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Da "Umanità Nova" n. 35 del 2 novembre 2003

La Cina è vicina. Asia: gli abiti vecchi del presidente Bush


È ripresa da qualche tempo l'offensiva americana nei confronti dei paesi asiatici, e in particolare della Cina, perché rivalutino le loro valute, considerate le principali responsabili del gap competitivo Usa sul mercato mondiale dei prodotti manifatturieri e quindi, in ultima analisi, dell'impressionante deficit commerciale che ne consegue. In estate era stato Greenspan, in una famosa audizione al senato, a ribadire che la perdita di competitività dei prodotti statunitensi a basso valore aggiunto, soprattutto elettronici e tessili, era dovuta principalmente ad una artificiale sottovalutazione delle valute asiatiche, che comportava un pesante tributo in termini di aumento costante del deficit commerciale Usa. Nella sua visita in Oriente del settembre scorso era stato il Ministro del Tesoro Snow a chiedere la rivalutazione dello yuan cinese per ridare fiato all'export americano. Più di recente lo stesso Bush ha partecipato ad un viaggio ufficiale in Oriente, e dopo aver partecipato al vertice dell'APEC a Bangkok, ha incontrato i principali dirigenti politici dell'area, chiedendo a tutti, oltre ad un rinnovato impegno anti-terrorismo, la disponibilità a rivalutare le monete dell'area.

Da quanto è dato capire dalle dichiarazioni ufficiali, questi sforzi sono sinora falliti in modo clamoroso. Tutto quello che Bush sembra aver ottenuto sinora è stata l'accettazione, da parte cinese, di una commissione congiunta Usa-Cina destinata a studiare la possibilità di una fluttuazione dello yuan entro una banda di oscillazione nei confronti del dollaro: nel corso del 2004 potremmo così assistere ad un graduale abbandono del cambio fisso di 8,33 yuan per ogni dollaro, in direzione di un sistema leggermente più flessibile. Questa vaga e parziale concessione non dovrebbe certamente alterare quello che è il differenziale reale tra i costi di produzione dei due diversi sistemi economici: fatto uguale a 100 il costo del lavoro negli Usa, in Cina siamo a 2,5. Hanno quindi ragione i cinesi quando dicono che anche raddoppiando il valore della loro valuta, il costo salirebbe "solo" da 2,5 a 5, cioè sempre un ventesimo di quanto costa produrre nel cuore dell'impero: un divario competitivo irrecuperabile nel breve termine, ma una misura potenzialmente destabilizzante per il monocratico sistema schiavistico della Cina di oggi.

In realtà quanto gli Usa stanno facendo con la Cina ricalca grosso modo quello che hanno tentato con il Giappone della metà degli anni '80. La forte svalutazione del dollaro decisa nel settembre 1985 con gli accordi del Plaza e la successiva rivalutazione dello yen giapponese chiusero un ciclo e ne aprirono un altro, con conseguenze contraddittorie e impreviste per la tenuta dell'egemonia americana sul mondo. I capitali giapponesi cominciarono a dirigersi all'estero e permearono in misura massiccia le economie del vicino sud-est asiatico, ma comprarono anche grandi partecipazioni in aziende Usa ed enormi quantità di obbligazioni emesse dal Tesoro Usa. Lo scoppio della bolla giapponese nel 1990 sembrò neutralizzare la penetrazione commerciale e finanziaria all'estero e fece tirare un sospiro di sollievo a tutti quei dirigenti politici, negli Usa ma anche in Europa, che avevano paventato il pericolo giallo e ne avevano ostacolato l'espansione. Negli anni successivi si tentò, fino alla crisi finanziaria del 1997-98, di costruire la controffensiva, penetrando direttamente nelle roccaforti del nemico, con investimenti diretti nel sud-est asiatico e nelle zone economiche liberalizzate della Cina. Tuttavia la gestione della crisi del 1997-98 mise in evidenza le contraddizioni della politica americana. Il FMI cercò di sfruttare la crisi per imporre una maggiore apertura delle frontiere ai capitali esteri (soprattutto americani), esaltando la teoria "più mercato e meno dirigismo". I paesi investiti dalla turbolenza però non ci cascarono. Un po' ovunque nel Far East lo stato rilevò i debiti delle aziende private, i controlli valutari si fecero ancora più rigidi, si attuarono svalutazioni competitive, si bloccò la privatizzazione totale e la svendita di settori strategici alle multinazionali Usa o Ue, si cercò persino (senza successo) di costruire un Fondo Monetario Asiatico, per dribblare il FMI. La GM si comprò, è vero, la Daewoo coreana, la Renault si comprò la Nissan, ma furono episodi isolati. Il Giappone ne uscì provato, ma non certo disposto a cambiare linea; la Cina ne uscì rafforzata nel suo ruolo di possibile baricentro economico, candidata a sostituire l'impero del Sol Levante come paese egemone nel sistema sub-regionale asiatico.

L'entrata della Cina nel WTO e la sua crescente integrazione nell'economia globale cambiano l'ordine delle questioni e pongono un serio problema per il mantenimento dell'egemonia economica mondiale nelle mani degli Usa. È presto per dire se ha ragione Giovanni Arrighi nell'intravedere nella dorsale del Pacifico il futuro centro egemonico dell'economia mondo. Quello che è certo è che la Cina si muove in modo determinato per arrivare a dominare il mondo nel lungo periodo, in una prospettiva storica, e che ogni singolo atto di diplomazia politica od economica si inquadra perfettamente in questo percorso calibrato. L'orgoglio, la determinazione, l'indifferenza per le ragioni altrui, manifestate nella puntuale difesa della propria politica valutaria da parte del presidente della banca centrale cinese, e l'educato rifiuto del presidente cinese di modificarla, dimostrano che, negli anni a venire, la Cina sarà un osso duro per tutti. La stessa determinazione viene impiegata per costruire una area economico-produttiva che sia progressivamente sempre meno dipendente dalle fluttuazioni del ciclo economico statunitense. La risposta alla crisi del 1998 da parte dei paesi dell'area è esemplare: creazione di un FMA informale, aumento degli scambi intra-regionali, aumento degli investimenti esteri diretti in ambito intra-regionale, crescita di forti volumi di riserve valutarie, rifiuto di rivalutare le proprie divise. Questo processo è oggi sostanzialmente guidato dalla Cina, che "tira" tutta la regione con tassi di crescita dell'8-9% annuo. Le importazioni cinesi sono salite da inizio anno del 40% (a 298 miliardi di dollari) e l'export è cresciuto del 32% (a 307 miliardi di dollari). Nel 2002 103 miliardi di dollari di export si sono diretti negli Usa, facendo addirittura invocare, da parte di alcune lobby politiche americane, la revoca dell'adesione della Cina al WTO e l'innalzamento di barriere protettive di tipo fiscale e doganale. La posizione della Cina si fa sempre più pesante anche nel finanziamento del deficit fiscale americano, arrivato nell'anno fiscale 2002-2003 al livello record di 374 miliardi di dollari (3,5% del pil) rispetto ai 157 dell'anno prima. Le riserve valutarie di Giappone e Cina arrivano insieme a 900 miliardi di dollari (rispettivamente 560 e 340 miliardi di dollari), detenute essenzialmente sotto forma di obbligazioni del Tesoro americano, e questa cifra supera i mille miliardi se includiamo anche gli altri paesi del sud-est asiatico. La Cina continua ad accumulare capitale, mentre cresce in modo molto sorvegliato la dinamica dei consumi interni. La vendita di auto è cresciuta del 40% dall'inizio dell'anno, attestandosi su volumi ormai significativi (2,5 milioni di pezzi nel primo semestre 2003). Cresce il credito al consumo, mentre la nuova classe media di mandarini, burocrati e dirigenti di fabbrica fatica ad investire l'imponente massa di liquidità su cui riesce ad allungare le mani. Non a caso si fa strada l'ipotesi di una maggiore libertà di investimento anche azionario, con la caduta delle barriere che limitano l'accesso alle borse cinesi (in particolare quelle di Shangai e di Shenzen) ai pochi operatori istituzionali ammessi. La Cina trabocca di capitale in eccesso, ma il processo viene gestito in modo estremamente soft per evitare altre primavere di Pechino.

In questo contesto la richiesta di Bush di rivalutare lo yuan rappresenterebbe un doppio sacrificio per le ambizioni della Cina: da una parte finirebbe inevitabilmente per penalizzare l'export, dall'altra svaluterebbe in modo pesante quella parte di riserve investite in obbligazioni Usa espresse in dollari. È probabile quindi che dovremo abituarci a duri scontri valutari che sottendono una guerra commerciale e finanziaria dispiegata tra i diversi centri dell'economia mondo. Nello stesso tempo dovremo rivedere il tradizionale concetto della triade, estendendo a pieno titolo il ruolo che è stato del Giappone ad una nuova macro-regione che includa la potenza emergente cinese tra i suoi principali motori propulsivi. Naturalmente non si può pensare che tutto questo avvenga in modo lineare. Ogni macro-regione dell'economia mondo non rappresenta un insieme politicamente compatto, ma ha al suo interno un groviglio complesso di contraddizioni da risolvere. Un recente fatto di cronaca segnalava gli incidenti seguiti ad una orgia collettiva tenuta, proprio nei giorni dell'invasione giapponese della Cina, da alcune centinaia di dirigenti nipponici in un albergo di Nanchino, insieme a parecchie centinaia di prostitute cinesi delle zone "libere", con la conseguente ondata di sdegno nazionalistico e di orgoglio patriottico in direzione anti-imperiale.
Ritorna dunque di estremo interesse la riapertura del dibattito sulle prospettive del capitalismo storico, sulle caratteristiche del modello dominante che esso assume e sulle prevedibili conseguenze che questo determina per il movimento operaio dei paesi "sviluppati" e per quello dei paesi "emergenti". Una sfida conoscitiva ardua e complessa, ma certamente decisiva.

Renato Strumia







 

 



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