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Da "Umanità Nova" n. 33 del 19 ottobre 2003

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Foibe: senza memoria e senza vergogna
L'antefatto: domenica 28 settembre, a Mestre - più precisamente nel quartiere operaio di Marghera - il piazzale Tommaseo viene intitolato ai Martiri Giuliano dalmati delle Foibe con una cerimonia; l'iniziativa - di evidente sapore revisionista - è stata voluta da Alleanza Nazionale, nella persona di Raffaele Speranzon, ma aveva trovato l'avallo politico del pro-sindaco Gianfranco Bettin (Verdi) e quello all'unanimità della giunta comunale "rosso-verde", con il voto anche dei consiglieri di Rifondazione Comunista con Paolo Cacciari in testa. Favorevole si dichiarava anche il sindaco di Venezia, Costa (Ds).
La decisione trovava in città subito molti contrari, soprattutto in considerazione del fatto che a Marghera sarebbe senz'altro più opportuno dedicare un monumento agli operai morti e senza giustizia del polo chimico-industriale.
In contemporanea con la cerimonia d'inaugurazione, alla presenza di noti personaggi di destra, viene quindi tenuto un presidio di protesta a cui partecipano aderenti di Rifondazione Comunista con uno striscione con la scritta "Vergogna", dei Cobas-Scuola, della Rete antirazzista, dei Comunisti Italiani, dei Verdi Non-violenti, oltre ad antifascisti vari e militanti marxisti-leninisti.
I Disobbedienti dei centri sociali Rivolta e Morion, con rinforzi padovani, che da giorni avevano annunciato che non avrebbero tollerato contestazioni nei confronti del loro padrino politico Bettin, aggrediscono verbalmente e fisicamente i contestatori del presidio antifascista. Un giovane esponente di Rifondazione e del Social Forum finisce al pronto soccorso, dopo essere stato malmenato ancor prima di giungere al presidio.
In ospedale vengono portati anche alcuni aderenti di Azione Giovani che accusano i Disobbedienti facendo il nome, tra gli altri, di Tommaso Cacciari, figlio del sunnominato Paolo dirigente di Rifondazione.
Le polemiche: scoppiano immediatamente feroci reazioni in consiglio comunale, dentro Rifondazione Comunista e nell'intera sinistra cittadina. La federazione provinciale di Rifondazione Comunista parla di "gravissima provocazione attuata in modo squadristico" dopo aver per anni fatto finta di non vedere e non sapere che tali metodi per i Disobbedienti sono normali nei confronti di ogni altra realtà che non riescono a controllare, non importa se studenti, antirazzisti, internazionalisti, punk o anarchici. A suo tempo Rifondazione Comunista aveva "digerito" persino una spedizione punitiva ai danni del centro sociale "Zona Bandita" vicino ai Giovani Comunisti.
I Disobbedienti da parte loro accusano paradossalmente di "stalinismo" e senza distinzioni tutti quelli che avevano contestato l'iniziativa revisionista, sostenendo che quella della foibe è una "verità storica" e che loro sono comunque moralmente legittimati a menare le mani perché stanno "sognando e costruendo un mondo diverso".
Il pro-sindaco Bettin criticato da tutte le parti, dopo aver premesso querele, difeso a spada tratta i Disobbedienti e aver sostenuto che "i Comunisti italiani e altri hanno cercato lo scontro" (sic), minaccia per qualche giorno le proprie dimissioni dicendo "i toni dello scontro sono esasperati. Parte della sinistra che ha votato la delibera mi ha contestato in modo aspro".
Inoltre, rispetto alla piazza intitolata ai Martiri delle Foibe, sostiene che "in tutta Italia questo riconoscimento è normale", sorvolando però sul fatto che generalmente queste cose avvengono nei comuni amministrati dal centro-destra.
Considerazioni politiche: la questione dei problematici rapporti tra Rifondazione Comunista e Disobbedienti appare ormai scoppiata a livello nazionale (su Liberazione di domenica 5 ottobre, sono apparsi ben due articoli su tali faccende), anche perché episodi simili non sono certo una novità, basti citare l'aggressione dei Disobbedienti contro i Giovani Comunisti avvenuta mesi addietro a Monfalcone durante il "train stopping"; vedremo dove porterà la discussione interna ma non è escluso che come conseguenza veda andare a monte la ventilata candidatura di Casarini e compagni nelle liste di Rifondazione in occasione delle prossime elezioni europee.
Considerazioni storiche: nessuno ha saputo cogliere l'occasione per una seria riflessione storica sulle foibe e soprattutto sul loro mito, specularmene utilizzato sia dai fascisti che dagli stalinisti. Parlare di foibe significherebbe innanzitutto contestualizzare storicamente tali avvenimenti, tenere presenti le stragi e le pulizie etniche compiute dai militari italiani in Jugoslavia assieme agli Ustascia, riferirsi a documenti e ricerche attendibili, demolire le troppe mistificazioni strumentalmente costruite per decenni. Infatti quello che è stato da più parti (compreso Casarini) definito come un "genocidio" andrebbe notevolmente ridimensionato dato che il numero delle vittime effettivamente riesumate non si avvicinano neanche lontanamente alle cifre propagandate (lo stesso Bettin nel discorso dell'inaugurazione ha avvalorato la cifra di 10-12 mila, prendendo per buone stime non credibili e di parte) ed inoltre non tutti i corpi riesumati nelle foibe appartenevano a fascisti o italiani, ma anche ad individui uccisi per ragioni e in circostanze diverse. Emblematico in questo senso il caso della foiba di Basovizza, elevata a simbolo dei crimini partigiani e comunisti, dove gli stessi rapporti ufficiali attestano la presenza di una ventina di cadaveri, quasi tutti appartenenti a soldati tedeschi, oltre alle carogne di una quarantina di cavalli; eppure Basovizza è stata fatta diventare "monumento nazionale" - col beneplacito dei DS - per controbilanciare l'orrore nazi-fascista concentrazionario della Risiera di San Saba.
Un compagno della FAI – Venezia

Torino: arrestati cinque attivisti contro il carcere
"Brigatista comanda anarchici al sequestro di una clinica" In questo modo "Torino cronaca", un fogliaccio scandalistico vicino agli ambienti di Alleanza Nazionale, commentava l'arresto di cinque esponenti del Coordinamento anticarcerario fermati mentre transitavano in auto. I cinque arresti sono stati la risposta della Digos alla tre giorni "Scateniamoci" promossa a Torino dal Coordinamento contro il carcere. L'iniziativa si è caratterizzata, oltre che per i dibattiti ed un presidio di fronte al carcere delle Vallette, per una serie di azioni dirette (scritte, esposizione di striscioni, chiusure simboliche, lanci di vernice) in vari luoghi emblematici della carcerizzazione della società.
Le azioni venerdì 10 hanno toccato la clinica psichiatrica "Villa Cristina", luogo di ricoveri coatti gestito non a caso dal medesimo "medico" che si occupa delle Vallette, il supermercato IKEA, una multinazionale che fa produrre i propri articoli di arredamento a detenuti sfruttando la mano d'opera a basso costo, la sede della RAI che parimenti si avvale del lavoro di prigionieri, ed il BIT (Bureau International du Travail) sede dell'UNICRIM (Agenzia delle Nazioni Unite per la lotta al crimine) e dove, da quest'anno, parte un corso di criminologia che vede tra i docenti il famigerato Laudi dell'inchiesta sui "Lupi Grigi" della Valsusa.
Nella mattinata di sabato 11 ottobre in segno di protesta per gli arresti è stato bloccato il traffico in corso Giulio Cesare nei pressi del mercato di Porta Palazzo ed uno striscione ha chiuso la struttura detentiva per minori stranieri senza permesso di soggiorno situata nelle vicinanze.
In serata per molte ore musica e interventi di parenti dei prigionieri si sono intervallati durante il presidio di fronte al carcere delle Vallette.
Nella tarda serata di domenica gli arrestati sono stati rilasciati. Sono accusati di danneggiamento aggravato, deturpamento con aggravanti e violenza privata e risultano inoltre indagati in base all' (attentato per finalità terroristiche o di eversione). Ai residenti a Torino è stato imposto l'obbligo di firma ed a tutti gli altri quello di dimora nella regione di residenza.
Euf.

Perugia-Assisi: anarchici alla marcia della pace
L'annuale marcia della pace è un appuntamento fisso per molti. I mestieranti della politica la usano come strumento per rinfocolare polemiche inconcludenti e depistanti e per avere ulteriore visibilità mediatica (come se non bastasse quella che già hanno). Le forze politiche, al pari dei loro capi, la vedono come una passerella dove sventolare bandiere, attrezzare furgoni con il "sound-system" e darsi quella visibilità che, come per i loro capi, è più di apparenza che di sostanza (tante le marce fatte, milioni le persone partecipanti, nessuna caserma o industria militare però finora è stata chiusa) Gli altri, i molti che ci vanno con tutte le buone (e pie) intenzioni, diventano al fine un numero nella massa delle cifre che ogni anno scandisce l'esistenza (60.000 o 300.000?) del pacifismo in Italia. E, fra i tanti, c'è sempre qualche anarchico, organizzato in piccoli spezzoni o da solo, che cerca in un modo o nell'altro di dare visibilità all'antimilitarismo. Fra questi, come succede da qualche anno, c'erano anche le compagne ed i compagni anarchici dei gruppi di Perugia, Spoleto e Jesi che hanno allestito un banchetto fisso con vendita di libri e stampa anarchica, e distribuzione di vino ("Acqua ai popoli e vino a chi lotta" recitava un cartello sul tavolino… alla faccia anche della leggenda metropolitana della famigerata "botte degli anarchici").
Buona la diffusione e la visibilità ed i contatti presi anche con i vari partecipanti libertari sparsi un po' in giro. Fra questi c'è stato anche un bel volantinaggio fatto da un gruppo di studenti anarchici dell'Aquila. Bandiere rosso-nere ed uno striscione con su scritto: “Contro la guerra ed il capitale per la libertà e la giustizia sociale" facevano infine da sfondo al banchetto.
Giordano





 

 



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