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Da "Umanità Nova" n. 23 del 22 giugno 2003

Dibattito referendum 20:
Autonomia dalla politica?



Una volta il mio avvocato, il mai dimenticato Sandrino Annoni, mi disse: "nessun avvocato pone domande di cui non conosce già esattamente la risposta. In ballo c'è vincere o perdere e queste non sono faccende che si possano lasciare al caso". Sul momento rimasi esterrefatta: in fondo in ogni anarchico v'è sempre un fondo di ingenuità che non consente di immergersi a pieno e con immediatezza nei meccanismi di potere. In realtà quella di Sandrino era una lezione che si potrebbe applicare ad ogni buon politico. Nessuno che abbia fatto della politica come ricerca del potere il proprio obiettivo può sottrarsi a questa regola. Neppure, ne sono certa, un cavallo di buona razza come Fausto Bertinotti. Difficile credere che il Fausto nazionale non sapesse quello che tutti noi sapevamo: il quorum al referendum non sarebbe stato raggiunto e le destre avrebbero ridato fiato alla volontà di cancellare ulteriormente gli spazi di tutela legale dei lavoratori. Non a caso Maroni si è affrettato a dichiarare che "'Possiamo togliere il freno e andare avanti per adeguare il mercato del lavoro a quello dei più avanzati partner UE". Gli ha fatto significativamente eco il sottosegretario al Welfare Sacconi: "Il quesito referendario sull'articolo 18 è stato respinto in una misura che non lascia spazio a interpretazioni equivoche. (...) larga parte degli italiani ha evidentemente ritenuto che l'articolo 18 non contenesse un diritto fondamentale del lavoro".

Ma la partita del PRC e del suo segretario, è notorio, era ben altra e poco aveva a che fare con la questione dell'art. 18 dello Statuto dei lavoratori. In questa partita il buon Fausto ha portato a casa già da tempo il risultato che più gli stava a cuore: il tramonto definitivo dell'ipotesi di un "partito del lavoro" a guida cofferatiana che avrebbe potuto, collocandosi in una posizione intermedia tra il PRC ed i DS, giocare un ruolo decisivo a sinistra, emarginando definitivamente la formazione di Bertinotti. Un obiettivo che, dal suo punto di vista, certamente valeva la candela, anche se, alla luce del risultato referendario, il buon Fausto qualche rischio potrebbe indubbiamente correrlo. La percentuale dei votanti, pur più ampia del bacino elettorale del PRC, è stata troppo bassa per poter accollare tutte le "colpe" all'oscuramento dei media irregimentati e alle posizioni astensioniste dell'Ulivo. Anche all'interno del suo partito qualcuno potrebbe chiedergli conto di un'operazione maturata nei vertici del PRC e conclusasi ben lungi dal 40% ventilato da Liberazione nei giorni scorsi. Bertinotti tuttavia non nega che la sconfitta sia stata superiore alle (sue) aspettative ed ammette che "non siamo riusciti a trasformare una battaglia giusta in un senso comune diffuso, in un'opinione pubblica". Nelle analisi della sconfitta individuate da Bertinotti due meritano di essere esaminate. Nella medesima intervista a Liberazione del 16 giugno da cui abbiamo tratto le precedenti dichiarazioni Bertinotti afferma: "A me interessa drammatizzare la valutazione perché voglio drammatizzare l'indagine sul perché abbiamo perso. Mi interessa fare una ricerca che tocchi le reali condizioni di classe oggi, che stanno alla base di questo risultato. (...) Usciamo da decenni in cui il lavoro è diventato una specializzazione settoriale non più un prisma universale con cui leggere la politica. E i lavoratori sono finiti nel cono d'ombra dell'agenda politica del paese. Con questo referendum ne sono in parte usciti, ma non al punto di ridefinire i rapporti di forza complessivi. Per questo abbiamo perso". La tesi che il referendum sia riuscito a far uscire almeno in parte dal cono d'ombra i lavoratori mi pare invero piuttosto fantasiosa e, per un'operaista dichiarato, anche sintomo della sfiducia nella capacità di iniziativa autonoma della classe. Un'iniziativa i cui segni di solito siamo usi cercare nelle lotte, negli scioperi, nelle azioni di boicottaggio e non nella ricerca di una tutela legale a sostituzione dei rapporti di forza che non si è in grado di giocare. Che il lavoro non sia più il prisma universale con cui leggere la politica mi pare invece il sintomo positivo dell'affrancarsi da una concezione economista della storia che pone nel limbo delle variabili dipendenti le relazioni di dominio e la loro capacità di marcare le vite concrete di ciascuno di noi. Ma qui sarebbe uscire di tema poiché giustamente il Fausto nazionale potrebbe rammentaci che lui non è anarchico ma marxista e l'economicismo fa quindi parte del suo DNA culturale.

Nell'analisi della sconfitta Bertinotti inserisce un secondo elemento: "è la vittoria, supposta, dell'autonomia della politica rispetto alla società. L'indicazione della stragrande maggioranza del mondo politico fa pensare che questo abbia avuto la meglio su un umore sociale e su bisogni espressi dal basso." Sebbene poco oltre il segretario del PRC dichiari che: "i Ds sono costretti a registrare un'alta affluenza alle urne da parte del proprio elettorato" il senso della questione è chiaro: le indicazioni di voto (o di astensione) delle forze politiche hanno avuto un peso ben maggiore rispetto ad una supposta capacità della società civile di autonomizzarsi dalle ragioni della politica. In ciò traspare chiara la delusione di non avere un piatto più ricco da gettare nella trattativa ormai apertissima per la prossima sfida elettorale e la volontà di giocare comunque su quella minoranza di diessini che alle urne ci è andata. Emerge altresì un dato apparentemente curioso: un politico che si lamenta per l'autonomia della politica contrapponendo l'ambito politico a quello sociale le cui esigenze non sarebbero rappresentate nei luoghi della politica. Naturalmente il trucco c'è e si vede: il buon Fausto relega nell'universo separato della politica gli altri partiti ma vi sottrae il proprio che dipinge come alieno alle esigenze della lotta politica ed il solo capace di farsi interprete delle autentiche esigenze delle classi lavoratrici. Un vero capolavoro da vecchia scuola leninista, specie se si pensa all'operazione di bassissimo profilo cui è servito questo referendum. Il Cofferati nazionale, l'eroe della lotta per l'art. 18 messo abilmente nell'angolo, probabilmente ce la farà ad accontentarsi della corsa per la poltrona di sindaco di Bologna, mentre resta da vedere se i lavoratori contro i quali le destre, come ampiamente prevedibile, si preparano ad un ulteriore accanimento, gradiranno che la lunga lotta di resistenza della scorsa stagione sia stata buttata in un gabinetto elettorale.

Tra di noi anarchici invece i propugnatori dell'autonomia dalla politica, della separazione netta tra sindacato (necessariamente (?) riformista) e organizzazione politica, dovrebbero forse per una volta rammentare che gli uomini e le donne in carne ed ossa sono la propria classe se decidono di esserla, sono propensi alla lotta se decidono che l'uguaglianza è auspicabile, sono capaci di autonomia se per loro la libertà è un valore. Ma ciò non si da lontano dalla politica ma nello spazio in cui la politica si emancipa dal potere e si fa luogo di relazioni non autoritarie, spazio di autorganizzazione, ambito in cui la prefigurazione di un mondo libero diviene progetto collettivo. Il luogo in cui la separazione tra la società e la politica si scioglie perché si sciolgono le relazioni di dominio che questa separazione rendono possibile e fondano. Credere che l'impegno di classe coincida con la mera militanza sindacale, significa riprodurre la separazione tra politica e società, tra realismo ed utopia che è il comodo alibi di chi vorrebbe che l'opzione anarchica venisse relegata tra i sogni ineffettuali. Al "realismo" perdente di chi, pur turandosi il naso, si è allineato alle urne continuo a preferire la concreta utopia della lotta quotidiana. Fuori e dentro l'ambito sindacale. In fondo l'anarchismo cos'è se non il tentativo di far coincidere l'etica della responsabilità con l'etica della convinzione?

Maria Matteo

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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