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Da "Umanità Nova" n. 15 del 20 aprile 2003

Un mare di menzogne
Il governo italiano e la guerra



Nel mare di menzogne che ha caratterizzato la lunga preparazione della guerra per il controllo dell'Iraq, elementi del calibro del presidente del consiglio Berlusconi e del suo ministro degli esteri Frattini hanno fatto la figura degli gnomi. Se però è vero che ambiguità e affermazioni insincere hanno spesso caratterizzato l'atteggiamento del governo Berlusconi è altrettanto vero che la ricostruzione dell'atteggiamento italiano di fronte alla guerra dimostra che l'uomo di Arcore e il suo governo non si sono mai discostati da un appoggio sostanzialmente incondizionato e servile al potente alleato americano anche se non sono mancati i riavvicinamenti furbeschi agli oppositori alla guerra, fossero francesi, tedeschi o russi. Come vedremo queste furbate hanno assunto spesso le vesti di vere e proprie "gaffe" diplomatiche che però Berlusconi ha disinvoltamente superato con successive correzioni. Bisogna sottolineare che il livello di credibilità internazionale dell'Italia, specie dopo la disastrosa gestione del G8 di Genova, è molto basso e gli ondeggiamenti del governo Berlusconi vengono solitamente considerati all'estero come usuali pagliacciate di un capo di governo che conta poco o niente nella politica internazionale. Non a caso l'Italia non è stata invitata al vertice delle Azzorre che almeno ufficialmente ha deciso la guerra. Insomma è evidente che l'Italia è in guerra anche se a livello internazionale, per fortuna, sono in pochi ad essersene accorti.

La nostra cronistoria inizia il 2 agosto quando il ministro degli esteri, Martino, un filoamericano con ambizioni di "falco", dichiara in una intervista a "Panorama" di ritenere possibile la partecipazione italiana ad un nuovo attacco americano all'Iraq. Il 9 settembre, durante un vertice informale dei capi di governo aderenti al partito popolare europeo, Berlusconi dichiara che "l'Italia opererà affinché non si crei una divaricazione fra UE e Stati Uniti ma se alla fine questo non fosse possibile l'Italia appoggerà comunque gli Stati Uniti". Mostrando una capacità di preveggenza pari a zero, Berlusconi si dice assolutamente convinto che "qualunque decisione verrà presa nel quadro delle N.U." Il 13 settembre, intervenendo di fronte all'assemblea generale dell'ONU, Berlusconi però mantiene una posizione molto più ambigua: "È necessaria e indispensabile una risposta (a Saddam Hussein, ndr) per salvaguardare la comunità internazionale... La lezione da trarre dall'11 settembre è chiara: da un lato la premura può rendere incauti, dall'altro un ritardo nell'azione può avere conseguenze terribili". Chiarissimo vero?

Il 14 settembre vertice Bush-Berlusconi a Camp David. Berlusconi ritiene che se "Saddam non cede (ma io credo che finirà con il cedere) l'attacco americano potrebbe esserci non prima di gennaio-febbraio". Dopo aver rivelato di aver visto le prove fotografiche e i documenti che provano l'intenzione degli iracheni di dotarsi di armi di distruzione di massa, Berlusconi si lancia in una prova di assoluta fedeltà verso l'America di Bush, per il quale nutre una "amicizia profonda". "La bandiera degli Stati Uniti non è solo la bandiera di questo paese ma è anche un messaggio universale di libertà e di democrazia". Il 23 settembre, Berlusconi di fronte le Camere: con gli USA senza ambiguità. Ma il cavaliere non risponde a chi gli domanda cosa farà l'Italia se gli USA decideranno di fare da soli.

Il 16 ottobre vertice lampo Berlusconi-Putin. L'Italia, dice il premier, avrebbe ritenuto più opportuna una unica risoluzione ONU sull'Iraq ma siccome ci sono forti resistenze da parte di Francia, Russia e Cina non c'è alternativa alle due risoluzioni. Berlusconi dichiara anche di ritenere che "non ci siano armi di distruzione di massa in Iraq". Di fronte alle polemiche su quella che sembra essere una clamorosa virata verso le posizioni franco-russo-tedesche, il 17 ottobre Berlusconi bacchetta la stampa italiana: "Con Blair resto il più vicino alleato di Bush ho solo espresso una considerazione di buon senso sulla questione della doppia risoluzione... e sulle armi di distruzione di massa ho detto che l'Iraq cercherà di occultarle magari girandole a qualche gruppo terroristico". Chiarissimo no?

Il 17 dicembre, di fronte alle Commissioni difesa di camera e senato, Martino informa che il governo ha dato la propria disponibilità a fornire eventualmente agli americani le basi militari e lo spazio aereo. Martino delinea con chiarezza la posizione italiana di fronte alla sempre più probabile guerra: "sostegno indiretto" alle operazioni belliche ma nessun intervento di uomini e mezzi italiani. Insomma il 18 dicembre il governo aveva già deciso tutto!

Il 17 gennaio, a seguito del ritrovamento da parte degli ispettori ONU di alcuni missili con testate capaci di contenere armi chimiche, Berlusconi, che la stampa definisce sempre più preoccupato di evitare un conflitto che i sondaggi danno come estremamente impopolare, lancia la sua "campagna di immagine" che cerca di dipingerlo come uno "statista" fermamente impegnato nello sforzo per salvaguardare la pace. Compie quindi l'ennesima virata di facciata sulle posizioni franco-tedesche: "Agli ispettori dovremmo dare più tempo, almeno fino alla fine di febbraio".

Il 20 gennaio, il neo ministro degli esteri Frattini, un fedelissimo del leader maximo di Arcore, si reca in visita ufficiale negli Stati Uniti dove conferma la fedeltà dell'Italia che "è parte e continua a desiderare ad esserlo dell'alleanza contro il terrorismo". A Powell Frattini ha confermato la disponibilità italiana ad un sostegno logistico sia per l'uso dello spazio aereo che per l'uso delle basi militari".

Il 22 gennaio tocca al ministro per i rapporti con il Parlamento Giovanardi affrontare alla camera la spinosa questione dell'autorizzazione al sorvolo. La posizione del governo è nota: la concessione al sorvolo deriva da accordi presi con i paesi NATO e con gli USA ai quali è stata concessa una autorizzazione permanente che per quanto riguarda gli USA è stata ulteriormente estesa da un accordo concluso dopo l'11 settembre 2001. Con l'accordo delle "opposizioni", aggiungiamo noi.

Il 23 gennaio, "colpo di mano" del portavoce della Casa Bianca Fleischer che "arruola" l'Italia fra gli alleati degli Usa nella guerra all'Iraq insieme a G. Bretagna, Spagna ad un buon numero di paesi europei ex-comunisti e all'Australia. Frattini, colto dalla dichiarazione durante la sua visita negli Stati Uniti da, come si dice, "un colpo al cerchio e uno alla botte": conferma la "irrinunciabile e assoluta fedeltà" agli USA ma ribadisce anche che "la nostra posizione sarà quella dell'ONU. Agiremo sempre e soltanto nell'ambito ONU". Dal canto suo Berlusconi fa sapere di essere visibilmente contrariato dall'uscita di Fleischer e ai giornalisti risponde in modo vago. Il 25 gennaio però una lunga telefonata di Bush lo fa tornare di buon umore: questo "atto di riguardo" gli consente di mostrarsi all'opinione pubblica italiana come un "importante" alleato degli americani. Il tutto ad uso e consumo dei gonzi che ancora credono a quello che pubblica la "grande stampa" nazionale.

Il 29 gennaio l'Italia firma insieme ad altri otto paesi dell'UE una dichiarazione di pieno appoggio agli Stati Uniti che costituisce la nascita di un asse filoamericano contrapposto all'asse franco-tedesco. Contemporaneamente, Martino "informa" la commissione difesa di camera e senato che il governo italiano ha concesso l'uso delle basi italiane come scalo per gli aerei americani che trasportano uomini e mezzi nel Golfo. Sulla stampa il governo fa pubblicare la notizia di un "possibile" invio di militari italiani in Iraq (forse 700/1000 uomini al massimo), ma solo dopo la fine delle ostilità con fini umanitari e di "ripristino della legalità". Insomma: siamo con gli americani e, nel nostro piccolo, ci prepariamo al banchetto post bellico sperando evidentemente in una guerra-lampo. Poveri scemi!

Il 6 febbraio di fronte alle Camere Berlusconi conferma l'adesione al fronte anglo-americano anche se con qualche cautela motivata dalla forte impopolarità della guerra e alle resistenze che la posizione "pacifista" del papa ha creato in seno alla sua maggioranza: "se disgraziatamente l'Iraq non decidesse di disarmare, l'ONU dovrebbe autorizzare quell'uso misurato della forza che è il solo deterrente." Nei giorni successivi si succedono le "telefonate" fra Bush e Berlusconi che nei comunicati ripresi dalla stampa cerca di accreditarsi come elemento di moderazione e mediazione

Il 14 febbraio, mentre il capo degli ispettori dell'ONU Blix relaziona di fronte al Consiglio di sicurezza, Martino informa per scritto la commissione difesa di camere a senato che il governo italiano ha concesso, analogamente a quanto hanno fatto gli altri membri della NATO, l'uso di strade, ferrovie e porti agli americani. Il 18 febbraio Berlusconi incontra a Roma Kofi Annan. Segretario generale dell'ONU, e ne approfitta per inneggiare nuovamente ad una soluzione politica della crisi. Il 19 febbraio Berlusconi è di nuovo alla Camera: toni moderati ma riconferma della volontà italiana di schierarsi con gli USA anche se questi non avranno l'avallo dell'ONU, volontà ribadita il 6 marzo durante un freddo incontro con il cancelliere tedesco Schroder.

Il 13 marzo Berlusconi dichiara che sarebbe "meraviglioso" se Saddam Hussein decidesse di accettare l'esilio. Questa stupidaggine dell'esilio di Hussein ritorna spesso in questi giorni e il governo italiano fa pubblicare sulla stampa anche la notizia di un contatto con il leader libico Gheddafi sull'argomento. Notizia spazzatura fra tanta spazzatura pubblicata dai giornali di regime: nessuno sembra averci fatto caso.

Il 17 marzo, giorno dell'ultimatum americano all'Iraq, Bush scrive una lettera personale a Berlusconi: "Italia con noi, non lo dimenticherò". Insomma nel banchetto post bellico un po' di briciole anche per i capitalisti italiani! Il 18 marzo Powell elenca 45 paesi, fra cui l'Italia, nella "coalizione internazionale per il disarmo immediato dell'Iraq" e il servile Frattini, senza attendere il voto del parlamento, si affretta a dichiarare che l'Italia concederà l'uso delle basi nazionali agli americani. E chi lo dubitava?

Il 19 marzo, cioè alla vigilia dei primi bombardamenti, Berlusconi presenta alle Camere il documento concluso in sede di Consiglio Supremo di difesa, presieduto da Ciampi. L'artificio usato dal governo è quello di dichiarare l'Italia paese a fianco degli Stati Uniti ma "non belligerante", uno status non riconosciuto da alcun trattato internazionale che permette di godere dei vantaggi dei paesi "neutrali" senza sopportarne gli obblighi. Nel documento approvato dalle Camere si legge che l'Italia "ubbidendo ai limiti posti dall'articolo 11 della Costituzione, garantirà il diritto di utilizzo delle basi solo a condizione che dal nostro territorio non partano azioni di guerra". Insomma: siamo in guerra ma prendiamoci in giro e non diciamolo!

Il 20 marzo inizia la guerra e da ora in avanti Berlusconi quasi sparisce dalla scena, tutto preoccupato di non unire la propria (sacra) immagine a quella di un conflitto sempre più impopolare. Il 23 marzo l'Italia espelle quattro diplomatici iracheni "segnalati" dagli americani. Frattini conferma la propria faccia di bronzo sostenendo fra l'ilarità generale che gli iracheni sono stati "allontanati per motivi di sicurezza in base ad una segnalazione dei servizi segreti italiani arrivata prima della richiesta di espulsione fatta dagli americani". Il 24 marzo scoppia la polemica sui 1800 parà della 173ma Brigata partiti dalla caserma di Ederle con destinazione l'Iraq del Nord. L'ineffabile Frattini supera se stesso e dichiara: "Non essendo belligeranti non siamo a conoscenza di operazioni militari, guardiamo la CNN come voi". Di fronte alle polemiche che non si placano Berlusconi il 27 marzo rompe il silenzio e interviene personalmente sulla questione dei parà partiti dalla Ederle: "Nessun attacco diretto ad obiettivi iracheni ma stabilizzazione territoriale ed avvio di azioni umanitarie". Una persona seria si sarebbe vergognato anche a dirle certe cose ma si sa che per certa gente è normale dire pubbliche fandonie... A smentire Berlusconi basta un generale del comando di Doha che lo stesso giorno spiega ai giornalisti come i parà della 173ma siano incaricati di sostenere i guerriglieri curdi sul fronte nord. Il 2 aprile di fronte alle commissioni difesa di camera e senato "Pinocchio" Frattini arriva a sostenere che il documento approvato dalla Camera il 19 marzo non è stato violato perché (non ridete) "i militari USA non sono arrivati direttamente in una zona di guerra ma in una zona dell'Iraq fuori dal controllo di Saddam Hussein". E pensate che questa gentaglia ci governa!

Antonio Ruberti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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