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Da "Umanità Nova"
n. 20 del 1 giugno 2003
Dibattito referendum 9:
Tertium datur?
Tertium datur?
Così verrebbe da commentare - chiamando in causa Shakespeare
- la battaglia politica che si è scatenata attorno al referendum
per l'estensione dell'art.18 dello SdL. Dell'articolo 18, prima del progetto
di riforma governativo, non importava nulla a nessuno, né alle
parti sociali, né alle imprese e neppure ai lavoratori. Si tratta
infatti di una norma marginale che prescrive la riassunzione dei lavoratori
dei quali la magistratura ha decretato il licenziamento "ingiusto". Come
è noto a tutti coloro che si sono occupati, anche solo saltuariamente
di questioni sindacali e di vertenze di questo tipo, l'incidenza dei licenziamenti
per "ingiusta" causa è sempre stata enormemente più bassa
di quella dei licenziamenti per motivi "leciti" (ristrutturazioni aziendali
via C.I.G. e mobilità, ecc.), come è stata decisamente minoritaria
la percentuale di coloro che - vista riconosciuta dal giudice l'illiceità
del licenziamento - hanno optato per la conservazione del posto di lavoro,
avendo la maggioranza sempre patteggiato una buonuscita e questo per ovvi
motivi. Ma passiamo all'estensione dell'art.18 cioè alla sua applicazione
alle imprese con meno di 15 dipendenti. Giusta richiesta che però
cozza con un dato di fatto indiscutibile: oggi le imprese, piccole o grandi,
hanno la possibilità di accedere ad una infinità di contratti
di lavoro atipici - che hanno tuttavia tutti in comune la possibilità
di risoluzione del rapporto senza bisogno del licenziamento individuale
- e ne fanno abbondantemente uso.
Definito il valore intrinseco della querelle sull'art.18 e le sue propaggini
ci compete affrontarne la valenza politica. È evidente che lo scontro
che ne è nato trascende il reale merito della questione per configurarsi
come rappresentazione dislocata, simbolica e astratta della competizione
- a più livelli - tra le parti sociali: governo, opposizione, padronato,
sindacati confederali nella loro triplice articolazione. Dislocata in
quanto egualmente lontana dai reali moventi: potere politico per governo
e opposizione, recupero o abolizione totale della concertazione corporativa
per i confederali e il padronato, leadership sindacale per CGIL, CISL
e UIL. Simbolica in quanto - in qualche modo distorto - si presta a sintetizzare
lo scontro tra due concezioni filosofiche: più occupazione con
la flessibilizzazione totale o con la rigidità del rapporto di
lavoro? Astratta, infine, in quanto altro rispetto alle aspettative dei
veri attori: poco interesse da parte dei singoli imprenditori, più
interessati a misure di sostegno e a forza lavoro a basso costo, e dei
lavoratori, sempre più tartassati sul piano economico.
Ma veniamo alla seconda e stupefacente puntata di questo tormentone,
il referendum, tra i cui promotori il maggior azionista è R. C.,
per l'estensione delle tutele dell'art.18 a tutti i lavoratori. Che dire?
Preso atto della teorica validità dell'obiettivo, nascono però
spontanee alcune considerazioni. La prima è che il movimento operaio
degli anni '70, incomparabilmente più forte ed agguerrito di quello
attuale, non ebbe la capacità di porre l'estensione dell'art.18
tra i suoi obiettivi egualitari. La seconda è la sempre più
scarsa rilevanza dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato nei confronti
della galassia del lavoro nero, precario e ultraflessibile nelle piccole
imprese. La terza è che R.C. - incapace di darsi una strategia
sindacale - gioca al tavolo politico della coalizione di centro-sinistra
con colpi ad effetto per épater le bourgeois e preparare nuovi
rapporti di forza per le prossime scadenze elettorali. Il movimento dei
lavoratori è, in questo quadro, una semplice pedina, sacrificabile
a ragioni superiori come la consistenza della pattuglia dei deputati.
Non deve stupire più di tanto, quindi, questo insensato balzo in
avanti; quello che potrebbe stupire - ed è la quarta considerazione
- è l'atteggiamento di gran parte del sindacalismo di base, succube
alle iniziative di RC, a meno che non si voglia considerare attendibile
il progetto di mettere in difficoltà la CGIL impegnandola su un
terreno di radicalità, contrapponendo base e vertice. Si tratta
tuttavia di un'ipotesi assai discutibile per almeno tre ragioni: la prima
è che la CGIL uscirebbe ugualmente bene da una ipotetica vittoria
come da una probabile sconfitta; la seconda è che la svolta bellicosa
della CGIL è avvenuta più per decisione di vertice che per
spinte della base; la terza è che la generica disponibilità
a lottare che i lavoratori hanno manifestato negli ultimi tempi non implica
propensione a scelte radicali e può essere fiaccata da una mobilitazione
permanente su obiettivi politici.
Dunque siamo in vista di una probabile sconfitta e questa "sconfitta
programmata" - una sorta di riedizione della carica della cavalleria polacca
contro i tanks tedeschi del 1939 ripresa, magari, dalla CNN - può
avvenire in due modi: o per non raggiungimento del quorum o per una sconfitta
sui numeri. In entrambi i casi sarà sancito - e il Puffone lo griderà
ai quattro venti - che i lavoratori interessati ai propri diritti sono
una minoranza nel paese. L'improbabile vittoria, d'altro canto, sarebbe
un fiore all'occhiello dei più forti (CGIL e RC) che ne uscirebbero
rafforzati e non certo su posizioni di classe.
Rimane, ultima, la questione dell'atteggiamento da prendere come minoranza
rivoluzionaria. Non coltivando né il feticcio dell'astensionismo
ideologico, né l'impossibile perseguimento in ogni circostanza
del nesso mezzi-fine (egualmente ideologico), ma neppure il culto degli
appuntamenti di massa a cui bisogna essere presenti ad ogni costo, ritengo
il dilemma votare sì / astensione privo di significato e fuorviante
rispetto ai problemi reali posti dalla fase. Comprendo molte delle ragioni
di chi ritiene di votare e di chi ritiene di astenersi, ma credo che,
al di là della scelta individuale, in questo caso non ci siano
le condizioni per indicare una opzione politicamente fondata. Se è
vero che tertium non datur - quando, come in questo caso, i due corni
del dilemma (propaganda per il si aut propaganda per l'astensione) portano
nella stessa direzione - io lo cercherei lo stesso.
Guido Barroero
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