Da "Umanità Nova"
n. 15 del 20 aprile 2003
Un giro di prova
Guerra in Iraq: intervista a Noam Chomsky
Pubblichiamo un'intervista a Noam Chomsky realizzata il 21 marzo da VK
Ramachandran del giornale indiano Frontline.
VK Ramachandran: L'aggressione all'Iraq rappresenta la continuazione
della politica internazionale degli Stati Uniti degli ultimi anni o, qualitativamente,
apre un nuovo scenario di tale politica?
Noam Chomsky: Rappresenta, in modo significativo, una nuova fase. Non
senza precedenti, ma nondimeno nuova. Deve essere interpretata come un
"giro di prova". L'Iraq è visto come un obbiettivo estremamente
facile e totalmente indifeso. Si suppone, probabilmente in modo corretto,
che la società collasserà, che i soldati penetreranno e
che gli U.S. avranno la situazione sotto controllo ed instaureranno un
regime di propria scelta insieme all'installazione delle basi militari.[1]
Poi passeranno ai casi più difficili. Il caso successivo potrebbe
essere quello della regione Andina, potrebbe essere l'Iran, potrebbero
essere altri ancora.
Con il "giro di prova" si cerca di stabilire ciò che gli Stati
Uniti chiamano "nuovo modello" nelle relazioni internazionali. Il nuovo
modello è la "guerra preventiva".
Bisogna osservare che le nuove norme sono stabilite esclusivamente dagli
Stati Uniti.
Così, ad esempio, l'India invadendo il Pakistan orientale per
far cessare orrendi massacri, non stabiliva una nuova norma di intervento
umanitario, perché l'India è il paese sbagliato, tra l'altro,
gli U.S. si opposero vigorosamente a questa azione.
Questa non è una guerra di prevenzione [2]
c'è una differenza decisiva. La guerra di prevenzione ha un significato
per cui se, per esempio, degli aerei stanno sorvolando l'Atlantico per
bombardare gli Stati Uniti, agli Stati Uniti è permesso abbatterli
anche prima che sgancino le bombe e può essere concesso l'attacco
alle basi aeree da cui quegli aerei provenivano. La guerra di prevenzione
è una risposta ad un attacco in corso o ad un attacco imminente.
La dottrina della guerra preventiva è completamente differente,
perché ritiene che gli Stati Uniti - da soli, senza che nessun
altro ne abbia diritto - hanno diritto di attaccare qualsiasi paese che
asseriscano essere un potenziale pericolo.
Perciò, se gli U.S. affermano che, per qualsiasi motivo, qualcuno
possa presto o tardi minacciarli, allora lo possono attaccare. La dottrina
della guerra preventiva è stata esplicitamente annunciata lo scorso
settembre nella Strategia per la Sicurezza Nazionale. Ha provocato i brividi
in giro per il mondo ed anche all'interno degli Stati Uniti, dove, potrei
affermare che l'opposizione alla guerra è insolitamente forte.
La Strategia per la Sicurezza dice, in realtà, che gli U.S. governeranno
il mondo con la forza, che è la dimensione, la sola dimensione,
in cui sono eccelsi.
Per di più, gli Stati Uniti agiranno così per l'indefinito
futuro, perché se si presenterà qualsiasi potenziale sfida
contro la loro dominazione, la elimineranno prima che diventi un pericolo.
Questa è la prima applicazione di questa dottrina. (...) i giuristi
internazionali, gli intellettuali occidentali ed altri ancora inizieranno
a discutere di un nuovo modello delle relazioni internazionali.
È importante stabilire tale norma se ci si aspetta di governare
il mondo con la forza per il prossimo futuro. (...) Si intende creare
così un precedente per il futuro. Tali "norme" sono determinate
solamente quando una potenza occidentale prende l'iniziativa, non quando
lo fanno altri. Ciò fa parte del profondo razzismo della cultura
occidentale, radicata in secoli di imperialismo e diventata così
profonda da essere inconscia. Penso che questa guerra sia un nuovo importante
passaggio, un passo che è stato premeditato.
VK R: Costituisce una novità anche il fatto che gli Stati Uniti
non siano stati in grado di trascinare altri con loro?
N C: Non è una novità. Nel caso della guerra in Vietnam,
per esempio, gli U.S. non tentarono neppure di ottenere il sostegno internazionale.
È comunque vero che non è una situazione usuale.
Questo è il caso in cui gli Stati Uniti sono costretti per ragioni
politiche a cercare di forzare il mondo ad accettare la loro posizione
e non ci sono riusciti il che è piuttosto eccezionale. Normalmente
il mondo soccombe.
VK R: Così questo rappresenta un "fallimento della diplomazia"
o una ridefinizione della diplomazia stessa?
N C: Non la definirei affatto diplomazia - è un fallimento della
coercizione. Paragoniamo la situazione attuale con quella della prima
Guerra del Golfo. Nella prima Guerra del Golfo gli Stati Uniti forzarono
il Consiglio di Sicurezza ad accettare la loro posizione anche se gran
parte del mondo si opponeva. La NATO andò avanti e l'unico paese
del Consiglio di Sicurezza che non fece altrettanto - lo Yemen - fu immediatamente
e severamente punito. In qualsiasi sistema legale che venga considerato
seriamente, le decisioni ottenute con la coercizione non sono considerate
valide, ma nelle questioni internazionali gestite dai potenti anche le
decisioni determinate dalla coercizione vanno bene e sono definite diplomatiche.
Quello che è interessante in questo caso è che la coercizione
non ha funzionato. Ci sono stati paesi - nei fatti la maggior parte -
che tenacemente hanno mantenuto la posizione di una vasta maggioranza
delle loro popolazioni.
Il caso più drammatico è quello della Turchia. La Turchia
è un paese vulnerabile, soggetto alle punizioni e alle lusinghe
degli Stati Uniti. Ciononostante, il nuovo governo, credo con sorpresa
di tutti, ha mantenuto la posizione di circa il 90% della sua popolazione.
Per questo motivo, qui (negli U.S.), la Turchia viene duramente biasimata,
proprio come la Francia e la Germania che vengono aspramente condannate
perché hanno assunto la posizione della stragrande maggioranza
delle loro popolazioni. I paesi che sono elogiati sono quelli come l'Italia
e la Spagna i cui leader acconsentono a seguire gli ordini di Washington
indipendentemente dall'opposizione che probabilmente comprende il 90%
delle loro popolazioni.
(...) Nel mondo, la paura nei confronti degli Stati Uniti è straordinaria.
Ed è così estrema che è stata tema di discussione
nei principali mezzi d'informazione.
La copertina del numero in pubblicazione di Newsweek tratta del perché
il mondo ha così paura degli U.S. Stesso argomento è stato
trattato qualche settimana fa dal Post. Ovviamente viene considerato uno
sbaglio del mondo, c'è qualcosa di sbagliato nel mondo con cui
in qualche modo si deve avere a che fare, ma è anche qualcosa che
deve essere riconosciuto.
(...) Negli ultimi mesi si è realizzata una spettacolare impresa
dei mezzi d'informazione governativi, molto visibile nei sondaggi. I sondaggi
internazionali mostrano che il sostegno alla guerra è più
alto negli U.S. che in qualsiasi altro paese. Questo è, comunque,
veramente ingannevole, perché se si guarda da più vicino
la questione, si riscontra una differenza tra il punto di vista degli
Stati Uniti e quello del resto del mondo. Dal settembre del 2002, gli
U.S. sono l'unico paese al mondo in cui il 60% della popolazione crede
che l'Iraq eserciti una minaccia imminente - qualcosa che la gente non
pensa neppure in Kuwait o in Iran. Per di più, circa il 50% della
popolazione è oggi convinta che l'Iraq sia responsabile dell'attacco
al World Trade Centre. Tutto ciò è accaduto dal settembre
2002. Infatti, dopo l'attacco dell'11 settembre la percentuale era intorno
al 3%. La propaganda dei mezzi d'informazione governativi è riuscita
a far salire la percentuale al 50 %.
Ora, se la gente autenticamente crede che l'Iraq ha compiuto i maggiori
attacchi terroristici contro gli Stati Uniti e ne sta pianificando altri,
bene in quel caso la gente sosterrà la guerra.
Nel settembre 2002 iniziò la compagna d'informazione governativa
contemporaneamente iniziò la campagna elettorale di medio termine.
L'amministrazione Bush sarebbe stata sconfitta alle elezioni se le questioni
sociali ed economiche fossero state in primo piano, invece è riuscita
a tenerle nascoste sottolineando il problema della sicurezza - e la gente
si è accalcata sotto l'ombrello del potere. Questo è esattamente
lo stesso modo in cui il paese è stato governato negli anni '80.
Ricordiamo che le persone sono per lo più le stesse delle amministrazioni
Reagan e Bush senior. Proprio durante gli anni '80 venne realizzata una
politica interna dannosa per la popolazione che, come sappiamo da ampi
sondaggi, sviluppò una crescente opposizione. Anche in quell'occasione
riuscirono a mantenere il controllo spaventando la gente. Così
l'esercito nicaraguense era a due giorni di marcia dal Texas, e la base
aerea di Grenada sarebbe stata quella da cui i Russi ci avrebbero bombardato.
Una cosa dietro l'altra, ogni anno una nuova, ognuna ridicola. L'Amministrazione
Reagan effettivamente dichiarò, nel 1985, un'emergenza nazionale
per la minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti posta dal governo del
Nicaragua. Se qualcuno avesse seguito questa vicenda da Marte non avrebbe
saputo se ridere o piangere. Oggi stanno facendo la stessa identica cosa,
e probabilmente agiranno in modo simile anche in occasione della campagna
per le presidenziali. Ci dovrà essere un nuovo drago da ammazzare,
perché se l'Amministrazione lasciasse prevalere le questioni interne
si troverebbe in guai grossi.
VK R: Hai scritto che questa guerra di aggressione ha pericolose conseguenze
in riferimento al terrorismo internazionale e alla minaccia di guerra
nucleare.
N C: Non posso rivendicare alcuna originalità per questa opinione.
Sto semplicemente citando la CIA ed altre agenzie di Intelligence e praticamente
tutti gli specialisti di questioni internazionali e di terrorismo. Affari
esteri, politica estera, lo studio dell'Accademia Americana delle Arti
e delle Scienze, e la commissione ad alto livello Hart - Rudman sulle
minacce terroristiche sono tutte d'accordo sul fatto che sia probabile
un aumento del terrorismo e la proliferazione di armi di distruzione di
massa. La ragione è semplice: in parte per vendetta, in parte solo
per auto difesa.
Non c'è altro modo per proteggersi da un attacco degli Stati
Uniti.
Infatti, gli Stati Uniti stanno ponendo la questione molto chiaramente,
insegnando al mondo una turpe lezione. Paragoniamo l'Iraq alla Corea del
Nord. L'Iraq è debole e senza difese; nei fatti il più debole
regime della regione. Sebbene condotto da un orrendo mostro, non costituisce
una minaccia per nessun altro. La Corea del Nord, però, non viene
attaccata per una ragione molto semplice: possiede un deterrente. Ha una
massiccia artiglieria puntata su Seoul, e se gli U.S. attaccassero, potrebbe
distruggere gran parte della Corea del Sud. Così gli Stati Uniti
stanno comunicando ai paesi del mondo: se siete indifesi, vi attaccheremo
quando vogliamo, ma se avete dei deterrenti vi lasceremo stare perché
attacchiamo solo obbiettivi indifesi. In altre parole, si dice agli altri
paesi che farebbero bene a sviluppare una rete terroristica ed armi di
distruzione di massa o qualche altro deterrente credibile; altrimenti
divengono soggetti alla "guerra preventiva". Per questo motivo, è
probabile che questa guerra porti alla proliferazione sia del terrorismo
sia delle armi di distruzione di massa.
VK R: Come pensi che gli U.S. gestiranno le conseguenze umane ed umanitarie
della guerra?
N C: (...) Già c'è - cioè anche prima della guerra
- in corso una catastrofe umanitaria. Da stime prudenti, dieci anni di
sanzioni hanno ucciso centinaia di migliaia di persone. Se ci fosse una
certa onestà, gli Stati Uniti dovrebbero pagare i risarcimenti
già per i danni delle sanzioni. (...)
In Iraq gli Stati Uniti faranno un'esibizione di ricostruzione umanitaria
metteranno in piedi un regime che chiameranno democratico, in quanto esecutore
degli ordini di Washington. Poi si dimenticheranno di ciò che accadrà
dopo, e passeranno al caso successivo.
VK R: Questa volta, i media, come hanno sostenuto la loro reputazione
legata al modello propagandistico?
N C: In questo momento, stanno dirigendo il tifo per la squadra di casa.
Basti vedere la CNN, che è nauseante - è lo stesso ovunque.
Bisogna aspettarselo in tempo di guerra; i mezzi d'informazione hanno
un atteggiamento di venerazione nei confronti del potere. Molto interessante
ciò che è accaduto nella preparazione della guerra. Il fatto
che la propaganda di governo, attraverso i media, sia stata capace di
convincere la popolazione che l'Iraq costituisce un'imminente minaccia
e che l'Iraq è stato il responsabile dell'11 settembre, è
una azione spettacolare, come avevo detto, che è stata compiuta
in quattro mesi.
Se si chiede a chi opera nei mezzi d'informazione, risponderanno così
"bene, non abbiamo mai detto questo", ed è vero. Non c'è
mai stata una dichiarazione secondo cui Iraq si apprestava ad invadere
gli Stati Uniti o che questi avrebbero condotto l'attacco contro il World
Trade Center.
È stato appena insinuato, allusione dopo allusione, fino a che
ha finalmente indotto la gente a crederci. (...)
VK R: Noam, da diverso tempo ti occupi dei movimenti di resistenza all'imperialismo
- Vietnam, Centro America, Prima Guerra del Golfo. Quali sono le tue impressioni
sul carattere, l'ampiezza e la profondità dell'attuale movimento
di resistenza all'aggressione degli U.S.? È venuto un grande incoraggiamento
dalle straordinarie mobilitazioni in tutto il mondo.
N C: Oh sì è corretto; non c'è niente di simile.
L'opposizione in tutto il mondo è enorme e senza precedenti, e
lo stesso vale per gli Stati Uniti. Ieri, per esempio, ero ad una dimostrazione
nel centro di Boston, proprio intorno al comune di Boston. Non è
la prima volta che sono stato lì. La prima volta che ho partecipato
ad una manifestazione che si teneva lì, durante la quale dovevo
fare un intervento, risale al 1965. Si teneva quattro anni dopo che gli
Stati Uniti avevano iniziato a bombardare il Sud Vietnam. Metà
del Vietnam del Sud era stata distrutta e la guerra si era estesa al Vietnam
del Nord. Non potevamo protestare perché venivamo attaccati fisicamente,
per lo più da studenti, con l'appoggio della stampa liberal e della
radio, che denunciavano quella gente che stava osando protestare contro
una guerra Americana.
In questa occasione, comunque, c'è stata una protesta di massa
prima che la guerra incominciasse ufficialmente ed un'altra ancora il
giorno in cui è iniziata - senza alcuna contro manifestazione.
Questa la radicale differenza. E se non ci fosse stato il fattore paura
che ho ricordato, ci sarebbe stata un'opposizione ancora maggiore. Il
governo sa che non può compiere un'aggressione a lungo termine
e distruttiva come in Vietnam perché la popolazione non la tollererebbe.
C'è solo un modo per combattere una guerra oggi. Prima di tutto,
si sceglie il nemico più debole, uno che sia indifeso. Poi si costruisce
con il sistema propagandistico l'idea che ci stia per aggredire o che
costituisca un'imminente minaccia. Infine c'è bisogno di una luminosa
vittoria. Un importante documento della prima Amministrazione Bush, trapelato
nel 1989, descriveva come gli Stati Uniti avrebbero combattuto la guerra.
Affermava che gli U.S. dovevano combattere i nemici più deboli,
e che la vittoria doveva essere rapida e decisiva, dato che il sostegno
della pubblica opinione si sarebbe rapidamente eroso. Non è più
come negli anni '60 quando una guerra poteva essere combattuta per anni
senza alcuna opposizione. In molti modi, l'attivismo degli anni '60 e
degli anni successivi ha chiaramente fatto tanto per il mondo, compreso
questo paese, aumentandone la sensibilità civile in molti settori.
Traduzione a cura di Marco Tafel
Note
[1] L'intervista è del 21 marzo, precedente, quindi alla presa
di Baghdad
[2] Si traduce il termine "pre-emptive" con prevenzione; e "preventive"
con preventiva, NdT
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