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Da "Umanità Nova"
n. 39 del 30 novembre 2003
Mondializzare l'inferno
La santa "alleanza" tra Bush e Bin Laden: Iraq, Palestina, Turchia...
Tra
le varie menzogne utilizzate dall'amministrazione Bush per spingere
l'opinione pubblica americana a sostenere la guerra in Iraq, con il suo
carico sempre più oneroso di costi e di cadaveri, c'era la
complicità presunta tra Saddam e bin Laden, mai dimostrata, anzi
improbabile visto il ferreo nazionalismo pseudo-laico del regime
baathista, ostile a qualsiasi internazionalismo di matrice religiosa e
per di più fondamentalista, come quello predicato dai seguaci
sunniti wahabiti dello sceicco arabo. Lo spietato regime di Saddam,
conosciuto sin dagli anni '70 e '80, quando era fedele alleato
dell'Occidente e pranzava assieme all'allora segretario alla difesa di
Reagan, tale Dick Cheney oggi vicepresidente a stelle e strisce,
controllava capillarmente frontiere e territorio, impedendo ogni
infiltrazione di elementi stranieri potenzialmente sovversivi della sua
dittatura. Del resto, analogamente hanno fatto re Hussein di Giordania
nel settembre del 1970, quando ha eliminato la resistenza palestinese
sul proprio territorio, e nello stesso arco di decennio Assad in Siria,
quando in una settimana massacrò migliaia di fondamentalisti
ostili al suo regime.
Saltato Saddam, saltati i controlli capillari, ignoriamo se la
resistenza si sia saldata con gli elementi terroristici dei
fondamentalisti, ma senza dubbio l'Iraq è diventato uno spazio
di reclutamento per l'intero inferno mediorientale, rilanciando alla
grande un Bin Laden uscito (temporaneamente) sconfitto in Afganistan.
Un vero regalo per rientrare nel giro politico-mediatico del pianeta,
ossessionato dalla sicurezza giocata in chiave antidemocratica, con
nuovi ranghi, nuovo prestigio, nuove disponibilità (gli arsenali
presumibilmente celati dello scarso esercito iracheno), intatte risorse
finanziarie non colpite dalla guerra al terrore condotta manu militari,
come ha confessato l'Onu rammaricandosi del fallimento dell'operazione
di intelligence finanziaria contro le casseforti dello sceicco
fantasma. Insomma, Bush si è alleato con bin Laden per
rilanciare alla grande la guerra permanente che fa comodo, per opposte
ragioni ma medesimi obiettivi di potenza, ad entrambi, nella
distinzione dei ruoli antagonisti sullo stesso piano logico-simbolico
dell'instaurazione di un regime ferreo sul pianeta.
Nello scacchiere mediorientale si gioca attualmente la partita a lungo
termine, in cui il petrolio è la cartina dissuasiva delle poste
in palio - tra le quali la convergenza ancora una volta Bush-Bin Laden
nella destabilizzazione del regime saudita, per il primo colpevole di
detenere da sola la più grossa riserva mondiale di ricchezza
energetica, in condominio con le multinazionali americane, ma che
potrebbe rappresentare un boccone da gestire in proprio estromettendo
quei parassiti della cerchia saudita il cui clan familiare assomma a
qualche decina di migliaia di individui superprivilegiati e ricchi, da
sostituire un domani con qualche governatore fantoccio, muovendo da un
Iraq pacificato, occupato economicamente, svenduto agli Usa e che
fungerà da piattaforma americana non solo petrolifera per
passare alla mossa successiva; per il secondo colpevole di alto
tradimento della causa musulmana avendo consentito l'occupazione
militare infedele nei luoghi sacri dell'Islam, abbandonando a se stesso
l'alto esponente dell'ideologia sunnita che si era prestato per conto
altrui a stravolgere la propria esistenza dorata nelle vicinanze della
reggia saudita per dedicarsi anima e corpo alla causa musulmana.
In tale scacchiere, la questione palestinese è un
aspetto di rilievo non tanto per le povere aspettative di una
élite nazional-borghese sul viale del tramonto pur nel successo
della propria strategia di lungo corso - ormai la nascita dello stato
palestinese, sia pure bantustanizzato, è ipotesi non più
avvenieristica ma realtà prossima - quanto per l'improvvida
ascesa della teologia politica islamica tra le genti palestinesi,
provocata dalle politiche israeliane e dalla strategia mimetica
americana di trovare un sostituto alla minaccia sovietica caduta nello
scorso decennio; regalare la causa palestinese al fondamentalismo di
Hamas e della Jihad islamica rende quella polveriera ancor più
appetibile nello scontro in atto come virus da diffondere all'intera
regione. I recenti attentati in Turchia ne sono una tragica conferma.
Da un lato, infatti, la Turchia ha siglato negli anni novanta un
accordo strategico con Israele sulla cooperazione militare, commerciale
e soprattutto idrica, stringendo in una morsa i paesi arabi dall'area
kurda in giù sino alla Giordania, sempre più in
difficoltà vista l'eventualità di un assetamento
equivalente a una dichiarazione di guerra che a nord i turchi e a sud
gli israeliani potrebbero scatenare come arma di ricatto vera e propria
(detto tra parentesi, su questo altare del cinismo politico è
caduto Ocalan e tutto il movimento stalinista del Pkk, mollato dai
siriani un attimo prima di rimanere assetati). Lo indica in tal senso
l'attacco alle sinagoghe, nella follia del terrore che individua in
esso l'arma bellica per destabilizzare regimi, mondializzare l'inferno
e dare una mano alla coalizione dei volenterosi piuttosto belbettante,
ossia riuscendo a compattare il fronte occidentale dietro a Bush, e
quindi in un certo senso restituendogli il favore in un momento di
difficoltà a tenere unite gli alleati, i finanziatori riottosi,
le opinioni pubbliche pacifiste e non, e gli ossequi ipocriti ai
formalismi dell'Onu.
Dall'altro, lo status di potenze occupanti di Usa, Gran
Bretagna, Italia e altre, checché ne dica la retorica umanitaria
di peacekeeping del partito unico nostrano, checché ne possa
pensare Kofi Annan che la copre con le stantie insegne delle
risoluzioni delle Nazioni Unite che già è costata la vita
al suo Alto rappresentante per i diritti umani (il brasiliano dal
dorato futuro diplomatico Sergio Vieira de Mello), checché ne
dicano le Convenzioni dell'Aja (1907) e di Ginevra (1949), che vietano
le occupazioni militari e le pratiche di depredazione del territorio in
risorse e proprietà pubbliche come sta avvenendo in Iraq (e che
ai sensi del diritto internazionale non possono essere assolutamente
sanate da una risoluzione unanime del Consiglio di sicurezza), espone
tali paesi, i loro cittadini e le loro strutture diplomatiche e
simboliche alla controguerra del terrore, ad armi impari ma dai
medesimi impatti di morte e distruzione e lutti nazionali (di ogni
popolazione, se i media fossero realmente autonomi e indipendenti e non
scatenassero scorrettamente ondate emotive strumentalmente pro domo
propria…).
Così i recenti attentati a Istanbul sono esito diretto
della guerra globale permanente, i cui contendenti si rimbalzano a
puntino i propri gesti, come recitanti uno spartito concordato e
puntualmente simmetrico, nonostante la disparità delle forze in
campo ma grazie alla tecnologia unica dell'occidente ricco (che gli
stessi fondamentalisti così arretrati per un verso, non esitano
d'altronde ad usare ai propri fini); la pressione contro i regimi
islamici moderati rientra perfettamente nella tattica fondamentalista,
sperimentata nel decennio scorso in Algeria ed oggi diffusasi
dappertutto grazie all'illogica strategia militare che la replica
ovunque. Forse per giustificare l'immenso esproprio di ricchezza e
libertà che il mondo sta subendo da anni da una avida
élite liberale e democratica, alleata con i peggiori criminali
del pianeta perché simili nelle logiche ma non nei vestiti che
indossano, tale guerra contro le popolazioni di ogni latitudine
è l'unica mossa che salda interessi criminali e
possibilità di dominio sulla terra, anche al costo di
sacrificare vittime innocenti, di inquinare l'aria del pianeta, di
vanificare secoli di conflittualità sociale pubblica, in ultima
analisi di condannare ogni cittadino della terra ad una morte orribile
da qualunque prospettiva la sia guardi.
La guerra è il contraltare perfetto per un capitalismo
criminale ed una democrazia ipocrita e ingiusta, in cui destra e
sinistra ormai possono essere pronunciate intercambiabilmente solo come
perfido aggettivo: la furbizia astuta e grossolana di chi si finge
abile approfittando della forza a dismisura e la temibile
pericolosità pubblica di una politica di apparati elitari tesi a
conquistare poteri e privilegi per sé e i proprio accoliti,
pagando il consenso con le vite altrui.
Salvo Vaccaro
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