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Da "Umanità Nova"
n. 34 del 26 ottobre 2003
Bolivia: il presidente "gringo" costretto alla fuga
Insurrezione popolare
L'insurrezione
boliviana ha ottenuto i suoi due obiettivi. La straordinaria
mobilitazione di popolo, partita dalle campagne e guidata dalle
organizzazioni dei contadini e dei cocaleros, composte per lo
più da indios Quechua ed Aymara (il 61,2 % della popolazione) ha
man mano unificato le multiformi opposizioni al presidente Gonzalo
Sanchez de Lozada e, nonostante la ferocia della repressione ha imposto
alle classi dominanti di abbandonare quest'ultimo che, in pieno stile
"repubblica delle banane" è fuggito a Miami scappando in
elicottero dalla residenza presidenziale.
Il Presidente è stato abbandonato dai suoi stessi alleati, il
partito di destra NFR e quello di sinistra MIR (Movimento de la
Izquerdia Revolucionaria… sic!) e, in particolare dal vice presidente
Meza che, in conseguenza della fuga di Gonzalo, si è ritrovato
alla più alta carica della repubblica e ha concesso per fermare
l'insurrezione sia un referendum sull'eventuale vendita del gas a
Messico e Stati Uniti, sia una futura assemblea costituente che
riscriva la Costituzione, dal momento che quella odierna è stata
scritta dall'ultimo governo militare nel 1982.
Il dato più notevole del successo dell'insurrezione
è che solo domenica scorsa (cinque giorni prima della fuga di
Gonzalo) gli Stati Uniti avevano assicurato il proprio appoggio al
presidente, nonostante l'esercito avesse appena finito di massacrare
almeno 80 persone negli scontri in corso presso il paese di El Alto e
alle porte di La Paz verso la quale stavano convergendo i minatori
della COB che erano entrati in sciopero ad oltranza per dare la
spallata finale al governo del presidente soprannominato "Gringo". Al
contrario Brasile e Argentina avevano iniziato fin dalla scorsa
settimana a tessere le fila dell'accordo che sarebbe poi stato
applicato in modo spettacolare questo fine settimana. Insieme agli
Stati Uniti l'altro sconfitto è il Cile che, fedele cane da
guardia di Washington nel cono Sud del continente, aveva inviato i
propri ufficiali a guidare la repressione nei confronti della
popolazione boliviana. Fatale contrappasso visto che fu proprio il
Brasile "americano" degli anni sessanta e settanta a guidare il golpe
che nel 1971 affossò l'unico governo progressista boliviano e
completò l'accerchiamento del Cile di Allende favorendo il golpe
di Pinochet. Una doppia sconfitta, quindi, per gli Stati Uniti che si
va ad aggiungere a quella subita l'anno scorso con il fallito golpe in
Venezuela. Per l'ordine americano, dunque, le difficoltà non
vengono solo dalla gestione delle invasioni in Medio Oriente e in Asia
Centrale, ma dallo stesso storico "cortile di casa" latinoamericano.
La base sociale dell'insurrezione è chiaramente da
ricercarsi in quel 75% della popolazione che vive della terra e che
abbisogna delle molte risorse del territorio boliviano e che dalla
fondazione del paese non ha mai avuto nemmeno le briciole dell'economia
estrattiva e dipendente del paese, e nei lavoratori del settore
estrattivo che, già a febbraio erano insorti contro il progetto
di riduzione delle pensioni trovando addirittura la solidarietà
degli agenti di polizia (anch'essi minacciati dal taglio delle
prestazioni pensionistiche) che si erano scontrati armi in mano contro
i militari nel centro stesso della capitale. Anche un settore delle
classi dominanti boliviane, però, ha chiaramente deciso di
superare una situazione ormai ingovernabile e di riprendere in mano le
redini del paese al di là dell'appoggio di Washington. Ha
sicuramente contribuito a questo finale il fatto che all'interno delle
fila dell'esercito fossero iniziate le diserzioni e che gli ufficiali
avessero dovuto ricorrere alle fucilazioni per punire i propri soldati
che rifiutavano di sparare sulle manifestazioni. Tra la borghesia
dipendente e compradora della Bolivia si è quindi iniziato a
insinuare il sospetto che l'applicazione delle ricette neoliberiste
avesse toccato un punto assolutamente non sopportabile da parte della
popolazione e che l'uso della forza militare non bastasse più a
contenere una protesta che squassava da ormai due anni il paese.
D'altra parte la questione della vendita del gas era tale da
spingere alla rivolta una quota sempre più consistente della
popolazione: la Bolivia dopo il Venezuela è il primo produttore
di gas dell'intero territorio continentale, ma l'85% della popolazione
(nelle campagne ma anche nelle periferie cittadine) cucina e si scalda
ancora con la legna.
La rivolta contro la rapina delle risorse boliviane d'altra parte
è presente nel DNA della popolazione boliviana: dal saccheggio
delle miniere di argento di Potosì nel 1600-1800, a quello del
salnitro rapinato dal capitale inglese alla fine dell'Ottocento
finanziando la guerra del Cile (il cui governo era controllato da
Londra) per l'acquisto della provincia costiera boliviana di
Antafogasta dove era concentrato il minerale, allo sfruttamento dello
stagno (Bolivia primo produttore mondiale) a poco prezzo da parte delle
imprese minerarie americane. Il risultato è che la Bolivia
nonostante la ricchezza del suo sottosuolo ha una composizione sociale
assolutamente verticale: il 12% della popolazione composta dalla classe
dominante, formata da imprenditori minerari lautamente ricompensati per
la vendita a sottocosto delle risorse minerarie, e dalle alte gerarchie
statali e militari possiede l'84% della ricchezza nazionale, mentre
l'84% ne possiede appena il 4%.
Il rafforzamento delle politiche neo liberiste varato dal
primo governo Sanchez de Lozada (1993-1997), da quello dell'ex
dittatore Panzer e dal secondo governo de Lozada, ha avviato il paese
verso la guerra civile: prima l'insurrezione a Cochabamba contro la
privatizzazione dell'acqua a favore della multinazionale Bechtel, poi
lo scontro armato tra minatori e poliziotti contro i militari questo
febbraio, infine l'insurrezione contro la vendita del gas all'estero.
Davanti a queste proteste i governi non hanno trovato di meglio da fare
che rafforzare la repressione; il presidente fuggito a marzo aveva
varato un regolamento militare straordinario antisommossa che prevedeva
pene dai cinque agli otto anni per il blocco dei trasporti, proprio
mentre il ministro economico del suo governo varava sotto pressione del
Fondo Monetario Internazionale una manovra fiscale durissima per
ridurre il deficit del paese, manovra all'interno della quale era
compresa la svendita del gas.
Oggi dopo la vittoria dell'insurrezione diventa chiaro che la Bolivia
deve imboccare una strada diversa e che la stessa classe dominante non
ha più margini per imporre il "consenso di Washington" alla
propria popolazione senza alcuna contropartita. Sullo sfondo si avvia
anche un nuovo protagonismo di quei governi come quello argentino e
brasiliano che hanno capito che, per sviluppare il proprio capitalismo,
devono uscire dal ruolo di semplici portatori di risorse e lavoro a
buon prezzo per l'economia degli Stati Uniti, e che devono cercare di
costruire un loro consenso all'interno della popolazione dei loro
paesi. L'ordine di Washington in America potrebbe subire pesanti
scossoni nel corso di questo decennio.
Giacomo Catrame
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