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Da "Umanità Nova" n. 3 del 26 gennaio 2003

Solo la lotta paga
L'articolo 18 ed il referendum

La Corte Costituzionale ha dato via libera al quesito referendario avente ad oggetto l'art. 18 dello Statuto dei lavoratori. Il quesito abrogativo riguarda l'applicabilità solo alle aziende con più di 15 dipendenti della reintegrazione nel posto di lavoro in seguito a sentenza che accerti l'illegittimità di un licenziamento. Se il quorum referendario fosse raggiunto e i SI prevalessero, l'art. 18 sarebbe esteso a tutti i lavoratori subordinati. Il comitato promotore è composto da Rifondazione Comunista, sinistra DS, Verdi, FIOM. Sulla vicenda si possono fare alcune considerazioni. Prima di tutto: stiamo parlando di una norma (l'art. 18) inserita nel nostro ordinamento in seguito all'approvazione dello Statuto dei Lavoratori (Legge 20.5.70, n.300). Tale approvazione arrivò dopo il noto ciclo di lotte operaie della fine degli anni '60. Come tutte le norme, anche lo Statuto dei Lavoratori si porta dietro un'ambiguità genetica: è frutto di lotte e quindi può essere letto come conquista; è frutto di lotte e quindi può essere letto come strumento per bloccare lo sviluppo di lotte ulteriori. Qualunque fenomeno, una volta normato, entra nell'ordinamento e deve stare alle regole dell'ordinamento (ricorso ai giudici compreso, in caso di violazione della legge che lo riguarda). Altra riflessione. I rapporti capitale/lavoro sono rapporti di forza. Se i lavoratori sono forti, possono imporre qualsiasi cosa alla loro controparte; idem nel caso contrario. Se i lavoratori sono forti e solidali, difendono da soli la propria vita, la salute, il salario, il posto di lavoro. Se sono deboli, accettano qualsiasi cosa. È stata la loro forza a migliorare le loro condizioni di vita e lavoro; è stata la loro debolezza a consentire la flessibilità selvaggia, i contratti interinali e quanto ancora porterà la riforma del mercato del lavoro della destra: le terziarizzazioni, la denuncia dei contratti stipulati, le decine di migliaia di cassintegrati e di messi in mobilità (non c'è solo la crisi Fiat!), le sperequazioni tra nuovi assunti e vecchi lavoratori, i contratti d'area che hanno reintrodotto le gabbie salariali, ecc. ecc. Le norme vengono sempre introdotte, modificate, eliminate dopo la modifica dei rapporti di forza. Il primato corrente delle questioni di diritti e giustizia, rispetto alla questione del rapporto capitale/lavoro, è un nervo scoperto. Dalla negazione della inconciliabilità di interessi tra capitale e lavoro e quindi della lotta permanente che li contrappone, nasce l'attenzione per l'aspetto giuridico/giudiziario, lo sbandierato sindacato dei diritti, nonché il partito delle regole. Non importa, si dice, che la precarietà dei lavoratori dilaghi: basta che sia normata, che ci siano regole certe. Tra pacchetto Treu ulivista e libro bianco di Maroni c'è solo una differenza quantitativa, non qualitativa, la logica sottesa è la stessa: regolare la precarietà, non eliminarla. Si notino allora le reazioni al via libera al referendum sull'art. 18: a sinistra, anche tra i promotori, tutti si attendono "una proposta di legge" della CGIL che trovi un punto di equilibrio tra le varie anime dell'opposizione. Non si parla nemmeno più di capitale e lavoro: lo stesso sindacato passa direttamente alle proposte di legge di iniziativa popolare... Sinceramente non crediamo alla "via legislativa e giudiziaria alla rivoluzione" e pensiamo che al centro vadano messi i rapporti tra capitale e lavoro e l'autorganizzazione dei lavoratori, l'unico modo per far crescere una forza non effimera che possa scontrarsi quotidianamente con il capitale al di fuori di leggi e parlamenti. Far crescere tra i lavoratori l'autorganizzazione per far crescere la loro forza: è questa, e solo questa, che ha sempre garantito loro "il pane e le rose".

Simone Bisacca

 


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