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Da "Umanità Nova" n. 10 del 16 marzo 2003

Marzo 1943
Sciopero contro la guerra



"Se ti dicono che il movimento ha assunto un aspetto esclusivamente economico, ti dicono una menzogna": così scrisse il gerarca fascista Farinacci a Mussolini all'indomani dell'ondata di scioperi che per tutto il marzo 1943 scoppiarono nelle fabbriche del Piemonte (a partire dal giorno 5), della Lombardia (soprattutto nella seconda metà del mese) e, seppur assai limitatamente, della Liguria.

In effetti si trattò di un evento di notevole portata politica, se si tiene conto sia del fatto che lo sciopero era da tempo fuorilegge sia che questo venne organizzato clandestinamente e attuato in pieno stato di guerra.

Seppure motivato da rivendicazioni di carattere economico quali l'indennità di sfollamento o l'indennità-carovita, tanto che alla Fiat di Torino incrociarono le braccia anche lavoratori filo-fascisti, gli operai erano ben consapevoli delle implicazioni politiche della loro lotta che diveniva immediatamente opposizione al regime fascista e alla guerra.

E così fu infatti considerata dall'apparato repressivo con arresti, denunce ai Tribunali Speciale e Militare e la deportazione in Germania di 700 lavoratori torinesi colpevoli di aver "sabotato" la produzione bellica.

Secondo le stime dei dirigenti comunisti Longo e Massola, in Piemonte vi furono 107 astensioni dal lavoro, con 94.453 scioperanti e 155.794 ore non lavorate; mentre in Lombardia le astensioni assommarono a 52, con 35.715 partecipanti e 73.970 ore non lavorate.

Cifre queste sostanzialmente confermate anche dai rapporti di polizia di allora.

In seguito, la storiografia sia di destra che togliattiana, ha accreditato l'idea che lo sciopero del marzo '43 fu promosso dai "comunisti"; ma se si indaga tale protesta operaia oltre il suo mito, ci si rende conto che essa fu il risultato anche e soprattutto dell'azione di altre minoranze politiche, di altri soggetti sociali e di altre esperienze della lotta di classe.

Nel '29 (lo ha scritto un comunista quale Umberto Terracini) i tesserati al PCI, in tutta Torino, erano appena 40. Alla Fiat-Lingotto erano 7 su 14.000 lavoratori. Agli inizi del '43, nonostante l'evidente crisi del regime, su 21.000 lavoratori della Fiat-Mirafiori solo 80 erano gli aderenti al partito di Togliatti (lo riferisce lo storico comunista Paolo Spriano); d'altra parte la direzione del PCI incontrava gravi difficoltà nel definire e imporre un unico orientamento al partito, facendo digerire ai propri militanti la politica delle più ampie alleanze comprendenti anche l'apertura verso i "fascisti ricreduti ed onesti".

L'intensa propaganda fatta con volantini e giornali clandestini nelle settimane precedenti parlavano infatti un'altra lingua e tornavano con frequenza le parole d'ordine classiste e rivoluzionarie dietro cui vi erano i settori intransigenti del PCI, i comunisti internazionalisti di matrice bordighista, il gruppo di "Stella Rossa" (che nel '43 a Torino aveva 800 iscritti), gli anarchici e, soprattutto tra gli impiegati, gli azionisti.

Gli anarchici, oltre che nei diversi comitati d'agitazione di fabbrica, erano presenti con un forte nucleo alla Fiat-Ferriere che, sotto la guida di Ilio Baroni, avrebbe in seguito avuto un ruolo determinante nell'insurrezione armata dell'aprile '45.

Dopo oltre un ventennio di normalizzazione corporativa e repressione, il ricordo dell'esperienza consiliarista durante l'Occupazione delle Fabbriche, tramandato dalla memoria operaia anche quando le minoranze sovversive erano apparse debellate, tornava così ad emergere con forza come dimostra l'avversione operaia nei confronti della politica dei compromessi tattici e dell'unità nazionale portata avanti dai partiti democratici.

D'altra parte, non si potevano dimenticare le complicità della borghesia e degli industriali col fascismo e la sua politica di guerra.

La stessa famiglia Agnelli aveva finanziato il Fascio torinese e durante il regime la Fiat aveva ottenuto da questo ogni genere di favori, onori, benefici, premi fiscali e commesse.

Tra queste ultime erano state rilevantissime le forniture belliche relative a mitragliatrici, aerei, carri armati, camion.

Messi sull'avviso, i fascisti tentarono di spezzare preventivamente il fronte dello sciopero con la serrata di alcuni stabilimenti torinesi e la messa in ferie di numerosi lavoratori, ma la manovra non riuscì nell'intento.

I GAP (Gruppi d'Azione Partigiana) appoggiarono gli scioperanti facendo saltare le centraline della rete tranviaria, mentre nell'hinterland vennero bloccati i treni dei pendolari.

Un preoccupato informatore della polizia segnalò: "Non si creda a episodi sporadici. La massa si avvia decisamente verso atteggiamenti rivoluzionari".

In realtà dovevano ancora passare due lunghi e durissimi anni, prima di arrivare alla liberazione e alla, seppur parziale, resa dei conti coi fascisti, ma gli scioperi del marzo '43 ne furono a tutti gli effetti la premessa e la prefigurazione insurrezionale.

La sconfitta del fascismo e della Repubblica di Salò fu soprattutto sancita dalla consapevolezza sempre più estesa tra i lavoratori che la guerra invece che luminose vittorie e conquiste imperiali aveva portato soltanto miseria, lutti, rovine e ulteriore sfruttamento.

Tale equazione rappresentò la fine del consenso di massa verso il regime della guerra.

A distanza di sessanta anni, di fronte ad un altro regime e ad un'altra guerra, si sta preparando uno sciopero generale in caso di conflitto e, come allora, la scommessa di pacifisti, antimilitaristi e anticapitalisti sta nel far diventare consapevolezza collettiva il fatto che la guerra è anche contro i lavoratori e i senza-reddito che dovranno pagarla in termini economici, di servizi sociali negati e di libertà.

Emmerre

- Per chi vuole approfondire il ruolo degli anarchici nella Resistenza torinese si rimanda alle ricerche di Tobia Imperato, parzialmente pubblicate nella "Rivista Storica dell'Anarchismo" (luglio-dicembre 1995) e nel Bollettino del Centro Studi Libertari di Milano.

 

 

 

 

 

 

 

 


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