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Da "Umanità Nova" n. 36 del 9 novembre 2003

Crociate
Millennium Round


La faccenda è nota, ma non è male riassumerla.

Alcuni giorni, fa, accogliendo il ricorso di Adel Smith, padre musulmano di due scolari di Ofena, un giudice abruzzese, ravvisando nell'esposizione del crocifisso sui muri della scuola una discriminazione nei confronti dei credenti in altre religioni, ha emesso un'ordinanza, ispirata a precedenti sentenze della Cassazione, che dispone la rimozione del simbolo. La decisione del magistrato ha naturalmente provocato, secondo copione, le più disparate e rigorosamente scomposte reazioni di politici, uomini di chiesa, intellettuali e opinionisti, tutti concordi, ad eccezione di qualche mosca bianca, nel denunciare questo gravissimo attacco della solita magistratura all'identità culturale e religiosa del paese. Il ministro Castelli, per non perdere l'abitudine, ha ordinato una nuova ispezione ministeriale, l'ufficiale giudiziario incaricato di eseguire l'ordinanza si è fatto venire una crisi di coscienza (mai che gli capiti quando si tratta di sequestrare i poveri beni di un insolvente!), i miti abitanti di Ofena, sbattuti loro malgrado nel bailamme mediatico, dopo alcune resistenze dettate dal buon senso hanno ceduto le armi, minacciando una nuova crociata contro i saraceni. Al momento tutto è sospeso e chi vivrà vedrà.

Se non vivessimo in un paese dominato secolarmente dalla chiesa, non ci sarebbe da crederci! Ma dato che, purtroppo, è tutto vero, tanto vale allora cercare di trarre, da questa storia, alcuni spunti di riflessione.
Già sul numero scorso di "Umanità Nova" Fricche faceva interessanti considerazioni che partivano dalle non poche "stranezze" di questo caso. Perché tanto clamore mediatico? Perché un intervento così massiccio delle forze politiche? Perché concedere spazio a un Adel Smith quando lo si nega a persone ben più rappresentative di lui? E a questi interrogativi, col passare dei giorni, voglio aggiungerne altri. Perché l'ordinanza non verrà, con tutta probabilità, attuata, e quindi tanto rumor per nulla? Perché un unanimismo così equivoco su una questione che, in altri tempi, avrebbe diviso le coscienze?

La prima considerazione che viene da fare è che, oltre ai poveri bambini costretti a girare con le sure del Corano sulla schiena o a sfilare ben inquadrati in difesa del sacro legno, questa storia ha fatto un'altra vittima, e cioè il povero crocifisso. Brandito a mo' di clava dagli energumeni del fanatismo religioso, strumentalizzato da chi, a suo tempo, lo avrebbe volentieri gettato nella spazzatura, riproposto come elemento di esclusione da chi abitualmente cazzeggia adorando le ampolle padane, il crocifisso torna infatti a rappresentare, dopo anni eroicamente spesi nel tentativo di farsi passare come simbolo dell'amore universale, quel che ha sempre rappresentato, ossia il simbolo della crociata contro il nemico. Morto il comunismo, ecco l'Islam, e allora dagli all'Islam! E se nel fuoco della battaglia c'è ancora bisogno del crocifisso, peggio per lui, non sarà certo questo ennesimo ritorno alle origini a disonorarne la storia.

È quindi inutile fare appello alla ragione, cercare di ritrovare le ragioni di un laicismo sempre più emarginato e pretendere che il potere rispetti, in ogni circostanza, le proprie leggi e i propri princìpi. Evidentemente di un nemico c'è sempre bisogno. Un nemico da combattere, ed ecco le dichiarazioni del centrodestra; un nemico da blandire, ed ecco le dichiarazioni del centrosinistra; un nemico da annullare, ed ecco le dichiarazioni del prete. E quindi il sospetto che tutta questa faccenda non sia che un gigantesco tranello teso a catturare, e a ricompattare sui valori della "identità nazionale" un'opinione pubblica sempre più disorientata dall'avanzare del relativismo culturale, cessa di essere un sospetto per diventare ipotesi concreta. Solo questa chiave di lettura pare fornire una spiegazione logica agli interrogativi avanzati in precedenza.

E se permanessero dei dubbi, basta passare in rassegna alcune fra le dichiarazioni e le reazioni suscitate dall'ordinanza del giudice Montanaro, per convincersene. Se a Milano la fascista Beccalossi propone di affiancare ovunque al crocifisso anche il tricolore, a Caravaggio il comune, con notevole megalomania, ne espone uno alto due metri; se a Ofena e a Roma Forza Nuova e Gioventù Europea scendono in piazza a mostrare i loro cattolicissimi muscoli, a Pavia gli assessori si autotassano per distribuirlo ai dipendenti, e a Lesmo il sindaco ne invia uno ad ogni famiglia da lui amministrata. E Calderoli che si toglie dalla giacca Alberto da Giussano per sostituirlo con un bel crocifissino, mentre l'insospettabile giurista Vassalli denuncia un terrificante piano d'invasione musulmana dell'Europa, l'intellettuale Adornato, incontentabile, chiede anche spazi di meditazione religiosa in ogni scuola, il compassato "Osservatore Romano" assicura che non si "farà togliere la Croce da un simile provvedimento terroristico e vigliacco". E tralasciamo, per carità di patria, i commenti di certa sinistra, da Bertinotti che si troverebbe in difficoltà a rimuoverlo, a Pecoraro Scanio che giudica proibizionista la sentenza. Perfino Ciampi ha pensato bene di definirla pericolosa, e che per questa dichiarazione debba farsi bacchettare "laicamente" da un figuro come Giorgio La Malfa, è davvero un cupo segno dei tempi.

Non so cosa dobbiamo aspettarci da questo prossimo futuro, allorché si giocheranno apertamente le partite epocali per il controllo dei mercati e delle risorse mondiali. Già adesso i segnali esterni si fanno più preoccupanti, e le sempre più frequenti guerre "locali" ne sono il tragico indicatore. Anche i segnali interni non fanno presagire nulla di buono, e questo continuo appellarsi, da ogni sponda, ai "comuni valori della nostra civiltà", suona come il sinistro rullare di prossimi tamburi di guerra. Espressioni come "identità nazionale", "origini comuni", "sentimenti condivisi", non possono non ricordarci che "quando lo stato si prepara ad ammazzare, si fa chiamare patria".

Massimo Ortalli








 

 



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