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Da "Umanità Nova" n. 24 del 29 giugno 2003

Mare di Morte
Non c'è niente di inevitabile nella strage di uomini, donne e bambini in fuga da tutti i sud di un mondo sempre più ostile e invivibile



Può anche risparmiarsele le spese delle cannonate, quel gentiluomo di bassa Lega, nonché Ministro della Repubblica Italiana, che risponde al nome di Umberto Bossi. I soldi degli onesti contribuenti padani non servono, non c'è bisogno del tiro al bersaglio dalle italiche coste, tanto le navi dei migranti, a fondo, ci vanno lo stesso.

Ancora una volta. Di nuovo, veniamo a sapere che un barcone inverosimilmente stipato di reietti è affondato nel canale di Sicilia. E che centinaia di disperati in fuga da una vita di miserie e sofferenze hanno trovato la morte nella acque del mediterraneo. Fatalità? No, non c'è niente di fatale, di inevitabile, di casuale, in questa inarrestabile strage che accompagna l'inarrestabile fuga da tutti i sud di un mondo sempre più ostile e invivibile. Non c'è nulla che non trovi spiegazioni, cause e responsabilità ben precise, non c'è nulla che non sia riconducibile alle innumerevoli volontà e agli innumerevoli interessi che allignano su questi drammi e che convergono in una unica volontà, in un unico interesse che si chiama sfruttamento, e scusatemi se uso un termine così poco elegante e per nulla à la page. E chissà, se mai dovesse uscire il libro su I crimini del capitalismo con le sue centinaia di milioni di morti, se questi delitti avrebbero titolo o meno per esservi conteggiati?

Di là paesi dove la povertà e la fame sono altrettanto naturali quanto il sole e la luna, paesi poveri di risorse e con condizioni climatiche difficili, paesi dove l'acqua esiste solo nei sogni dei bambini, paesi ricchi di materie prime ma depredati dalle rapine delle multinazionali, paesi nei quali sarebbe possibile vivere meglio ma dove camarille locali sostenute dagli interessi delle potenze "civili" rubano ai poveri per dare ai ricchi, paesi devastati da guerre interne spesso religiose, spesso etniche, spesso ideologiche ma sempre inaccettabili, paesi distrutti da guerre esterne mosse dagli inconfessabili appetiti degli avvoltoi in doppiopetto. Di qua paesi ricchi, paesi dove la produzione di merce di lusso raggiunge livelli indecenti, paesi ben governati da liberi e democratici governi attenti ai bisogni dei loro cittadini, paesi civili, colti, educati, paesi potenti destinati da Dio ad esportare la pace e la libertà, paesi nei quali è sempre più incessante, parossistico, il bisogno di mano d'opera a basso costo, tale da permettere il permanere dell'attuale processo di accumulazione capitalistica e dell'alto grado di civiltà raggiunto. Si sa, a pancia vuota si fa fatica a conservarsi colti e civili.

In mezzo gli sciacalli. E se non sappiamo quanti possano essere, sicuramente i primi a cui pensiamo non sono sempre i peggiori. Innanzitutto le mafie, e per mafie intendiamo le organizzazioni criminali (quelle da codice penale, le altre vengono dopo) che con il traffico di esseri umani hanno sostituito altri traffici meno lucrosi. Sono le prime ad essere oggetto della sacra esecrazione delle anime belle di casa nostra, perché le più esposte al ribrezzo, quelle che più si sporcano le mani senza facili ipocrisie. Ormai ne esistono dappertutto, di là come di qua, in Libia, Tunisia, Turchia, Montenegro, Albania, ma anche in Sicilia, Puglia, Calabria, Andalusia e chissà dove altro. Mafie "illegali" comunque, spregevoli proprio perché i loro traffici non trovano esplicite coperture istituzionali, perché il loro business si propone per quello che è e non si maschera dietro la squallida facciata dell'intervento "umanitario". Poi, appunto, le associazioni caritatevoli. Anch'esse riprodottesi come conigli. E quasi tutte legate alle chiese. Per una che si sacrifica e ci rimette del suo, altre dieci che speculano sui bisogni degli "assistiti" e su quelli dei governi. Se va bene, conservando un po' di umanità, ma spesso, troppo spesso, creando veri e propri lager alla luce del sole: ne sanno qualcosa i reclusi nei kampi del leccese. L'importante è ricevere i contributi dello stato e creare piccole isole franche dalle quali chiedere, ricattare, ricattare, chiedere... E infine, in questa collaborazione creatasi fra chi "manda" e chi "riceve", l'intervento degli stati per regolamentare e razionalizzare. Del giro d'affari istituzionale che si muove intorno alla emergenza dei rifugiati, dei CPT, dei rimpatri, dei controlli, delle regolarizzazioni e via dicendo, troppe volte hanno trattato queste pagine.

Pochi secoli addietro. Carovane di arabi risalivano le terre africane in cerca di merce umana. Distrutti i villaggi, incatenate le popolazioni, tornavano sulle coste, dove erano in serena attesa avventurieri di ogni risma, capitani di cargo e vascelli. Fatte le debite contrattazioni, le navi partivano con le stive ricolme di esseri umani, la cui sopravvivenza era legata solo al valore di scambio delle proprie braccia. Attraversato l'oceano, in accoglienti e lindi porti del Massachusetts avvenivano aste ben organizzate e perfettamente ordinate, e gli schiavi venivano smistati di qua e di là, a seconda delle esigenze del mercato. Non c'era associazione umanitaria, non c'era congrega religiosa antischiavista, non c'era controllo che tenesse, tutto si svolgeva nella massima tranquillità. Razionalmente. E qualche maligno insinua che lo schiavismo abbia giocato un certo ruolo nella costruzione del grande benessere nordamericano. E che sia cessato solo quando non era più necessario.

Il problema dei migranti, un bel problema, oggi! Mentre a Porto Carras i potenti d'Europa discutono di soluzioni più razionali e nuove regolamentazioni, tali da urtare meno le nostre delicate sensibilità e da soddisfare di più le esigenze del mercato della mano d'opera, qui da noi gli esponenti di una forza che si vorrebbe politica (ma comunque, e a buon titolo, di governo) eruttano le loro elucubrazioni da avvinazzati, sicuri comunque di trovare facile consenso fra genti disturbate dalla "invasione degli stranieri". Il luogo comune, il pregiudizio, la presunzione, l'ignoranza, in un irrazionale miscuglio di paura e violenza. E se il capo da Milano invoca le cannonate, la coatta da Lampedusa, preoccupata per il suo ristorante, vorrebbe vederli tutti morti. E ogni tanto il mare l'accontenta.

Senza frontiere nessuno è clandestino. E nostra patria è il mondo intero. Se mai lo sono state, non sono più, queste frasi, ingenue dichiarazioni di principio. Sono, devono essere un progetto, un fine, un obiettivo, il punto di arrivo di un fenomeno sociale al quale non possono essere date altre soluzioni. La clandestinità non è una prerogativa dalla nascita, non è una caratteristica genetica come gli occhi azzurri o la pelle scura, è una condizione sociale creata dalle leggi dell'esclusione e dell'emarginazione. È una condizione sociale che per ora giova a tutti eccetto a chi ne è vittima, ma che crea contraddizioni sociali sempre più difficili da sostenere. Ed è sensato, poi, in questo mondo sempre più ravvicinato ed accessibile, mantenere, a cavallo di un passo montano o nel bel mezzo di una autostrada, una sbarra di ferro vigilata da quattro fantaccini vestiti con due divise diverse? È questo che ancora serve per preservare identità culturali sempre più improbabili?

Massimo Ortalli

 

 


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