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Da "Umanità Nova" n. 38 del 23 novembre 2003

Il nostro lutto è diserzione!


"...Generale, l'uomo fa di tutto. Può volare e può uccidere. Ma ha un difetto: può pensare."
Bertolt Brecht

Il militarismo provoca morte e distruzione.
Non ci stancheremo mai di ripeterlo, la guerra non è la "causa" di morti e distruzioni, è solo il teatro in cui queste avvengono.
La guerra è l'inevitabile conseguenza di infinite risorse investite in uomini, donne, mezzi e tecnologie che DEVONO essere impiegate.
L'Iraq è solo una delle troppe guerre in atto, dove migliaia di persone muoiono ogni giorno e non da adesso, sotto o fuori i riflettori dei media.

La guerra è "necessaria" per continuare a sperimentare nuove armi, sempre più potenti, sempre più "intelligenti", dove gli eserciti stabiliscono la supremazia per restituire il dominio maggiore alle potenze in gioco, dove stabilire nuovi confini, nuovi interessi o anche solo per conservare quelli già ottenuti.

La guerra è l'evento più eclatante del militarismo ma non l'unico. Il militarismo uccide, degrada e umilia sempre, anche quando opera in "tempi di pace". Ne sanno qualcosa le popolazioni che vivono in territori occupati, dove strutture e Basi militari invadono, devastano e uccidono, spesso lentamente di tumore ed altre malattie, a volte come in guerra in un colpo solo, come per i morti ammazzati del Cermis da un Prowler U.S.A. o per i ragazzi travolti in quel di Casalecchio sul Reno da un caccia F-104 dell'Aeronautica militare italiana.

"La guerra in Iraq è finita!". Così sentenziava il "presidente globale" Bush, all'indomani del bombardamento a tappeto del paese. Eppure i morti continuano sia tra i civili, sia tra i militari e sono a migliaia. Quello che è successo ai 19 militari italiani mandati a uccidere e a morire dal Parlamento Italiano ne è l'ennesima testimonianza. L'ipocrisia di chi ora lancia moniti di silenzio, pretendendo rispetto e cordoglio per la tragedia nazionale ci schifa. Uno Stato che prima li ha arruolati e mandati al massacro, per poi chiamarli servitori della patria come nel più becero copione nazionalista.

Come anarchici ed antimilitaristi rigettiamo la gerarchia in ogni sua forma e colore. Non c'è nessun lutto nazionale, c'è solo un lutto mondiale, perché sono fratelli e sorelle anche i morti iracheni, afgani, palestinesi, ceceni, africani. Non facciamo distinzioni, non pretendiamo classifiche in base al sangue e al suolo. Vale forse meno la vita dei 5 contadini iracheni giunti da Karma per vendere i loro polli al mercato, rimasti uccisi per "sbaglio" in una sparatoria da soldati americani?
Il nostro lutto si chiama antimilitarismo, insubordinazione, diserzione.

Commissione Antimilitarista - FAI










 

 



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