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Da "Umanità Nova"
n. 17 del 11 maggio 2003
La gang Bush
La spartizione del bottino
La gang di Bush, ora che ha vinto la guerra militare in Iraq, ha urgenza
di vincere quella economica, ma le cose non sono così semplici
e non lo sono per almeno cinque buoni motivi.
Le procedure di appalto sulla ricostruzione dell'Iraq consegnate agli
amici, degli amici degli amici, mancano di assoluta trasparenza, cosa
che, se in un mondo di mafia al 100%, non crea alcun problema, anzi, in
un'apparente democrazia a base elettorale qualche inconveniente dovrebbe
produrlo, se non altro per quanto riguarda "l'equa" spartizione della
torta. Se pensiamo che Condoleezza Rice, prima di diventare consigliere
per la Sicurezza nazionale, è stata consigliere d'amministrazione
della Chevron Texaco, che Don Evans, attuale segretario per il Commercio,
è stato un manager nel settore petrolifero, che il vicepresidente
Richard Cheney era presidente della Halliburton, leader mondiale nel settore
dei servizi petroliferi, che Donald Rumsfield lavorava per il presidente
della Bechtel Corporation, George Shultz, poi diventato segretario di
stato americano, per ottenere nel lontano 1984 l'ok per la costruzione
di un oleodotto che dall'Iraq arrivasse al Golfo di Aqaba attraverso la
Giordania, che l'ex amministratore della Shell Oil, l'americano Philip
Carroll, sarà il re del petrolio iracheno... forse più nessun
statunitense potrà accusare gli arabi di gestire un capitalismo
clientelare.
Gli Stati Uniti stanno cercando di instaurare un governo, prima in proprio,
modello Protettorato, e poi su delega, sempre modello Protettorato, che
cancelli i precedenti impegni di Saddam con le compagnie petrolifere russe,
francesi e cinesi. Ma questo può avvenire soltanto nel caso in
cui l'ONU cancelli le sanzioni contro l'Iraq, quelle "OIL for FOOD" tanto
per intenderci, volute tenacemente, in passato, dagli Stati Uniti. Conseguentemente
a questo punto potrebbe essere che gli Stati Uniti facciano appello alla
presunta "rinascita democratica" dell'Iraq perché l'ONU si prodighi
in una cancellazione delle suddette sanzioni. Ma a questo punto si aprirebbero
altre due questioni: una certificazione democratica, che non possa fare
a meno delle sue procedure formali, deve passare, per qualsiasi regime
liberale, attraverso le libere elezioni. Visto che pezzi importanti dell'imperialismo
ONU, ovvero Francia, Cina, Russia, in testa, non hanno visto di buon grado
l'invasione americana in Iraq, potrebbero decidere di togliere le sanzioni
soltanto a patto che gli iracheni decidano "da soli" il proprio destino
elettorale e governativo, senza grossi sponsor esterni. E qui nasce l'ulteriore
problema: se si svolgessero delle libere elezioni, gli amici degli americani
potrebbero essere ridotti ad un'infima minoranza, vuoi per le componenti
religiose filo islamiche, sciiti o sunniti che siano, vuoi per i cospicui
seguaci di Saddam tutt'ora esistenti, vuoi per alcune componenti curde
e per alcuni partiti di origine social-comunista, sicuramente non filo-americani.
Insomma, non sarebbe una semplice passeggiata, anche se, come ci insegnarono
i nostri avi, il denaro non puzza e se puzzasse, si potrebbe sempre risciacquarlo.
Prima che venisse gettata quella potente quantità di bombe che
poi abbiamo visto cadere dai cieli dell'Iraq, gli Stati Uniti incaricarono
Kalmay Khalizad, ex consulente petrolifero del colosso americano Unlocal
ed ex capo dell'attuale Presidente dell'Afganistan, anche lui consulente
dell'Unlocal, il signor Hamid Karzai, di costruire un oleodotto che partendo
da Mosul, in Iraq, arrivi sino ad Haifa, in Israele, attraverso, indovinate
un po'...?, attraverso la Siria. Anche su questo punto i nostri avi ci
hanno insegnato a comprendere che nulla avviene per caso, e che le minacce
successive ai bombardamenti rivolte allo stato Siriano, avevano, tra gli
altri, alcuni obiettivi molto tangibili. La partita con la Siria si presume
sia tutt'ora aperta.
Alcune amare considerazioni finali: che siano per impedire agli americani
di impossessarsi del petrolio iracheno, o che siano state usate per abbattere
un regime non più alleato, le sanzioni hanno un solo effetto e
nemmeno tanto collaterale: impedire a milioni di persone di sopravvivere
e di curarsi. Come si andrà a "risolvere" la situazione irachena
non possiamo saperlo: può essere che continueranno le trattative
e le corruzioni in sede internazionale per ammansire le posizioni degli
imperialisti riluttanti (Cina e company), tra l'altro in un momento in
cui sono stati colpiti da un virus piuttosto innaturale come la Sars.
Può essere che continui una voluta "balcanizzazione" dell'Iraq
su modello Afgano, Macedone, Bosniaco... in modo tale da garantire e giustificare
una presenza militare allogena costante e permanente. Può essere
che si aprano altri fronti di guerra, non necessariamente ed immediatamente
guerreggiata, ma in vista di azioni militari di più cospicua entità
per il futuro. Intanto l'Italia farà la sua parte bellica grazie
all'invio di tre mila militari, con buona pace dei guerrafondai ulivisti,
nel gruppo degli stati fedelissimi agli Stati Uniti che andranno a "gestire"
un Iraq occupato e suddiviso in tre parti. Quello che noi sappiamo ormai
con certezza è che il nemico principale da temere per ogni libero
individuo che circoli sul pianeta è il terrorismo degli stati,
interno ed esterno, delle gang politico-mafiose che li governano e del
capitalismo come sistema a dominio totale.
Pietro Stara
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