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Da "Umanità Nova" n. 5 del 9 febbraio 2003

L'Iraq, gli USA, l'Europa. Un gioco intricato

Il "gioco iracheno" innescato dall'offensiva angloamericana, mirata a mettere sotto controllo il paese mediorientale e, conseguentemente, a mettere sotto scacco l'OPEC, l'organizzazione dei paesi produttori di petrolio, si sta avvicinando rapidamente alla conclusione. Se questa sarà rappresentata dalla guerra o da un colpo interno contro Saddam Hussein (con il corollario di un'occupazione "pacifica" del paese da parte delle truppe alleate) al momento non è dato di sapersi. Quest'ultimo particolare, però, se da un lato non può che interessare le popolazioni irachene sicuro bersaglio degli attacchi alleati, dall'altro è ormai totalmente ininfluente dal punto di vista geopolitico.

La guerra diplomatica, infatti, è stata decisamente vinta dagli Stati Uniti e dai fedeli alleati britannici i quali hanno ottenuto la rottura del friabile fronte europeo di opposizione alla guerra. Il documento degli otto con il quale inglesi, portoghesi, spagnoli e italiani (con il concorso dei nuovi entrati dell'Unione) ha avuto la conseguenza immediata di sancire l'isolamento della posizione franco-tedesca contrario alla guerra e, in prospettiva, di annullare qualsiasi possibilità di costruire un soggetto europeo che sia qualcosa di più di un mercato comune aperto all'offensiva commerciale americana.

La posizione degli otto è stata variamente minimizzata in questi giorni ma il suo significato è inequivocabile: i paesi non centrali dell'Unione non hanno alcuna intenzione di accettare l'egemonia franco-tedesca sull'Europa e si schierano di complemento agli USA giocando la carta della superpotenza esterna al fine di minare la potenza delle locomotive europee. Si tratta di un vecchio gioco mai abbandonato dai paesi europei: contrapporre alla (o alle) potenza egemone in Europa un'altra potenza, possibilmente più forte, capace di limitarne l'egemonia. In questo caso gli USA dal punto di vista italiano o spagnolo assumono il ruolo giocato a lungo dalla Gran Bretagna e consistente nell'essere il soggetto capace di impedire a tedeschi e francesi di prendere in mano il processo di costruzione dell'Unione Europea. Per quanto riguarda i britannici, questi ottengono la riconferma del loro ruolo: portavoce degli europei presso il gigante americano e di questi ultimi nei confronti dei riottosi europei. In barba ai sostenitori dell'imperialismo europeo la vecchia Europa degli stati nazione, nata dal trattato di Westfalia, non solo non è morta con la formazione della UE ma è più viva che mai. Il processo di costituzione di un soggetto europeo può aspettare e, per quanto riguarda gli otto firmatari dell'appello di solidarietà agli USA, potrebbe non nascere mai. Confondere la formazione di un mercato comune, utile alle economie europee quanto a quella americana, interessata a investire e a commerciare in un solo spazio economico senza problemi di tipo fiscale o doganale, con la costituzione di uno spazio politico unificato è un errore nel quale sono caduti in troppi (specie a sinistra) accecati dalla speranza della rinascita di un confronto classico tra imperialismi, ipoteticamente foriero di sviluppi rivoluzionari.

Dopo quest'ultima evoluzione diplomatica Francia e Germania sono rimaste sole nella loro posizione di opposizione allo strapotere USA. Questa solitudine da un lato costringerà questi due paesi a migliori consigli nel momento in cui la guerra inizierà davvero, dall'altro ha rinsaldato un'unità di intenti che Berlino e Parigi prima o poi proveranno a giocare in contrapposizione non tanto a Washington quanto agli altri paesi europei.

Per quanto riguarda l'Italia abbiamo la conferma di un quadro di posizionamento del nostro paese che solo i più cretini tra i commentatori possono attribuire al governo del guitto di Arcore. Anche se possiamo convenire che il governo delle destre gioca il suo ruolo di vassallo americano in modo particolarmente patetico (la candidatura al segretariato NATO di Martino è particolarmente significativa) non dobbiamo dimenticare che la strategica dipendenza italiana verso gli Stati Uniti è la conseguenza di una nuova distribuzione mondiale della filiera della produzione e della distribuzione, nella quale il nostro paese ricopre un ruolo secondario di montaggio di merci prodotte altrove e di mercato privilegiato per quelle prodotte oltre Atlantico. Lo stesso sviluppo della vicenda FIAT, con il ruolo privilegiato giocato dal capitale americano è solo l'ultimo esempio della decisa subordinazione della struttura capitalistica italiana nei confronti di quella americana e della sua scarsa integrazione con quella degli altri paesi europei.

Ma al di la delle considerazioni riguardanti la debolezza della posizione europea nei confronti della potenza egemone è utile leggere come le recenti decisioni americane stiano in qualche modo costringendo paesi come Francia e Germania ad assumere una posizione parzialmente oppositiva verso gli Stati Uniti. Negli scorsi articoli abbiamo analizzato le divergenze di interessi esistenti tra questi paesi in Iraq e più in generale in Medio Oriente, a partire dai prossimi sarà necessario sviscerare come il programma di sicurezza americano stia trasformando i paesi europei, la Russia, la Cina e il Giappone nel fronte principale della "guerra al terrorismo", mettendo al riparo gli USA da possibili attacchi ed esponendo in modo estremo questi paesi agli eventuali attacchi provenienti dai paesi arabi, e leggere lo sviluppo di un nuovo fronte nel continente africano della vera guerra che viene combattuta: quella americana contro l'OPEC per il controllo diretto delle fonti energetiche mondiali e del loro prezzo. Quest'ultima questione assume particolare importanza oggi con i recenti accordi di sfruttamento dell'ottimo petrolio angolano, nigeriano e guineano. Accordi, inoltre, favoriti dai buoni rapporti africani di Israele e, soprattutto dall'opera dello IAPS, think thank costituito a Gerusalemme nel 1984 da esponenti del Likud israeliano e del partito Repubblicano americano il cui programma può sintetizzarsi in uno slogan: cancellare la dipendenza del sistema industriale mondiale (e in primo luogo di quello americano e dei suoi diretti alleati) dal petrolio saudita. Oggi, con il petrolio dell'Asia Centrale in mano americana, quello africano sempre più dirottato in modo esclusivo oltre Atlantico e con quello iracheno a portata di mano, il programma dello IAPS può dirsi virtualmente raggiunto. Con il massimo giubilo della lobby petrolifera americana e con il massimo scorno di paesi come Francia e Germania ormai tagliati fuori dalla partita e costretti a dipendere dall'America per il proprio approvvigionamento.

Giacomo Catrame

 

 

 

 


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