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Da "Umanità Nova"
n. 23 del 22 giugno 2003
Il Corrierone ed altre miserie
Professionisti della propaganda
"Un intellettuale che dice di non volersi schierare (.) in realtà
è un rappresentante dell'ordine costituito? (Peter Bichsel)
Quando avevo otto anni, ero un bambino molto curioso e ho chiesto a
mio papà da che parte stava il Corriere della Sera. Come risposta,
ho avuto "dalla parte del governo". Da quella domanda sono passati una
trentina d'anni e l'Italia nel frattempo ha avuto un sacco di governi,
che hanno sempre ricevuto il puntuale sostegno del quotidiano di via Solferino.
Prima ancora, nel suo quasi secolo di vita (è stato fondato nel
1876) il Corriere era stato giolittiano e poi fascista, con Salò
e poi con la Resistenza, filomonarchico e poi filorepubblicano, con Tambroni
e poi con Nenni. Eric Hobsbawm, uno storico inglese che conosce bene l'Italia,
ha detto in un'intervista che leggere in ordine cronologico le annate
del giornale milanese è il miglior modo per ricostruire l'ideologia
dominante nel nostro paese.
Sarà che, come dicono molti pedagogisti, le informazioni veramente
importanti (quelle che rimangono impresse) sono quelle che si ricevono
nei primi anni di vita, ma non riesco proprio a non stupirmi del can can
che si è scatenato dopo le dimissioni di Ferruccio de Bortoli e
la nomina di Stefano Folli a direttore del Corriere, con tanto di petizioni
parlamentari, scioperi dei giornalisti, grandi strilli e pianti della
sinistra marxista al gran completo. Il Corriere di De Bortoli era semplicemente
la piccola Pradva meneghina di sempre, impegnata a far vedere ai suoi
lettori il mondo dal punto di vista di chi comanda. Mentre nascosti nelle
pagine interne venivano pubblicati in piccolo gli articoli di alcuni dissidenti
molto moderati (come Stajano, Sartori e Terzani), in prima pagina c'erano
gli editoriali di Angelo Panebianco, considerato l'ideologo ufficioso
del Polo. Per non parlare delle robacce di Oriana Fallaci, la maitresse
a penser delle signore invecchiate male che vanno in giro imbottite di
psicofarmaci e chiamano il cane "il mio bambino": tanto "La Rabbia e L'Orgoglio"
- definito da qualcuno "il più violento pamphlet razzista mai pubblicato
in Europa dai tempi di Mein Kampf" - quanto il suo virulentissimo invito
all'odio contro il Social Forum di Firenze hanno visto la luce sulle sue
pagine proprio sotto la direzione di De Bortoli. Mi sembra difficile che
si possano pubblicare delle porcate peggiori di queste, considerando che
Hitler probabilmente è morto sotto le macerie del bunker di Berlino
e che Bossi e Borghezio sono semianalfabeti.
In realtà la favola della stampa libera è come l'utopia
del buongoverno. I grandi massmedia sono gestiti dallo Stato o dai grandi
potentati economici (in Italia i principali editori sono Berlusconi, De
Benedetti e la famiglia Agnelli) e i giornalisti sono semplicemente dipendenti
al loro servizio, che per un buono stipendio e un po' di prestigio sociale
mettono in vendita le proprie idee e la propria dignità. Si dice
che l'80% dei giornalisti sia "di sinistra", eppure i quotidiani sono
pieni della più becera disinformazione di estrema destra, dagli
allarmi antiimmigrati di volta in volta a quelli antinoglobal alle isteriche
campagne per la sicurezza della città che si risolvono immancabilmente
nell'esortazione alla caccia di drogati, barboni e prostitute. Viceversa,
ad esempio, nel grande tormentone post-Twin Towers hanno trovato pochissimo
spazio le informazioni sui rapporti tra la famiglia Bush e quella Bin
Laden e recentemente la clamorosa notizia che nel gennaio 2001 il Presidente
appena insediato avrebbe ordinato all'FBI di sospendere le indagini sulla
famiglia del suo ex socio (ex?) Osama è rimasta nelle news delle
agenzie di stampa.
I "professionisti dell'informazione" farebbero bene a chiamarsi "professionisti
della propaganda". Il loro motto è quello di Goebbels, "una bugia
ripetuta tante volte finisce col diventare una verità". Peggio
ancora, qualche volta diventa senso comune.
peter punkk
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