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Da "Umanità Nova"
n. 24 del 29 giugno 2003
La democrazia dei potenti
La Costituzione dell'Europa del dominio
"La nostra Costituzione si chiama democrazia perché il potere
non è nelle mani di una minoranza, ma nella cerchia più
ampia di cittadini". Altisonante, carico di ottimismo e di autogratificazione,
quasi trionfalistico, nelle parole di Tucidide, si apre il Preambolo della
neonata Costituzione europea. Un'ostentazione non eccessiva di identità
culturale, tanto da aprire un testo costituzionale con una citazione in
lingua greca, che rivela un effettivo radicamento nelle origini storiche
della nostra civiltà. I valori dell'Europa non potevano essere
meglio rappresentati dall'ipocrisia di queste parole, sintesi perfetta
del nostro modello sociale. Erano stati proprio i Greci, infatti, ad inventare
la democrazia come oggi noi la conosciamo: un ideale di giustizia universale
e partecipazione pubblica tanto sbandierato ai quattro venti, ma mai sufficientemente
da compiacere un narcisismo patologico, sintomo che sembra tradire un
profondo, seppur nascosto, carattere autoritario. Un concetto di democrazia
da intendere come fusione di una seducente parvenza di libertà
e di un sofisticatissimo sistema di dominio. Ma scavando un po' nei fatti,
ci si rende facilmente conto di quanto il gioco del pesce palla non regga.
Dalla democrazia greca erano tanti, troppi gli esclusi: parliamo delle
donne, dei giovani, degli schiavi, dei barbari, di tutti coloro che erano
incapaci di ragione, al modo in cui i potenti la intendevano. Possiamo
dire che l'Unione Europea, nella stesura della sua futura costituzione,
è stata proprio fedele alla tradizione: le analogie con la democrazia
odierna sono evidenti. Lo schema è lo stesso: ci si rifà
a valori e convinzioni autoproclamate universali, e chi non rientra in
questa presunta universalità, non è un uomo, non può
essere un cittadino della democrazia. Il fondamento della democrazia greca
era la razionalità; tutto ciò che stava al di fuori della
polis era il disordine, la barbarie, il contingente, il passionale, l'erroneo.
La giustizia era per definizione l'approdo naturale dell'uomo razionale
all'interno dello stato greco; non poteva che derivarne una politica di
oppressione, guerra ed esclusione sociale.
La stessa impostazione teorica è evidente in coloro che oggi
si dicono - cito dal testo - "consapevoli che l'Europa è un
continente portatore di civiltà." La civiltà, in effetti,
gli europei hanno fatto di tutto per portarla ai barbari sfortunati di
paesi vicini e lontani in ogni angolo del pianeta, e non nell'epoca della
globalizzazione capitalistica, ma da sempre. Da quando soldati armati
fino ai denti insegnavano come si fa la guerra e come si costruisce uno
stato alle popolazioni autoctone dell'America, che in materia, poverini,
non erano bravi come noi; da quando preti infidi e vigliacchi insegnavano
Verità e Giustizia Divina ai pagani di tutti i continenti per la
salvezza delle loro anime, e torturavano e bruciavano eretici peccatori
del nostro continente, sempre per la salvezza delle loro anime; da quando
cercatori di gloria e di ricchezze insegnavano il libero mercato ai paesi
arretrati (ieri per colpa dell'ignoranza, oggi del comunismo o dell'islamismo),
sempre necessariamente accompagnati dall'intervento della forza, per chi
si mostrasse più refrattario a imparare. Oggi, purtroppo, esistono
ancora paesi incivili, ma ci stiamo dando da fare, le buone intenzioni
non mancano: dal Kosovo, all'Afganistan, all'Iraq, presto o tardi la civiltà
arriverà ovunque. Purtroppo.
I nostri valori, dice il testo, sono quelli dell'umanesimo: l'"uguaglianza
degli esseri umani", la "libertà", il "rispetto della
ragione" Li conosciamo bene i valori dell'umanesimo: l'uguaglianza
di fronte alla legge di tutte le persone, quando ad essa si è chiamati
a obbedire, ma davanti alle quali però la legge non si pone sempre
uguale; la libertà circoscritta dell'agire controllato e concesso
dall'alto; la ragione dei liberali, quella che vuole vedere nella proprietà
privata un diritto naturale del più forte (dicesi meritevole),
nella concorrenza economica una legge necessaria, nel machiavellico amore
del potere il fondamento dell'uomo, nell'obbedienza al patto sociale la
vera nobiltà e nella falsità delle buone maniere e della
pace sociale la vera virtù.
In tutti questi sensi, l'Europa "intende proseguire questo percorso
di civiltà, di progresso e di prosperità per il bene di
tutti i suoi abitanti, compresi quelli più fragili e bisognosi."
Dichiarazioni, non c'è che dire, un po' stridenti con le misure
anti-immigrazione che impediscono a milioni di migranti di diventare abitanti
dell'Europa, che vedono navi affollate di profughi affondare nel mare
senza aver raggiunto meta e centri di detenzione affollati di clandestini
bisognosi solo di regolamentazione e di lieto vivere. Stridenti con la
precarizzazione del lavoro, con la crescente perdita delle tutele e dei
diritti fondamentali, col rincaro della vita e il pauperismo dilagante
in fette sempre più ampie della società.
L'Europa, ancora, è un paese "aperto alla cultura, al sapere,
e al progresso sociale". L'amore per il sapere ce lo conferma il revisionismo
storico strisciante del governo; la censura, la disinformazione, i continui
attacchi personali perpetuati dai mezzi di informazione di regime; il
progressivo appiattimento intellettuale e culturale derivante dall'impoverimento
della scuola e dalla proliferazione di pseudo-culture sociali che fanno
dell'ignoranza e della superficialità valori e identità
nazionali.
Possiamo andar fieri ancora di un Europa che "desidera operare a
favore della pace, della giustizia e della solidarietà nel mondo",
attraverso l'aumento della spesa militare, l'interventismo nelle guerre
coloniali dettate dai padroni del mondo di Washington e la militarizzazione
dei territori conquistati grazie al nostro prezioso contributo, la carcerazione
dei soggetti non allineati, la repressione dei movimenti antagonisti con
l'uso dei manganelli, dei lacrimogeni e delle pistole, la becera propaganda
razzista e nazionalista portata avanti da tutti gli stati aderenti l'Unione.
La democrazia dei potenti è davvero ciò che di più
umanista sia stato inventato: è la menzogna che sta dietro l'ottimismo
antropologico di chi si fa portatore dei Veri Valori dell'Uomo. La democrazia
dei potenti, lo sappiamo, è la propaganda e l'elogio della Civiltà
che rafforza e legittima ogni dominio, ogni sfruttamento, ogni ingiustizia.
La democrazia dei potenti è quella costituzione in cui il potere
non è nelle mani di una minoranza, ma nella cerchia più
ampia dei cittadini... accuratamente scelti e manipolati dai potenti,
e chi non è cittadino non conta, e chi è un cattivo cittadino
non conta neppure. Il senso di una tale democrazia è che chi non
fa parte della ristretta cerchia di persone identificatesi in tale modello
culturale, di fatto per la Costituzione non esiste, o meglio, esiste solo
per mantenerla al potere. Nulla di nuovo, quindi, dalla tradizionale concezione
di democrazia, di matrice greca, tanto amata dagli europei che delle proprie
origini vanno così fieri.
Il "carattere democratico e trasparente della sua vita pubblica"
è evidente, ahimè, solo alle ristrette élite che
questo sistema utilizzano per ottenere, costruire, consolidare e ingrandire
giorno dopo giorno il loro potere, è evidente alla comoda sordità
di chi ci guadagna una vita decente e privilegiata, ma non lo è
certo alla stragrande maggioranza della popolazione che non è nemmeno
considerata popolazione, perché non ha cittadinanza europea (altrimenti
che democrazia sarebbe?), agli esclusi di sempre dalla civiltà
dei dominatori: a chi non è nato in Europa, a chi non si riconosce
nei valori dell'Europa, a chi è sfruttato, oppresso, umiliato,
perseguitato dall'Europa, a chi non vede nell'Europa, come questi vorrebbero
farci credere, "uno spazio privilegiato della speranza umana."
Michele Lumine
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