per opporci alla repressione.

Abbiamo percorso le strade di Genova, attraversato il centro della città. I negozi erano aperti, la gente in strada, il corteo si è snodato a lungo, a tratti sin troppo silenzioso. La polizia, presente in maniera massiccia in città, si è tenuta a distanza. Nello spezzone aperto dallo striscione della FAI si sono raccolti un migliaio di compagni tra cui molti genovesi. "Liberi, tutti! Libere tutte!" e poi "Contro lo Stato e la sua violenza, ora e sempre resistenza", qualche canto e poi slogan in ricordo della strage di stato e dell'assassinio del compagno Pinelli. Il clima è di generale soddisfazione per l'ottima riuscita di uno spezzone organizzato in pochi giorni, segno inequivocabile del radicamento forte dell'anarchismo sociale.

Il corteo si scioglie in piazza De Ferrari. Lì ci raggiungono altri compagni che avevano scelto di manifestare nell'altro corteo, partito dal carcere di Marassi e finito in piazza Alimonda. Ci riferiscono che vi hanno preso parte alcune centinaia di persone, metà delle quali di area anarchica. La polizia era presente in modo massiccio, ossessivo, con un rapporto di uno a cinque rispetto ai manifestanti. Il clima è stato pesante lungo tutto il percorso di un corteo cui la questura sin dai giorni precedenti aveva vietato l'eccesso al centro cittadino.

Dal primo scambio di impressioni tra compagni emerge in modo chiaro l'esigenza di accentuare per il futuro la capacità di iniziativa autonoma degli anarchici. Il prossimo appuntamento è la manifestazione antimilitarista contro tutte le guerre e contro tutti gli eserciti del 25 gennaio a La Spezia.

È ormai sera quando torniamo in piazza Alimonda, una piccola piazza riconsegnata all'abituale silenzio. Nell'angolo di Carlo ci sono altri striscioni, altre scritte. In terra cartacce e rifiuti e l'aria è tiepida. Un lampione illumina la targa stradale "Piazza Gaetano Alimonda". Alimonda era un partigiano caduto nella lotta al nazifascismo. In questa piazza ci ricorda la lotta per la libertà, ci ricorda la Resistenza. Il suo nome starebbe bene accanto a quello di Carlo. Di Carlo che in un giorno di luglio, in questa piazza, ha fatto la sua Resistenza. Con la maiuscola.

Maria Matteo

 




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