Da "Umanità Nova"
n. 21 del 8 giugno 2003
Dibattito referendum 13:
No alle urne, sì alla lotta
Si é ormai entrati nel vivo del dibattito sulla questione dei referendum
promossi da Rifondazione Comunista, dai Verdi e dai Cobas.
In particolare ci interessa parlare di quello sull'estensione delle
garanzie sociali ai dipendenti di aziende che occupino complessivamente
meno di 15 dipendenti.
Come ogni iniziativa legalitaria anche questa, prima di essere posta
in essere, ha subito tre censure: la prima quella dei promotori che si
sono adoperati per annacquare le loro proposte per renderle "credibili";
la seconda quella degli aderenti ai comitati che le hanno ulteriormente
limate; la terza (sostanziale quanto la prima) l'ha posta la corte che
ha giudicato inammissibili le questioni di sostanza.
In particolare sulle questioni che ci interessano due erano i temi:
- i diritti individuali e quindi la giusta causa per motivare i licenziamenti
ad personam;
- i diritti collettivi e quindi la possibilità di associazione
sindacale.
Ovviamente la corte "liberale" ha cassato le libertà collettive
e ha lasciato mano libera alla "politica" per i diritti individuali.
Già quando erano stati costituiti i comitati ci eravamo espressi
(molti di noi lo avevano fatto pubblicamente, anche su Umanità
Nova erano usciti diversi articoli di critica) in senso contrario. Senza
farla tanto lunga, credo che, una volta tanto si possa essere d'accordo
con Cofferati: queste non sono materie sulle quali la lotta sociale possa
delegare al potere legislativo la loro normazione. Bella lezione da parte
di un socialdemocratico di destra a tanti socialdemocratici e comunisti
di sinistra.
Ma se il dibattito incalza, evidentemente, la lezione non é bastata:
non c'è peggior sordo di chi non vuole sentire.
Quindi sì all'allargamento delle libertà sociali che,
per altro, é lo slogan con il quale ci siamo mossi negli scioperi
generali degli ultimi anni, no a qualsiasi legittimazione della legislazione
in materia di associazionismo operaio e di rapporti che sono regolati
dalla lotta di classe.
Per chi ha memoria vorrei ricordare il dibattito che nel 1970 accompagnò
la promulgazione dello "statuto dei lavoratori". Legge che, oggi, molti
difendono al pari dell'articolo 11 della costituzione ma che, allora,
veniva denunciata dai Cub, da molti Cdf, da tutti i movimenti della sinistra
extra ed anti parlamentare come la legge che avrebbe ingabbiato le lotte.
Infatti fu così.
Ma lo "statuto dei lavoratori" era una iniziativa della destra (do you
remember centro-sinistra?) che voleva fermare un movimento dai caratteri
rivoluzionari e, pertanto e null'affatto paradossalmente, era molto "avanzata".
Nel caso oggi in questione la legge sarebbe promossa dalla sinistra
"estrema" per far avanzare delle libertà che solo la lotta può
affermare. L'iniziativa referendaria anziché sviluppare le lotte
necessarie all'obiettivo distoglie energie e crea divisioni: della serie
"facciamoci del male".
Vi é poi, la questione contingente e comunque rilevante, degli
"equilibri politici". Se il mio voto fosse sufficiente a far avanzare,
seppure di un millimetro, la libertà per molti forse mi porrei
qualche problema ma é evidente a tutti che il voto verrà
invalidato o, peggio, battuto dalla destra.
Credo quindi che la nostra azione in questa fase debba essere tesa a
demistificare la tesi dei "comitati per il sì" secondo la quale
non partecipare a questa mobilitazione sarebbe un tradimento degli interessi
del movimento dei lavoratori. Produrre materiale per rilanciare non solo
e non tanto, una storica posizione astensionista, quanto la lotta sociale,
unica vera salvaguardia della libertà per tutte e per tutti.
Non vi é dubbio che per molte compagne e compagni che operano
nel sindacalismo di base questa sarà una posizione contro corrente.
Credo di non fare loro torto se insisto nell'esortazione a distinguere
la solidarietà di classe che lega i militanti sindacali dalla necessità
di denunciare quelle politiche che, come sappiamo, albergano anche nelle
associazioni operaie a noi più vicine e che fanno arretrare anziché
avanzare la lotta di classe.
Walter Siri
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