Da "Umanità Nova"
n. 41 del 14 dicembre 2003
Procreazione assistita: una legge contro le donne
In nome del padre, del figlio e dello spirito santo
Il
3 dicembre è stata nuovamente discussa in Senato la legge sulla
procreazione medicalmente assistita. Il testo è già
passato alla Camera e sarà quasi sicuramente approvato senza
alcuna modifica, grazie ad un appoggio trasversale che vede tutti
uniti: dai DS alla destra estrema.
Anche lo schieramento che voterà contro è "trasversale",
dimostrando ancora una volta come sia una legge fondata sull'etica e
non sulla scienza.
Della legge abbiamo già parlato... L'impianto iniziale non è affatto cambiato, anzi è peggiorato.
Il Senato ha già approvato i primi articoli, tra i
quali il numero 1, quello che subito fa capire quali saranno le linee
fondanti e stabilisce i diritti del concepito. Se per legge i diritti
dell'embrione (cioè dell'ovulo fecondato) e quelli della madre
sono distinti e potrebbero essere anche contrapposti, quali dei due
avrà il prevalere sull'altro? Quale "curator ventris" si
intrometterà nella pance delle donne per difendere un
diritto alla vita, che poi sarà continuamente negato dal momento
in cui vedrà la luce? Diritto a nascere, senza poi alcuna
preoccupazione di quale vita sarà possibile dopo...
I diritti dei giovani, degli adolescenti, dei bambini sono
quotidianamente violati, ma quelli del concepito sono sacri e, aggiungo
io, anche quelli delle cliniche private, perché il ricorso alla
fecondazione sarà a pagamento.
Le donne con questa legge saranno obbligate all'impianto degli
ovuli anche se hanno avuto un ripensamento sulla loro scelta di
maternità, dovranno essere sottoposte a ripetuti bombardamenti
di ormoni se il primo impianto non riesce, perché il numero di
ovuli fecondabili è ridotto solo a tre, non potranno neppure
sapere se il loro figlio è sano prima dell'impianto, non
potranno scegliere il padre del proprio figlio.
Una sequenza di articoli di legge tutti contro la donna, i cui desideri
e scelte vengono, nell'ordine, dopo quelli del marito, del medico,
dell'embrione. Una fecondazione coercitiva, pensata e voluta da uomini.
Già il nome della legge è assurdo: procreazione non è un termine medico, è un termine religioso.
La scienza in questa legge non c'entra: solo l'etica, quella
della chiesa e dello stato che si fa chiesa, prevale. Vi è una
piena coincidenza tra ciò che è peccato per la chiesa e
ciò che sarà vietato per legge.
Eppure da sempre la prima e l'ultima parola sulla maternità è detta dalle donne.
Nessun figlio può nascere se non è pensato,
voluto, concepito da una donna. L'intervento maschile è
necessario, ma sono il corpo e la mente della donna che accolgono e
crescono suo figlio.
Di fronte a questo primato della donna i politici ed i preti
dovrebbero stare zitti e lasciar parlare chi ne sa più di loro.
Invece si impone la maternità a tutti i costi, ma senza alcuna libertà per la madre.
Che lo stato voglia ristabilire il controllo sul corpo delle
donne che sentiva sfuggirgli dalle mani e utilizzi le parole "morale"
ed "etica" a suo piacimento è evidentissimo anche negli
emendamenti alla finanziaria che prevedono un assegno di 1.000 euro per
il secondo figlio ed un assegno di 1.500 euro per le donne che non
abortiscono e, dopo aver trasformato il proprio bambino in un orfano,
lo "vendono" ad istituti che poi lo daranno in adozione.
Sorvoliamo sul fatto che il primo assegno è previsto
solo per le donne italiane, invece il secondo anche per le donne
straniere: ciò vale a dire che le donne italiane amano di
più i propri figli ed hanno diritto ad un aiuto (o meglio
un'elemosina) nel caso li tengano con sé. Alle donne straniere,
al massimo, può essere riconosciuto il "diritto" di vendere i
propri figli.
Quante volte abbiamo sentito i giornali parlare di madri
indegne (generalmente povere e spesso non italiane), incapaci di
affetto, ecc, ecc, (la retorica è disgustosa anche se solo
riportata), che "vendono" i propri figli. Quando invece la transazione
è gestita dallo stato va tutto bene: il prezzo è equo e
calmierato. Già ora esiste per la donna la possibilità di
partorire un figlio e non riconoscerlo, dandolo perciò in
adozione. Riconoscere un compenso per questa cosa è un'ulteriore
umiliazione.
Ciò che conta è che la donna si ricordi sempre
che il suo ruolo è fare bambini: i figli, il marito, lo stato,
la chiesa, sono più importanti del suo corpo e dei suoi
pensieri. Ad essi tutto deve essere sacrificato.
Ma noi riaffermiamo con forza che non ci stiamo; che il mondo che
vogliamo sarà possibile solo se costruito da donne e uomini
liberi: nella mente e nel corpo.
Rosaria Polita
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